L’Est si dipinge di blu
L’AfD si afferma come il partito più votato tra gli operai, 38%, con un aumento del 17% rispetto al 2021 e in crescita rispetto al 33% delle scorse europee. Questa tendenza era già proseguita nelle elezioni del 2024 in Turingia, Sassonia e Brandeburgo, roccaforti a Est dell’ultradestra. La distribuzione geografica del voto di domenica lo ha confermato: l’Est si è dipinto di blu, il colore ufficiale del partito guidato da Alice Weidel. Ha ricevuto il 36,2% nello Zweitstimme – il secondo voto, quello che distribuisce i seggi nel sistema proporzionale – negli Stati della Germania orientale e lì ha ottenuto 45 dei 48 mandati diretti, con le uniche eccezioni tra i partiti progressisti di Potsdam, mantenuto da Olaf Scholz per un soffio, e quello di Erfurt, conservato da Bodo Ramelow, uno dei tre vecchi Silberlocke (“riccioli d’argento”) della Linke.
Il partito di estrema destra stravince nelle aree interne ma non perde consenso neanche nelle grandi città, dove arriva in alcune circoscrizioni a punte del 48 e 49 per cento dei consensi. Si osserva quindi ormai un confine non solo geografico, ma di classe, crisi economica e deindustrializzazione avanzata – quest’ultima arrivata a scalfire anche il settore automobilistico, con la crisi dell’intero gruppo Volkswagen – che porta l’elettorato working class ad affidarsi a un partito anti-establishment e con una retorica e un programma apertamente anti-sindacale. Il tutto in un paese che soffre di lavoro povero anche per la crisi del proprio sistema di relazioni industriali, in cui la cogestione aziendale dà spesso più flessibilità oraria e salariale che qualità del lavoro e la copertura della contrattazione collettiva è in costante calo e con essa anche il numero di iscritti al sindacato. A cui si aggiunge poi anche il sindacalismo di estrema destra, come quello rappresentato da Zentrum, associazione para-sindacale alleata di AfD: un fenomeno ancora marginale ma che in alcuni contesti industriali sta facendo breccia e sta riuscendo a entrare nei consigli di azienda, con una retorica molto più antisindacale che ispirata al conflitto di classe.
Un fenomeno che non è certo nuovo a molti paesi attraversati dai populismi di destra e che in Germania pone una grande sfida alla sinistra radicale. Certo la proposta di Sahra Wagenknecht, cercando di recuperare il voto operario imitando le strategie dell’estrema destra non è riuscito a invertire questo processo “dal rosso al nero”. Un’altra soluzione, per come formulata dallo storico belga Anton Jäger, è quella di puntare sulla rimobilitazione della classe operaia su linee di classe sia materiali che culturali e identitarie, perché più che spostarsi solo a destra il problema principale sarebbe la demobilitazione della working class. Forse è un’analisi che di fronte a un tasso di affluenza così alto non riesce a spiegare tutto ma sicuramente in questo senso sono andati i tentativi della Linke, ben lontana sia dall’interclassismo che ha alienato all’SPD la sua base operaia, ma anche dalla tentazione razzista e sciovinista della BSW.
L’imprevisto ritorno della Linke
Lo scenario è desolante e si sta sicuramente aprendo uno dei capitoli più bui della storia della Repubblica federale tedesca, ma ciò “non significa che il fascismo sia dietro l’angolo” – come ha scritto Loren Balhorn sull’editoriale di Jacobin Germania – una delle riviste di riferimento della giovane sinistra radicale tedesca – pubblicato all’indomani del voto. Sicuramente molto dipenderà dalla tenuta democratica della Grosse Koalition ma è indubbio che non sia rassicurante pensare di doversi affidare a dei razzisti come Friedrich Merz o Markus Söder (quest’ultimo segretario della bavarese CSU) o al paladino del riarmo dell’SPD, il ministro della difesa uscente e di quasi certa riconferma, Boris Pistorius per fare da argine all’Alternativa nazi-populista.
Ma un chiaro mandato sembra invece quello ricevuto da Die Linke. Con l’8,8% dei voti, un + 3,9% rispetto al 2021 e 6 mandati diretti nei collegi uninominali (nel 2021 erano stati soltanto 3, che le permisero peraltro, grazie alla legge elettorale tedesca, di entrare al Bundestag anche se rimasta con il 4,9 % sotto la soglia di sbarramento) il partito guidato da Ines Schwerdtner e Jan van Aken ha realizzato un miracolo: a inizio anno i sondaggi davano il partito fermo tra il 2% e il 3%, cioè lontano dalla soglia del 5% necessaria per entrare in parlamento. Trentamila nuovi iscritti da inizio anno, più di quarantamila da quando Sahra Wagenknecht ha lasciato il partito nell’autunno del 2023, numeri mai visti nella storia del partito. Con quasi 100.000 tessere è stato superato il record di 78.000 iscritti del 2009, cioè poco dopo la sua fondazione. Un dato che è stato certo il frutto della capacità di sostenere coerentemente l’opposizione sociale nelle piazze seguita al voto congiunto di CDU e AfD, ma che ha anche radici più profonde nel lavoro di riorganizzazione del partito condotto dai due co-segretari dopo la loro elezione nello scorso ottobre.
In un articolo dei due co-segretari pubblicato all’indomani del voto sul sito della Fondazione Rosa Luxemburg essi rinvengono i motivi del successo elettorale anche nella capacità di lavorare efficacemente sui social media (la Linke ha superato infatti AfD come partito più popolare su TikTok), in quella di organizzare nuovi giovani militanti, ma anche nella costruzione di un programma incentrato su alcune, selezionate questioni fondamentali, costantemente sottolineate: “Questo non significa” – chiariscono – “che abbiamo trascurato di prendere posizione su un gran numero di questioni, ma concentrandoci sul Mietendeckel (il calmiere degli affitti), sul carovita e sulla tassa patrimoniale, siamo riusciti a sviluppare un profilo riconoscibile e a rompere ancora una volta la staticità delle nostre richieste. Dopo poco la gente sapeva di nuovo chi eravamo e per cosa cosa ci battevamo”. Molto poi è passato dalla capacità di comunicare le proprie idee e il proprio programma, ricorrendo al metodo del porta a porta che ha portato a bussare a oltre 600.000 porte in tutto il paese. Vari candidati ci sono riusciti, tra questi anche alcuni che hanno vinto il mandato diretto: dalla stessa Ines Schwerdtner a Berlino-Lichtenberg fino a Ferat Koçak , neo-parlamentare curdo-tedesco, che ha mobilitato in questo modo oltre 1000 persone nella sua Neukölln. Inoltre il gruppo parlamentare della Linke è il più giovane del Bundestag con l’età media di 42,2 anni (e il più giovane parlamentare, il 23enne Luke Hoß) e con il 56% di donne anche il gruppo con la maggiore parità di genere. Non mancano poi neo-eletti di estrazione working class: da Stella Merendino, infermiera di Berlino-Mitte che è stata una delle protagoniste degli scioperi negli ospedali berlinesi del 2021 contro i ritmi di lavoro legati all’emergenza pandemica, e Cem Ince, operaio della Volkswagen a Salzgitter, in Bassa Sassonia e sindacalista IG-Metall.
Il fascismo – non certo storico, ma nelle nuove forme che riesce a darsi – non è dietro l’angolo, ma non è neanche, ad essere realisti, troppo lontano. Se c’è un Brandmauer che possa reggere è l’alternativa offerta da un partito di sinistra radicale che possa fare opposizione sociale nel paese. Qualcosa di cui in Italia si sente la mancanza e che in Germania rappresenta il l’unico barlume di speranza dinanzi all’avanzata dell’ultradestra neoliberale e razzista.