Quanto valgono i nostri corpi?
Morti sul lavoro e sicurezza negata


Articolo tratto dal N. 75 di Vite che valgono meno Immagine copertina della newsletter

Da un po’ di tempo, quando sono invitato a parlare di sicurezza e morti sul lavoro, inizio con una domanda: a un’impresa, il rischio di uccidere un proprio dipendente conviene? Quanto valgono i nostri corpi? 

La domanda è certamente cinica, può sembrare provocatoria ma purtroppo non lo è. 

I corpi sacrificabili dell’ex Ilva 

Mentre scrivo queste righe, all’ex Ilva di Taranto è morto un lavoratore di 36 anni, Loris Costantino. Lavorava per una ditta esterna di pulizie. Una passerella a dieci metri di altezza ha ceduto sotto i suoi piedi. 

A metà gennaio, l’operaio 46enne Claudio Salamida morì in un incidente identico. Solo in queste ultime settimane i sindacati hanno denunciato, all’interno dell’acciaieria, grate rotte, passerelle sbriciolate, soffitti caduti, vari cedimenti strutturali. 

È provocatorio dire che, quando si sceglie di far lavorare qualcuno in uno stabilimento che, secondo i sindacati, è pericoloso e fatiscente, significa mettere in conto di poterlo uccidere? E significa considerare quei corpi, quelle vite, sacrificabili? 

 

Incidenti che si ripetono 

La caduta dall’alto è la prima causa di morti sul lavoro, circa il 30%, ed una delle cose che più colpisce, nella modalità degli incidenti, è proprio la ripetitività. 

Il 26 luglio 2007 Giovanni Di Lorenzo esce di casa come ogni giorno per andare al lavoro, saluta con un bacio Anna Vitale, sua moglie, e arriva nel cantiere di Baiano, in provincia di Avellino, per costruire una strada. Giovanni è un autista di mezzi pesanti e quel giorno guida una ruspa in pendenza che in tarda mattinata si ribalta, schiacciandolo: non aveva i dispositivi di sicurezza essenziali. 

L’odissea giudiziaria di Anna si chiuderà più di dieci anni dopo, con una condanna per omicidio colposo a due anni, con la condizionale, per i titolari dell’impresa. È ancora in corso la causa civile. 

Giovanni fa parte di quel 9% di vittime di lavoro morte nel ribaltamento di un mezzo pesante. 

Il caso Luana D’Orazio 

Una delle storie che ha avuto più eco è quella di Luana D’Orazio, la ventiduenne di Prato morta il 3 maggio 2021 mentre lavorava a un orditoio cui erano stati tolti i dispositivi di sicurezza per aumentare la velocità di produzione. L’8% in più, accerterà la perizia. 

Al macchinario era stato deliberatamente tolto un cancelletto di protezione che, quando Luana restò incastrata con la sua maglia in una sbarra sporgente, avrebbe impedito che il suo corpo venisse dilaniato dagli ingranaggi. La perizia accerterà anche che quel cancelletto era coperto di ragnatele. 

Il processo si è chiuso con un patteggiamento e un risarcimento. 

Basta digitare su un motore di ricerca “morto lavoro incastrato macchinario” per trovare decine di casi analoghi. Solo quest’anno Christopher Ivare, 31 anni, è morto il 18 febbraio a Isola della Scala in una dinamica simile a quella di Luana D’Orazio. Antonio Rocco Russo, 61 anni, è morto incastrato in un nastro trasportatore il 27 febbraio a Barcellona Pozzo di Gotto. Andrea Cricca, 24 anni, il 21 gennaio è morto incastrato in un macchinario per sminuzzare il fieno. 

Cosa ci dicono queste storie e la ripetitività degli incidenti? Che i rischi sono noti e acclarati e che gli incidenti non sono casuali. 

Un sistema produttivo che non tutela i lavoratori 

Nel triennio 2022-2024, secondo l’Ispettorato nazionale del lavoro, oltre l’80% delle aziende controllate presentava violazioni prevenzionistiche; in edilizia si arriva al 93%. 

Abbiamo un sistema produttivo che, in sostanza, è quasi del tutto illegale. 

L’INL dichiara circa 20mila controlli l’anno, che potrebbero arrivare a 40mila con le assunzioni previste di nuovi ispettori. Calcolando circa un milione e settecentomila imprese, vuol dire che per avere un controllo all’anno per ogni impresa servirebbero alcune decine di migliaia di ispettori. 

Lavorare in queste condizioni vuol spesso dire avere una pistola puntata in faccia, che devi solo sperare non spari. Se ci fosse stato un controllo, Luana D’Orazio sarebbe viva. 

Una giustizia che fatica a punire 

Queste storie raccontano anche dell’inefficacia della giustizia nella sfera repressiva. 

Da una parte c’è il processo penale, dove le sentenze definitive sono rare. Pesano la complessità delle indagini e la difficoltà di dimostrare la responsabilità in processi dove la forza tra impresa e familiari è spesso impari. E laddove si ottenga il riconoscimento della responsabilità penale, spesso la prescrizione salva l’imputato. 

Manca una formazione specifica diffusa anche nella magistratura e la proposta di una procura nazionale contro i morti sul lavoro resta lettera morta, così come quella di introdurre il reato di omicidio sul lavoro. 

Nei risarcimenti civili la cifra dipende dal caso specifico. Mediamente si tratta di centinaia di migliaia di euro, ma per l’impresa spesso sono coperti da assicurazione. Il danno economico reale può tradursi nell’aumento del premio assicurativo e dei versamenti Inail, limitando il costo anche a poche decine di migliaia di euro nel caso estremo. 

Un costo teorico e spesso inferiore a quello certo che comporterebbe l’applicazione rigorosa dei dispositivi di sicurezza o il rallentamento della produzione. 

Il rischio scaricato sui lavoratori 

In questo contesto il governo ha introdotto la possibilità di avvertire le imprese prima dei controlli e uno sconto sui versamenti Inail alle imprese virtuose. In sostanza le aziende vengono premiate per fare ciò che già dovrebbero fare: tenere sani e vivi i loro lavoratori. 

Il tema è complesso e riguarda anche altri aspetti del sistema del lavoro: l’allungamento della vita lavorativa, leggi che rendono il precariato sempre più norma, una generale deregolamentazione del fare impresa a partire dagli appalti. In questo quadro la centralità dell’impresa e delle sue esigenze ha progressivamente sostituito quella del lavoro. 

In questo contesto culturale rovesciare sulle spalle del comportamento del singolo la responsabilità della propria sicurezza rischia di essere solo un esercizio retorico. Non a caso le associazioni dei familiari parlano della necessità di ricostruire un diritto a rifiutare lavori pericolosi, ben consce che oggi questo diritto esiste soprattutto sulla carta.