C’era una volta il tifoso di calcio. Senza aggettivi qualificativi, perché era la parola stessa a definire forma e sostanza del malato (di tifo!) della squadra del cuore, che destinava all’abbonamento stagionale allo stadio una quota mai lieve del proprio stipendio.
Era il prezzo da pagare per essere ammesso al sacro rito della domenica, dovutamente incastonato tra messa, pranzo in famiglia e visita ai parenti. Una sorta di bolla atemporale all’interno della quale c’era spazio per trasgressione (bestemmie, cicchetti alcolici), appartenenza, deliri, preghiere e voti al dio del pallone.
Una passione sempre più costosa
Certo, i mutamenti sono robusti, a cominciare dai costi. I prezzi dei biglietti sono aumentati in modo poco sopportabile. Una partita di Champions in curva – e siamo solo alla fase iniziale – – costa facilmente intorno ai 70 euro. In quanto agli abbonamenti, tra stadio e pay tv la spesa media è doppia rispetto a vent’anni fa.
Ai costi “di merito” vanno poi aggiunti quelli collaterali, a partire dalla gadgettistica. Per decenni non si è andati al di là delle sciarpe d’ordinanza. Il tifoso rivendicava la propria appartenenza con i colori dell’amore pallonaro drappeggiati intorno al collo, lana d’inverno, nylon d’estate.
La maglia della squadra era una scelta più meditata e costosa. Ma comunque la maglia era una. Quella. La seconda, detta “da trasferta” quasi sempre si limitava a riprodurre i colori sociali a parti invertite. Poco appeal. Una seconda scelta, appunto.
Oggi le maglie sono pressoché infinite, tra normali, limited edition, vintage (rifacimenti dei modelli d’antàn), fino a quelle celebrative di scudetti, coppe e anniversari. E in quanto tali, obbligatorie. A fronte dell’acquisto rituale allo store ufficiale della squadra, quello sui banchetti improvvisati fuori dallo stadio – – copie più o meno raccogliticce – – è a rischio di stigma sociale.
A contribuire alla ridefinizione della figura del tifoso anche la questione femminile. Un tempo le tifose erano merce abbastanza rara, e Rita Pavone si lamentava cantando del fidanzato che la lasciava a casa per andare allo stadio.
Adesso, a vedere il calcio, le donne vanno tranquillamente da sole, spesso in due, e quando ci sono, pure con i figli. Che magari sono piccoli e non pagano il biglietto, ma bevono, mangiano e vogliono il braccialettino fluorescente. Nei nuovi stadi, sempre più simili a centri commerciali con campo di gioco incorporato, la partita diventa un’occasione di spesa continuata.
La nascita del tifoso-consumatore
La ridefinizione socio-antropologica da tifoso–innamorato a tifoso–consumatore, però, non può prescindere dalla sostanza di cui sono fatti i sogni del calcio. Ovvero la passione.
L’ubriacatura da diritti televisivi ha illuso molte società sull’inutilità della tifoseria da stadio, con il ticketing ridotto a pallido contraltare dei massicci introiti legati alla trasmissione pay-per-view. Al di là del rapporto più o meno conflittuale con gli ultras, poca, pochissima attenzione al pubblico delle gradinate.
Errore colossale. Il calcio non è un’industria di tondini. È una creatura anomala, epica e sfuggente. Contiene in sé tutti gli elementi consacrati dell’economia capitalista e l’imponderabilità dei grandi sentimenti, produce tanti denari quante extrasistoli, lacrime e grammi di bile (a seconda dei momenti). E fare a meno del tifo per una squadra è semplicemente impossibile. Nei rari casa di partite a porte chiuse, lo stadio, trasformato in un acquario, ammolla le gambe e distrae le menti, un film amputato del suo sacrosanto sonoro.
Tra comandamenti e marketing
Ancora una volta, i comandamenti del calcio, anche di quello di ultimissima generazione, vengono dettati dall’Inghilterra, là dove tutto è cominciato. Così, a fronte di fondi, emiri e magnati proprietari del meglio della Premier League, i tifosi possono spalmare il costo dell’abbonamento – che nei settori popolari è calmierato, intorno alle 800 sterline, però con stipendi superiori ai nostri – nei dodici mesi dell’anno, il prezzo delle birre è stabile e la maglia è la maglia a prescindere dall’ultimo modello uscito sul mercato (anzi, più è vecchia e più testimonia la fedeltà tifosa).
A Roma, la struttura di “Fan Management” costituita qualche anno fa, ha abbracciato politiche di prezzi molto ragionevoli per mobilitare il tifo con eccellenti risultati. Supportata da scelte tecniche importanti a livello di acquisti e ingaggi, oggi può contare su 40.000 abbonati, proprio come l’Inter (ma per lo stadio della Roma significa sold out).
A ogni partita interna, il coro possente che sale sulle note di “Roma Roma” di Antonello Venditti è una droga benedetta per i giocatori di casa e fa tremare le vene e i polsi agli avversari, malgrado l’Olimpico sia uno degli stadi peggiori d’Italia per qualità di visione (complice la pista d’atletica).
Perché si va allo stadio per vivere un’esperienza individuale e collettiva, non semplicemente per vedere la partita (molto meglio alla tv con droni, telecamere e risoluzione 4K). Basta guardare il tecnico del Como, Cesc Fabregas, mentre arringa il popolo comasco (che lo adora), le braccia alzate, i suoi “Vamos!” a gonfiare l’aria. I tifosi sono ancora l’anima del calcio. Innamorati per scelta, consumatori per spinta del business. Comunque, imprescindibili.