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Calendario civile \ Oltre le fratture d’Europa. Willy Brandt a Varsavia


“Quando Willy Brandt visitò la capitale polacca nel dicembre 1970 per firmare il Trattato di Varsavia, si inginocchiò davanti al monumento ai caduti della Rivolta del Ghetto di Varsavia. Non aveva previsto questo inginocchiamento, che è diventato il simbolo del nucleo morale della sua politica estera, e quindi non ne aveva parlato con nessuno. Il luogo stesso, dove gli mancavano le parole, gli ha suggerito di chiedere perdono. Come cancelliere, ha chiesto così perdono per i crimini commessi in nome della Germania da un regime di cui lui stesso era stato vittima”.1

A rileggere oggi le parole usate dell’allora responsabile dello staff della cancelleria della Germania ovest Horst Ehmke per descrivere il gesto di Brandt, si possono rilevare due differenti aspetti che credo sia bene evidenziare. Prima di tutto, Ehmke, a ragione, mise l’accento su una peculiarità della biografia di Brandt: quella richiesta di perdono era ancora più forte, se si considera che il cancelliere tedesco non aveva mai esitato ad opporsi al regime nazista, che l’aveva costretto a lasciare il Paese privandolo inoltre della cittadinanza. In secondo luogo, dal ricordo di Ehmke si coglie una caratteristica dell’arte del governo di Brandt: inginocchiandosi da massima autorità politica tedesco-occidentale, aveva contribuito a qualificare, modificandola, la politica estera della Germania Ovest.

D’altra parte quel gesto, simbolico al punto che a Varsavia gli venne dedicato un apposito monumento, rientrava appieno nel nuovo approccio agli affari internazionali messo in campo da Brandt. Infatti, in occasione del discorso con cui presentò il programma del suo governo di fronte al Bundestag nell’ottobre 1969, non esitò ad illustrare la prospettiva che avrebbe seguito in campo internazionale: anziché rifiutare l’esistenza della Repubblica democratica tedesca, come avevano fatto i governi a guida cristiano-democratica che si erano alternati fino a quel momento, il nuovo esecutivo da lui guidato non solo avrebbe accettato la coabitazione con la Germania est ma si sarebbe attivato per promuovere un rasserenamento delle relazioni con l’intero blocco orientale. Era l’Ostpolitik, vero e proprio marchio di fabbrica di Brandt e dell’azione in politica estera del suo governo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta.

Da questo punto di vista, quindi, la decisione di Brandt di chiedere scusa per i crimini commessi dai nazisti nei confronti della comunità ebraica polacca non rappresentò soltanto un tentativo dall’alto valore morale di elaborare in maniera critica un passato scomodo che per molti tedeschi era diventato tabù, come peraltro confermato dalle forti critiche cui il suo gesto venne stigmatizzato da alcuni frangenti dell’opinione pubblica della Repubblica federale. Fu questo infatti uno dei segni più tangibili della ricerca di distensione nei rapporti tra Est e Ovest, un tema su cui peraltro si stava sviluppando un’importante discussione tra le fila dell’Internazionale socialista proprio a cavallo tra anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Pertanto, al pari della visita che Brandt compì a Erfurt, nella DDR, nel marzo sempre del 1970, l’inginocchiamento doveva essere considerato come il simbolo dell’avvio della politica estera propriamente brandtiana che mirava ad una revisione profonda degli equilibri europei. Questa metamorfosi si sarebbe concretizzata attraverso il superamento delle organizzazioni esistenti, NATO e Patto di Varsavia, da sostituire, per lo meno nel Vecchio Continente, con un sistema di sicurezza e di relazioni genuinamente europeo non più condizionato dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica.

Oggi, a 50 anni da quel 7 dicembre, è senz’altro importante ricordare il gesto compiuto da Brandt perché, di fatto, riconosceva le responsabilità tedesche nella persecuzione degli ebrei in uno dei luoghi simbolo di quei tragici fatti, cioè Varsavia e il suo ghetto.

Se però l’inginocchiamento viene inserito nel quadro più vasto della Ostpolitik, allora se ne può ricavare anche un’altra e non meno rilevante lezione. Brandt, all’epoca, aveva capito che per avviare una distensione profonda nel contesto europeo si sarebbero dovuti eliminare le ipotetiche ragioni di dissidio tra i partner futuri. Nel 2020 le questioni sul campo sono certamente diverse. Ciononostante, l’approccio di Brandt, fatto di riconoscimento delle responsabilità del proprio Paese e di aperture visionarie perché capaci di tratteggiare scenari in cui tutti gli attori in campo possano sentirsi partecipi di un disegno di sviluppo comune, resta ancora valido, con tutta la sua forza e pur con tutte le difficoltà che l’attuale classe dirigente deve affrontare per riprendere quel filo che, se non si è spezzato, quanto meno non sembra proprio solidissimo.


1 H. Ehmke, Mittendrin. Von der Großen Koalition zur Deutschen Einheit, Rowohlt, Berlin, 1994, p. 125.

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