Il progetto politico europeo si forma su parole chiave come libertà, uguaglianza, fraternità, tolleranza.

Ma c’è una parola che cova sotto questi principi. Una parola che resta in ombra, non detta, e che pure riaffiora tutte le volte che gli appelli universalistici perdono presa e terreno. È la paura.

Paura che noi tutti oggi proviamo dopo la nottata di Nizza e il sangue che ha imbrattato la Promenade des Anglais mentre esplodevano i fuochi di artificio del 14 luglio.

Paura che ritroviamo a fondamento del pensiero politico di Thomas Hobbes, tra i primi e principali pensatori dello stato di natura e del contratto sociale.

Hobbes eleva la paura – da sempre considerata il più vergognoso degli stati d’animo – a motore primo dell’attività politica. La paura originaria è quella che ciascun uomo prova verso il proprio simile: l’uomo vede nell’altro uomo un lupo, il suo potenziale assassino. Nella visione hobbesiana, se gli uomini entrano in rapporto, lo fanno solo nel segno dell’ostilità, dell’offesa, dell’aggressione. La guerra è allora la condizione più tipicamente umana e la pace non è che una contingenza temporanea dovuta a un calcolo strumentale. Hobbes nel fondo oscuro della comunità legge questo: che essa porta in sé un dono di morte.

Per questo, l’unica possibilità per uscire dall’anarchia naturale e stabilire l’ordine consiste nella soppressione della comunità, nell’annullamento del legame sociale. L’assolutismo hobbesiano è in primo luogo lo scioglimento di ogni vincolo. Non si tratta tanto o solo del Sovrano sciolto dalle leggi, ma si tratta degli uomini sciolti dalla loro relazione reciproca.

Oggi – in un giorno di paura, in cui ancora una volta il progetto europeo risulta aggredito nel vivo della sua carne – resta da chiedersi cosa vogliamo fare di questa paura. Se vogliamo, come Hobbes, farne la matrice di una politica segnata dalla logica del danno subìto e dell’aggressione, dell’esclusione e del sospetto.

O se invece vogliamo provare a ricollegare quelle parole – libertà, fraternità, uguaglianza, tolleranza – proprio alla carica positiva che la paura porta con sé: ossia al riconoscimento della comunità umana proprio nel segno della comune vulnerabilità.

Siamo simili – e dunque potenzialmente solidali, compartecipi, tolleranti – proprio perché esposti alla mortalità, alla fragilità e alla dipendenza. Invece di recidere all’origine la possibilità di queste esperienze – possibilità che ci fa paura e ci porterebbe a erigere argini e confini – è possibile pensarle come occasioni generatrici di un rapporto di sollecitudine verso la vita corporea, esposta e vulnerabile dell’altro.

Un rapporto che prima di qualsiasi programma politico ci ricorda che siamo implicati gli uni nelle vite degli altri. Sui viali di Nizza, come nella banlieue parigina; nel gate degli aeroporti internazionali, come sulle coste di Lampedusa; tra i quartieri di Dacca e i palazzi in rovina di Damasco. Interdipendenti oltre e malgrado ogni proclama ringhioso che già oggi, ancora col fiato corto per la paura, lancia i suoi strali contro il diverso e alleva nuovi lupi.

La prima mossa per pensare e costruire il futuro è sempre stata guardarsi dentro e non vedere solo noi.

Caterina Croce
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

 

15/07/2016


Photogallery

Leggere per immagini. Qui di seguito i frontespizi di alcune delle opere fondamentali del pensiero politico moderno: la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen proclamata dalla Assemblea Nazionale della Rivoluzione francese inserito come preambolo della Costituzione nel 1791, Rights of Man di Thomas Paine (1792), Essai philosophique concernant l’entendement humain di John Locke (1758), On Liberty di Stuart Mill (1859), Traité sur la Tolérance di Voltaire (1764) e De Cive di Thomas Hobbes (1669).

 

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