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Una delle politiche che definiranno la Presidenza Trump riguarda la politica commerciale con la Cina. Mai come durante l’amministrazione Trump i rapporti sino-statunitensi sono stati così tesi. Basti pensare alla dichiarazione che il Presidente Trump ha rilasciato a fine maggio: “[la Cina] per decenni ha truffato gli Stati Uniti come nessuno aveva mai fatto. Annualmente sono state perse centinaia di miliardi di dollari nelle trattative con la Cina (…) La Cina ha depredato le nostre fabbriche, delocalizzato i nostri lavori, sventrato le nostre produzioni, rubato la nostra proprietà intellettuale, e violato gli impegni presi sotto l’egida dell’Organizzazione Mondiale del Commercio”.

Coerentemente con le sue parole, l’Amministrazione Trump ha condotto una politica di dazi e barriere doganali per costringere la Cina a cambiare le sue pratiche di commercio, giudicate “scorrette”.

Sarebbe però un errore pensare che questa posizione sia appoggiata esclusivamente dall’Amministrazione Trump: al contrario, questa politica ha riscosso un certo consenso bipartisan. Democratici rappresentativi come Chuck Schumer, leader democratico nel Senato USA, hanno infatti dichiarato come la questione cinese vada oltre l’affiliazione partitica, e si configuri come trasversale all’intero arco politico USA.

Per capire come si arrivi a questo punto, occorre ripercorrere (sommariamente) alcune tappe delle relazioni sino-statunitensi negli ultimi 20 anni.


Nel 2000, lo “US – China Relations Act” viene firmato da Bill Clinton. A partire dagli anni ’80, i rapporti commerciali tra Cina e Usa erano diventati sempre più stretti: con questo Atto, alla Cina vengono aperte le porte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, in cui la Cina entrerà a far parte dal 2001. I rapporti commerciali creano sempre una maggiore interdipendenza tra le due potenze. Nel 2008, la Cina diventa il primo creditore degli USA, detenendo una parte molto cospicua del debito pubblico statunitense: 585 miliardi di dollari all’epoca. Un secondo record, raggiunto nel 2010, è quello di diventare la seconda maggiore economia mondiale, superando il Giappone.

In questi anni si collocano i rapporti tra l’Amministrazione Obama e il nuovo Presidente cinese Xi Jinping, in carica a partire dal 15 novembre 2012. In particolare, il “Sunnylands Summit” tra i due presidenti mira a distendere alcune delle tensioni emerse negli anni precedenti — in particolare, la disputa commerciale avvenuta nella primavera 2012 tra Stati Uniti e UE da una parte, e Cina dall’altra. Le tensioni però restano: a maggio 2015, si apre una disputa tra Stati Uniti e Cina per quanto riguarda alcune isole dell’arcipelago nel Mar Cinese Meridionale.

L’ascesa di Trump alla Presidenza USA, d’altro canto, non cambia subito la politica di distensione promossa da Obama: nel 2017, con il summit a Mar-A-Lago, in Florida, Trump dichiara che si sono fatti progressi “straordinari” nelle relazioni tra i due paesi. Solo un anno dopo, infatti, la guerra commerciale tra i due paesi inizia a prendere piede con l’uso da parte degli Stati Uniti, di dazi e tariffe per scoraggiare le esportazioni cinesi. L’accusa di Washington alla Repubblica Cinese è quella di alimentare un disavanzo commerciale favorevole agli interessi cinesi; la mossa degli USA però non cambia la politica commerciale cinese: la Cina reagisce con nuove tariffe su prodotti USA. Nella cornice poi della pandemia COVID i rapporti commerciali e diplomatici tra i due paesi peggioreranno ulteriormente.


Nel descrivere questa escalation, la metafora della “Guerra Fredda” è diventata incredibilmente popolare. Ma è davvero così? Discutiamo delle relazioni sino-statunitensi nel contesto delle elezioni USA 2020 con il Professor Odd Arne Westad dell’Università di Yale.

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