Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università di Pavia

In questo periodo di emergenza i nostri governanti si trovano di fronte a una serie di scelte drammatiche. Devono valutare, per esempio, in che misura abbassare il tasso di mortalità nel prossimo futuro sacrificando le libertà fondamentali adesso e il benessere delle generazioni future; fino a che punto diminuire il rischio di morte per persone anziane sacrificando l’istruzione per i giovani; e fino a che punto sospendere i vincoli di privacy per permettere di monitorare la diffusione del virus.

Guardiamo più da vicino l’idea di “valutare” in questo contesto. Più ci concentriamo su questo concetto, più ci rendiamo conto della difficoltà di specificare che cosa significa esattamente e quali tipi di operazioni mentali comporta. Non è sufficiente l’accumulo di evidenze empiriche da parte degli scienziati, siano essi medici o scienziati sociali, perché sono in gioco una pluralità di valori etici, dalla libertà alla privacy al benessere alla minimizzazione dei morti. Riusciamo a soppesare questi valori? Esiste una metrica valoriale comune per farlo? Le scienze empiriche non forniscono risposte.

Chi è familiare con il ragionamento economico dirà che qui abbiamo a che fare con dei “trade-off”. Esiste sì una metrica comune, che è l’utilità attesa, misurata in termini di soddisfazione più o meno probabile dei nostri desideri. Vediamo allora quale dei diversi corsi d’azione alternativi produce maggiore utilità attesa. Ogni cosa buona ha un suo prezzo in termini di altre cose buone. Allora calcoliamo, e scegliamo l’alternativa complessivamente migliore (o meno peggio). Si tratterà di una scelta razionale per l’intera società.

L’applicazione della nozione di trade-off nel campo delle politiche pubbliche trova le sue origini nella teoria etica dell’utilitarismo – la teoria secondo la quale il giusto consiste nella massimizzazione del benessere complessivo della società. Questa teoria, però, si è rivelata problematica in diversi sensi.

Un primo problema riguarda il fatto di applicare alle questioni pubbliche – questioni che toccano la sorte di una pluralità di persone – un modello di scelta razionale la cui sfera di applicazione appropriata è quella della spiegazione del comportamento individuale. Applicare il principio di scelta razionale individuale alle scelte sociali comporta sacrificare un certo tipo di bene per alcune persone per promuovere un altro tipo di bene per altre persone. Su questo, le prime possono avere da ridire, mentre nessuno contesta la scelta di un individuo di sacrificare un certo scopo puramente personale per perseguirne un altro.

 

Un secondo problema riguarda l’assunto utilitaristico che tutti i valori siano commisurabili e fungibili. Esistono diversi tipi di controesempi, alcuni più drammatici di altri. Dai detrattori più forti sentiamo dire che la vita umana non ha un prezzo. Anche questo punto di vista è problematico: se la vita avesse un valore infinito, se il valore di una vita non potesse mai essere messo nel bilancio, allora saremmo obbligati a indirizzare tutta la spesa pubblica ai servizi sanitari e alla sicurezza stradale. Noi invece spendiamo anche per fornire istruzione e per conservare i beni culturali. In Italia ci sono delle strade affiancate da alberi che, limitando la visibilità intorno alle curve, aumentano la probabilità di incidenti stradali, eppure non abbattiamo quegli alberi. Sacrifichiamo vite in favore della bellezza.

 

Esistono però delle sfide teoriche meno estreme e più plausibili alla premessa della fungibilità dei beni. Conosciamo tutti lo slogan “La liberté ou la mort”. A molti sembrerà estremo, ma se pensiamo alla libertà come fenomeno che esiste in gradi diversi, tutti noi probabilmente possiamo individuarne una certa soglia minima al di sotto della quale si pagherebbe un prezzo troppo alto per minimizzare la probabilità di prendere un virus anche potenzialmente letale. Lo stesso ragionamento può valere, per esempio, per i vincoli di privacy (considerando anche che la loro sospensione “solo temporanea” è probabilmente utopica), o per il benessere economico (anche, ma non solo, in virtù della sua forte correlazione statistica con la longevità). In tutti questi casi, insomma, noi possiamo individuare delle soglie che non hanno un prezzo. E un punto analogo si può fare nel caso delle questioni distributive, che gli utilitaristi trascurano se non in termini puramente strumentali: gli individui hanno dei diritti, e questo significa che ci sono delle cose che non puoi fare loro, a prescindere dalla quantità di benessere o sicurezza che potresti produrre per altri individui o per la collettività.

Le obiezioni delineate sopra al concetto utilitaristico di trade-off diventano particolarmente evidenti se prendiamo in considerazione la politica dell’“immunità di gregge” inizialmente abbracciata, e poi abbandonata, dal governo britannico. Infatti, continueremmo probabilmente a respingere tale politica anche nel caso in cui si rivelasse essere davvero la via più efficace per massimizzare la somma totale delle utilità individuali in Gran Bretagna. Tra le argomentazioni che si potevano intravedere nei ragionamenti iniziali dei politici britannici vi era quella secondo la quale la politica in questione avrebbe prodotto un tasso di mortalità molto alto, ma in compenso la sofferenza economica sarebbe stata minore rispetto a quella dell’Italia, evitando così una serie di danni significativi di lungo termine, soprattutto per i giovani e per i poveri (tralasciando, per motivi di efficienza economica, l’alternativa di un aumento significativo della redistribuzione delle risorse). Nei ragionamenti utilitaristici, le vite degli anziani possono benissimo valere meno in media rispetto a quelle dei più giovani. Inoltre, ha aggiunto qualche commentatore cinico, la scomparsa dei primi avrebbe prodotto risparmi in termini di spese sanitarie e pensionistiche. Dico “intravedere” perché, come si può immaginare, simili ragionamenti tendono a essere fatti a porte chiuse, meritando una celebre etichetta introdotta qualche decennio fa dal filosofo inglese Bernard Williams: Government House utilitarianism.

Certo possiamo sempre disegnare nuove curve di indifferenza che tengono conto delle obiezioni poste sopra alla fungibilità di certi beni intrinseci, e questo fatto ci permette di continuare a dare spazio alla nozione di trade-off anche nell’esplicazione di scelte etiche alternative a quelle utilitaristiche. Semplicemente, il tasso di conversione di un bene in un altro cambia, perché le nostre preferenze riconoscono alcuni vincoli morali nella forma di soglie minime e diritti individuali. Tuttavia, rimane importante ricordarsi che non sono le nostre preferenze a determinare tali vincoli morali; al contrario, sono i vincoli morali a dover determinare le nostre preferenze. E’ necessario quindi chiarire i fondamenti etici di questi vincoli.

L’idea della sacralità della vita può svolgere un ruolo etico in quanto vincolo sul comportamento individuale (“non uccidere”), ma non aiuta nelle scelte pubbliche che, come nel caso dell’emergenza attuale, comportano inevitabilmente dei calcoli. D’altra parte, non bisogna cadere nell’errore opposto di inferire, dalla necessità di questi calcoli, la fungibilità completa dei beni e la correttezza etica dei trade-off utilitaristici. Esistono delle posizioni intermedie più convincenti, e l’etica analitica può aiutarci a individuarle e a giustificarle.

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