Università degli Studi di Pavia

Il termine capitalismo della sorveglianza non si riferisce, necessariamente, alle tecnologie digitali per il monitoraggio dei cittadini, quanto piuttosto ad una nuova forma di organizzazione economica e sociale governata dalle piattaforme digitali (es. Google, Facebook, Apple, ecc.) e fondata sull’estrazione e lo sfruttamento dei big data generati dai cittadini.    

Ad oggi, il 59% della popolazione mondiale è connessa ad Internet ed il 45% possiede uno smartphone, attraverso cui, principalmente, naviga sui social media ed accede a specifiche App. Aldilà di PC e smartphone, le persone sono costantemente connesse ad Internet tramite una moltitudine di device digitali (es. navigatori gps, wearable, dispositivi di domotica, ecc.), e pertanto attraverso le loro attività online generano enormi quantità di dati pressoché su tutto: comportamenti di acquisito, interessi culturali, relazioni sociali, preferenze sessuali, orientamenti politici, stato di salute. In aggiunta a ciò, bisogna anche considerare che i dati digitali non sono solamente generati dalle persone, ma vengono anche automaticamente estratti da esse; si pensi, ad esempio, ai cosiddetti dati residuali, ossia alla velocità con cui una persona batte sui tasti della tastiera o al tempo che ci mette a coprire una distanza da un punto A ad un punto B. Questi dati derivano dalle tracce digitali che le persone lasciano dietro di sé per il semplice fatto di aver usato un device digitale connesso ad Internet. 

Ora, questa enorme quantità di dati è il vero e proprio carburante della economia digitale contemporanea. I protagonisti dell’economia digitale sono un ristretto gruppo di digital company globali, come Google, Facebook o Amazon, le quali, oltre ad essere tra le più ricche al mondo, sono riuscite ad imporre i loro business model e le loro strategie di gestione dei dati ad una moltitudine di altri player pubblici e privati. Tecnicamente queste aziende si configurano come piattaforme che, da un lato, si pongono come (semplici) intermediari tra diversi attori (consumatori, pubblicitari, sviluppatori, ecc.), dall’altro, sfruttano la loro posizione di intermediari per estrarre sistematicamente dati dai suddetti attori e dalle loro interazioni. Si consideri inoltre che il controllo delle piattaforme sui dati si estende ben al di là dei confini digitali delle piattaforme stesse, raggiungendo l’open Web (es. bottoni di sharing), gli smartphone (es. App Store), le case private (es. Alexa) e le istituzioni pubbliche (si veda ad esempio la partnership tra Google e il servizio sanitario nazionale inglese).  

Shoshana Zuboff sintetizza tali processi di estrazione e controllo dei dati con il termine capitalismo della sorveglianza. Nello specifico Zuboff concepisce il capitalismo della sorveglianza come una nuova logica economica basata sull’estrazione unilaterale e l’accumulazione sistematica dei dati digitali generati dai cittadini, i quali vengono usati per perfezionare gli algoritmi delle piattaforme, investire nel nuovo (redditizio) mercato dell’Intelligenza Artificiale e vendere modelli previsionali a tutte quelle aziende che hanno bisogno di prevedere i comportamenti dei loro consumatori o clienti (come le agenzie di assicurazione o le grandi catene di distribuzione). 

Sebbene molti analisti concordino sul fatto che il capitalismo della sorveglianza sia già ben radicato nei paesi ad economia avanzata, è ragionevole pensare che l’emergenza Covid-19 – così come le possibili future pandemie previste da alcuni epidemiologi – possa fungere da acceleratore delle logiche e delle infrastrutture del capitalismo della sorveglianza, che potrebbe estendersi ben al di là del dominio della produzione economica. Nel prossimo futuro, infatti, potremmo assistere ad una progressiva diffusione dei meccanismi di sorveglianza digitale nelle forme, ad esempio, dello smart-working, della platformizzazione dell’istruzione universitaria o dello sviluppo di App governative per il monitoraggio della salute pubblica. In particolare, l’espansione delle logiche del capitalismo della sorveglianza all’interno delle istituzioni pubbliche ha sollevato molte preoccupazioni circa il futuro delle democrazie nei paesi occidentali. La preoccupazione, infatti, è quella che si vada verso un modello cinese, il cui sistema di Social Credit già determina (algoritmicamente) l’accesso dei cittadini ad alcuni servizi essenziali – come il micro-credito o l’uso di treni ad alta velocità – in base al tracciamento dei loro pattern di consumo e navigazione online.             

Nonostante l’attualità e la pervasività del fenomeno, il capitalismo della sorveglianza è ancora poco studiato (a livello empirico) dalla ricerca accademica e praticamente assente nel dibattito pubblico. In particolare, sappiamo ancora molto poco circa il livello di consapevolezza e le percezioni dei cittadini riguardo ai processi di estrazione e sfruttamento dei dati e del valore economico da essi generato. Tra l’altro, questa mancanza di attenzione verso la consapevolezza dell’opinione pubblica sembra riflettere le asimmetrie di conoscenza e potere su cui si fonda il capitalismo della sorveglianza.

Infatti, se da un lato le piattaforme dispongono di informazioni granulari circa i comportamenti dei loro utenti, dall’altro queste sono esplicitamente progettate per essere opache, ad esempio riguardo alle terze parti a cui i dati vengono venduti e agli scopi di queste ultime – come il recente scandalo di Cambridge Analytica ha messo in evidenza. Inoltre, le percezioni e preferenze degli utenti sono raramente prese in considerazione dalle piattaforme nella stesura dei contratti di servizio che questi sono spinti a sottoscrivere per accedere alle piattaforme stesse. Ad oggi, il dibattito scientifico e pubblico sul capitalismo della sorveglianza sembra concentrarsi esclusivamente sul tema della privacy. Certamente le questioni relative alla protezione dei dati personali sono (e devono rimanere) centrali, dato che la privacy è rubricabile come diritto fondamentale dell’essere umano, strettamente connesso alla dignità e all’autodeterminazione individuale. Tuttavia, le problematiche di appropriazione del valore sono egualmente importanti, in quanto i dati digitali prodotti dai cittadini tramite le loro attività online generano un cospicuo valore economico che viene estratto dalla società ma non redistribuito all’interno di essa – a tal proposito si considerino anche le sistematiche pratiche di evasione fiscale perpetrate da colossi multinazionali come Apple o Airbnb. 

Pertanto, se come alcuni analisti sostengono il capitalismo della sorveglianza sarà inevitabile, quanto meno diviene fondamentale aprire una discussione sui possibili modi attraverso cui governarlo, perché si basi su relazioni più eque e trasparenti tra cittadini e piattaforme. Relazioni che possono essere costruite a partire innanzitutto da una maggiore comprensione dei livelli di consapevolezza dei cittadini rispetto alle logiche che guidano i processi di estrazione e sfruttamento dei loro dati digitali, nonché di ascolto dell’opinione pubblica. In secondo luogo, diviene fondamentale una riflessione sul sistema di relazioni che lega aziende, istituzioni pubbliche, policy maker e cittadini e sugli equilibri di potere sottostanti. Infatti, è intorno a questo sistema di relazioni che è possibile negoziare i confini del capitalismo della sorveglianza. Se dunque, come già menzionato, il capitalismo della sorveglianza sarà (forse) inevitabile, queste piste di ricerca e dibattito potranno guidare una critica positiva, volta a riequilibrarne gli impatti sulle nostre società. 

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