La tecnologia contemporanea pone le proprie basi sul concetto di usabilità, ogni strumento digitale è una scatola nera all’interno della quale la complessità tecnologica è nascosta, affinché possa funzionare in modo estremamente semplice, attraverso lo sfioramento tattile, un comando vocale o riconoscimento facciale. Allo stesso tempo, la società in tutte le sue articolazioni tende a semplificazioni sempre più spinte, nei messaggi politici come nelle comunicazioni mainstream, progressivamente appiattite su approcci più immediati come video o audio, in sostituzione dell’ormai “obsoleto” testo scritto.

È in questo scenario che si colloca la crescita di nuove generazioni, poco o per nulla avvezze a comprendere la complessità dei contesti circostanti e assuefatti ad una pratica degli strumenti digitali che è ben lontana dal poter essere considerata competenza. La scuola, di riflesso, ha assistito ad un progressivo impoverimento del processo di costruzione di una coscienza critica, obiettivo primario del percorso formativo di un individuo. La portata dirompente di una conoscenza “liquida” non adeguatamente elaborata e indirizzata, è probabilmente una delle cause cui imputare i risultati di apprendimento che ci vedono nelle posizioni più basse delle classifiche europee, rispetto alle competenze di base come comprensione del testo e problem solving.

 

Appare quindi la necessità di una didattica orientata alla complessità.

Approcciare la complessità significa fornire strumenti idonei a comprendere ogni elemento di studio come “oggetto complesso”, da scomporre e ricomporre dopo averne compreso le interazioni chiave. In questo percorso risulta evidente come gli studenti siano il centro della didattica esattamente come ci insegna la pedagogia postmoderna, collocando il docente in un ruolo di “bussola” nell’orientare il percorso di costruzione del sapere, non in un ruolo di faro, quindi, ma di orientamento, che permetta ad ogni studente di esprimere il proprio potenziale all’interno di un gruppo classe, che con essi lavora per un obiettivo comune. In una tale visione risulta evidentemente essenziale abbandonare l’esclusività di lezioni frontali, che devono essere viste, invece, come punto di arrivo, perché solo uno studente formato e capace di studiare sarà pronto a trarne beneficio. Bisogna, quindi, favorire quanto più possibile una metodologia focalizzata sul pensiero computazionale ed il problem solving, in grado di offrire allo studente le giuste coordinate per orientarsi in uno scenario diverso dalle semplificazioni a cui è esposto nella realtà che vive nel quotidiano. L’efficacia di tale approccio, inoltre, è spesso condizionato non solo dalla capacità del docente di sottrarsi alla tentazione di guidare gli studenti verso la soluzione dei problemi da risolvere, ma anche da come e quanto la scuola sfrutti elementi già presenti nella propria organizzazione. A sostegno di un percorso didattico così costruito risultano efficaci due elementi fondamentali: la compresenza di più docenti e l’utilizzo strumenti digitali a supporto del lavoro di ricerca e progettazione a disposizione del gruppo classe.

Il docente in compresenza è una figura già esistente all’interno dell’organizzazione scolastica, ma troppo spesso considerato un docente “secondario” rispetto alla cattedra curricolare. Tale ruolo risulta fondamentale in un processo in cui la competenza digitale non si esaurisce nel saper utilizzare strumenti digitali, ma è invece la capacità e la competenza di padroneggiare tali strumenti in una chiave didattica e metodologica a supporto di tutte le discipline. Sarebbe opportuno quindi pensare ad una scuola che veda la compresenza tra docenti come elemento privilegiato per favorire i processi di crescita all’interno di una classe in una continua cooperazione e condivisione delle competenze di tutti.

Riguardo agli strumenti, invece, non bisognerebbe  adagiarsi su un singolo o un determinato strumento hardware o software, perché gli strumenti devono essere scelti, gestiti e impiegati in funzione delle necessità del docente e delle sue scelte didattiche. Al contrario, la scelta di uno specifico strumento per tutte le discipline, risulterebbe un approccio fuorviante, perché un singolo strumento diventerebbe a sua volta una “scatola nera” a cui ci si affida in qualità di detentrice di soluzioni confezionate. Ad esempio, per quanto riguarda le materie scientifiche, sarebbe opportuno approntare laboratori con strumenti a basso costo, sensori, attuatori e microcontrollori, che possano permettere a tutti gli studenti di costruire, modellare e pensare strumenti utili agli argomenti da approfondire. In generale, potremmo dire che la dotazione di uno studente potrebbe essere un PC, una connessione a banda larga stabile a casa come a scuola ed una piattaforma in Cloud che permetta la produzione e la condivisione di documenti e materiali, per facilitare un lavoro di costruzione del sapere che sia realmente laboratoriale e cooperativo. Dal punto di vista hardware, infatti, la tecnologia è sempre più rapida nelle sue evoluzioni ed il mercato ci offre prodotti a basso costo utili in un laboratorio che potremmo definire “aperto”, così che il docente possa scegliere in modo opportuno e ragionato se e quale strumento utilizzare in funzione del percorso da realizzare. La scelta degli strumenti e dei singoli percorsi è tanto più efficace quanto maggiore è la consapevolezza del docente dei mezzi a sua disposizione. Non possiamo però pretendere che docenti di ogni disciplina possano avere tale competenza, nè che essa possa essere acquisita in una “manciata” di ore di formazione. Appare quindi necessario un ripensamento del ruolo dei docenti con competenze tecniche, che andrebbero impiegati come compresenza stabile o quantomeno periodica in tutte le discipline, soprattutto affiancati ai docenti tecnologicamente meno competenti.

Si potrebbe affermare che lo stato di necessità emergenziale che ha travolto chiaramente anche la scuola, abbia avvicinato una parte degli insegnanti all’utilizzo di strumenti software fino a questo momento considerati appannaggio della sfera scientifica e che questo avvicinamento abbia reso tali docenti competenti in tal senso. Non bisogna, però, cadere nella tentazione di commettere questo errore, confondendo l’utilizzo di strumenti digitali con la competenza necessaria ad una fruttuosa implementazione didattica degli stessi. Ad esempio, pensare di sostituire la lezione frontale in aula con una lezione frontale in un sistema di videoconferenze, significa non comprendere la diversità del setting all’interno del quale si svolgono le lezioni. La didattica a distanza, quindi, così come è stata affrontata nella maggior parte dei casi, può essere ricondotta solo ad un uso straordinario ed emergenziale. Per questo motivo, gli investimenti ministeriali non dovrebbero essere  indirizzati verso l’ennesima formazione in campo digitale dei docenti, ma dovrebbero essere direzionati verso un maggior numero di compresenze di docenti competenti che possano, nel quotidiano, coadiuvare e arricchire la didattica delle singole discipline, in un’ottica realmente digitale e con un approccio di pensiero computazionale.  Sarebbe opportuno, inoltre, promuovere uno studio attento all’efficacia di determinati strumenti software ed hardware, così da poter dotare le scuole di una “cassetta degli attrezzi” digitale iniziale, da utilizzare senza pregiudizi e senza feticismi, ma piuttosto con l’obiettivo di favorire un processo di dis-intreccio della complessità che, nel mio percorso personale, ha dimostrato di essere una strada concretamente percorribile verso lo sviluppo di un pensiero critico.

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