La pandemia ha cambiato la nostra vita in modo traumatico e repentino e ci sta spingendo a guardare il mondo con occhi diversi, nella consapevolezza che le stagioni di crisi portano inevitabilmente con sé enormi cambiamenti. Affinché questi cambiamenti migliorino la società portando beneficio dunque a chi più soffre e patisce nella sua vita quotidiana bisognerà però agire con intelligenza, quasi chirurgicamente direi, respingendo al mittente qualsiasi tentativo di approfittare della tragedia per aumentare ulteriormente precarietà e diseguaglianze. Non è un caso che Confindustria abbia immediatamente preso a pretesto la crisi occupazionale  innescata dal lockdown per scatenare una controffensiva contro i timidi e parziali tentativi del Decreto Dignità di ristabilire qualche argine contro la precarietà, e la miseria che ad essa è spesso legata, dei lavoratori. La riproposizione ossessiva delle ricette liberiste che hanno dato esiti fallimentari gode altresì dell’appoggio acritico dei media mainstream cui si è unito il ministro Gualtieri che ha affermato in più occasioni che è necessario allentare i vincoli ai contratti a termine, in particolare l’obbligo di inserirvi la causale, introdotti dal “decreto dignità” per ridare fiato all’occupazione. Manca dunque in questo quadro dove domina il pensiero unico neoliberista una voce forte che ristabilisca la verità fatta di numeri e dati inequivocabili. Difficilmente leggeremo sui giornali o ascolteremo nei talk show la notizia che all’indomani dell’approvazione del decreto dignità non c’è stato alcun aumento dei licenziamenti e tantomeno del contenzioso come paventava Confindustria: più semplicemente, decorso il termine massimo fissato dalla legge, le imprese, piuttosto che privarsi di risorse sulle quali avevano investito ovvero di rischiare contestazioni indicando causali discutibili, hanno preferito in molti casi assumere stabilmente i lavoratori di cui avevano bisogno per esigenze strutturali.  Nella nostra realtà socio economica i posti di lavoro effettivamente temporanei sono solo il 15% del totale, eppure sono temporanei l’80% dei nuovi contratti, ecco che obbligare il datore di lavoro ad indicare una causale smaschera tutte quelle situazioni in cui l’imposizione di un contratto a termine rivela solo la volontà di tenere il lavoratore sotto ricatto, costringendolo ad accettare piccoli e grandi abusi, pena il non rinnovo del contratto in scadenza e la ricaduta nella disoccupazione (la necessità di “testare” il lavoratore è ampiamente soddisfatta dal periodo di prova). Le misure di contrasto al precariato quindi non vanno rimosse ma semmai rafforzate, l’attuale sospensione di obbligo di causale deve cessare ad agosto, come è stato stabilito, e sarebbe importante introdurre un’ulteriore previsione di legge per far sì che il datore di lavoro non si sottragga al dovere di assumere chi ha lavorato per lui alla scadenza della durata massima (o del numero massimo di rinnovi) del contratto temporaneo, qualora ne abbia bisogno, invece di prendere un’altra persona dando così il via ad una girandola di lavoratori usa e getta tenuti sotto ricatto. Benissimo ha fatto il governo a prendere la decisione coraggiosa di bloccare i licenziamenti estendendo gli ammortizzatori sociali anche a categorie che normalmente ne restavano escluse, c’è ancora della strada da fare per includere tutti i lavoratori in una rete di protezione dalla disoccupazione ma mi rincuora il fatto che questa crisi inaspettata abbia fatto emergere la necessità di universalismo degli ammortizzatori sociali. Ovviamente però il blocco dei licenziamenti non può durare in eterno. Che fare allora per evitare che, quando il blocco finirà, partano licenziamenti collettivi o per motivo oggettivo che potrebbero riguardare, secondo le stime, più di un milione di persone con pericolose ricadute sociali? A mio parere il nostro Paese è pronto per adottare il metodo tedesco del “Kurzarbeit” o “lavoro ridotto”: in sintesi si tratta di ridurre temporaneamente l’orario a tutti i lavoratori di un’azienda in difficoltà mentre lo Stato si fa carico di compensare, in tutto o in parte, il salario mancante. Sarebbe un modo intelligente ed utile di utilizzare i fondi europei del SURE, mi auguro a tal riguardo che la ministra Catalfo vada fino in fondo e riesca a portare a compimento questo provvedimento cui sta lavorando. Il lavoro ridotto porrebbe anche  un sacrosanto ostacolo a quegli imprenditori che fanno lavorare a tempo pieno solo parte della loro manodopera, ponendo in cassa integrazione a zero ore coloro che hanno già deciso di licenziare quando il blocco sarà cessato. Penso poi che non sarebbe difficile restituire dignità e speranza ai tanti lavoratori schiacciati dall’attuale sistema di appalti e subappalti di cui le cronache ci riportano regolarmente episodi che ricordano lo schiavismo. Nel momento della ripresa partiranno piccole e grandi opere, pubbliche e private, e se il pericolo di illegalità e sfruttamento, mediante pseudo-appalti, interposizione di cooperative spurie ecc., era già alto prima dell’emergenza sanitaria diverrebbe, ora, altissimo. Sarebbe quindi una questione di giustizia introdurre quella semplicissima previsione legislativa di parità di trattamento economico – normativo tra dipendenti del committente e dipendenti dell’appaltatore o sub-appaltatore, che sanerebbe immediatamente la situazione di illegittimità diffusa, selezionando automaticamente gli appalti: quelli speculativi non avrebbero più ragione di essere, perché non vi sarebbe più quella differenza di costo del lavoro che è stata la ragione vera di ogni illegalità, e resterebbero solo gli appalti “buoni ed utili”, tecnicamente giustificati. Anche la cosiddetta piaga del lavoro nero potrebbe essere stroncata tramite un sistema che incentivi il lavoratore a denunciare prevedendo, ad esempio, la sua illicenziabilità per i 4 anni successivi alla regolarizzazione, con una tale garanzia economica sarebbero moltissimi i lavoratori invisibili che troverebbero la forza di denunciare. Per concludere: la devastante crisi economica che ci attende in autunno può essere affrontata in due modi: quello che già conosciamo a base di dogmi neoliberisti che hanno sempre fallito il confronto con la realtà portando miseria e sofferenze sociali inaudite e la Grecia è il triste emblema del fallimento di quelle ricette portate alle estreme conseguenze. Ma lo ribadisco: per me sarebbe un errore seguire quella strada, è ora di rimettere al centro della politica quei milioni di persone che hanno bisogno di lavorare per vivere, milioni di persone ignorate dagli organi di informazione e dai decisori politici ma che hanno tenuto in piedi il nostro Paese in questi mesi drammatici. Il prezzo più alto della crisi questa volta va fatto pagare agli speculatori, a chi si arricchisce senza produrre nulla, a chi elude il fisco e nasconde patrimoni all’estero e poi viene a chiedere allo stato italiano di garantire i suoi prestiti miliardari, a chi reclama per sé tutte le risorse pubbliche a disposizione per risollevarsi dalla crisi ma poi non vuole rendere conto a nessuno del proprio operato. Mi auguro si crei un’opposizione sociale abbastanza forte e decisa che possa sventare l’instaurazione di una nuova stagione di austerità e tagli al welfare. L’Italia non potrebbe sopportarlo.

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