Università di Torino

L’emergenza connessa con la pandemia da Covid-19 ha gettato luce su pezzi di società che la normalità aveva inabissato. I costi della crisi in corso, infatti, si stanno distribuendo sulla popolazione riflettendo fedelmente i diversi livelli di protezione delle categorie lavorative e sociali, facendo emergere linee di disuguaglianza ed esclusione.

Le immagini dei riders che affollavano la metropolitana di Milano, nei giorni coincidenti col picco dell’epidemia; i ritmi tenuti, in generale, dai lavoratori della logistica; la crescita delle difficoltà materiali fra lavoratori atipici e precari, lavoratori irregolari e partite iva, disoccupati e “micro-imprenditori” delle piattaforme, lavoratrici di cura e badanti, ci sbattono in faccia mondi che il discorso pubblico, per tanto tempo, non ha neanche considerato.

Per tante persone, in questi margini oscuri e indefiniti, l’emergenza sanitaria ha costituito un rischio ulteriore, che ha arricchito la già folta schiera di rischi che costella la loro vita quotidiana. L’esposizione agli attacchi del virus – che, insieme alla salute, ha investito il salario e, più in generale, la possibilità di vivere in maniera dignitosa – è stata totale, proprio come la loro esposizione ai rischi che il mercato, ogni giorno, mette loro di fronte.

Il virus, allora, ci ha mostrato vecchie e nuove forme di vulnerabilità, che investono i nostri corpi nel loro stare in un mondo in cui i rischi marcano ogni sfera delle nostre relazioni. In verità, c’è stato un momento in cui questa nostra costitutiva finitezza è stata assunta in tutta la sua centralità dai sistemi politici liberali, ed è stata considerata non solo in “negativo”, ma anche nella sua dimensione generativa, nella sua capacità di de-finirsi continuamente attraverso la decisione sulle proprie vite.

Se la libertà del diritto moderno era una libertà “astratta”, fissata nell’unica possibilità che l’uomo aveva a disposizione per sopravvivere – quella di vendere la propria forza lavoro a chi detiene i mezzi di produzione, in cambio di un salario – il Novecento segna un salto nella materialità delle condizioni di vita, in cui soltanto è possibile scegliere e autodeterminarsi. Lo Statuto dei Lavoratori, di cui proprio questo mese ricorre il cinquantesimo anniversario, segna l’apice di un processo teso ad affermare l’indisponibilità della dignità e della libertà della persona alla sfera puramente negoziale, ponendo un argine al mercato come unico orizzonte di possibilità. Lo sviluppo dei grandi sistemi di protezione sociale in Italia e in Europa nel corso del Trentennio Glorioso, insieme ad un diritto del lavoro che assume la centralità della possibilità di auto-realizzazione della persona nel lavoro, segnano un muro che, pur con limiti e porosità, protegge le persone dai rischi che il mercato e la quotidianità mettono loro di fronte, aprendo uno spazio per l’auto-determinazione libera e dignitosa.

È stata tutt’altro che una sintesi pacificata: si è trattato, piuttosto, di un processo innervato di tensioni, radicato nelle lotte dentro e fuori le fabbriche che, pur dentro le contraddizioni di un modello di sviluppo venato dal ricatto e dallo sfruttamento, ha segnato un’apertura verso l’immaginazione di un altro modo di vivere il lavoro. Non più forza lavoro astratta da adeguare alle mansioni richieste, indifferente ai desideri, alle capacità e alla personalità del lavoratore, ma momento fondamentale in cui poter esprimere adeguatamente le proprie abilità e mettere a frutto la propria formazione. L’articolo 13 dello Statuto dei lavoratori e la giurisprudenza che ne è conseguita segnalano proprio questa emersione della personalità del lavoratore, da cui deriva il diritto di auto-realizzarsi nel lavoro secondo le proprie capacità, senza che possano essere dequalificati il proprio ruolo e le proprie mansioni, che anzi devono essere oggetto di tutela e valorizzazione.

Quella “cittadella del diritto del lavoro”, come ribattezzata da Luciano Gallino, non solo ha subito decenni di assedio di politiche liberiste, ma sconta oggi i propri limiti di fronte ad una società immersa in trasformazioni epocali. L’emergenza sanitaria ci ha mostrato quanti sono i mondi ai margini delle metropoli, per i quali parlare di libertà e dignità rischia di avere quello stesso sapore di inganno che aveva per i lavoratori “liberi” e “uguali”, costretti ad affidare la propria vita alle fabbriche prima che il diritto e la sfida dell’emancipazione collettiva vi mettessero piede.

È forse necessario, in questo momento, fare una scelta di campo. C’è chi si è affannato, fin dal primo momento di questa epidemia, a mettere al primo posto le ragioni della produzione, quasi si trattasse di un Moloch trascendente, da cui discende la “norma” a cui tener fede, pur di preservare l’ordine assoluto delle cose. A costo di mandare la gente a lavorare in fabbrica, nei campi e per le strade anche al culmine dell’epidemia, nelle regioni al cuore del contagio. Anche riproducendo e amplificando, dentro le mura di casa, le stesse disuguaglianze che dominano la vita di tutti i giorni, in quella normalità che ha condannato il lavoro domestico a fatto “privato”, in genere svolto per conto dell’uomo dalla “propria” donna, fuori dallo sguardo del diritto e della politica. Lo hanno provato sulla propria pelle tutti coloro che hanno visto sacrificare la propria sicurezza sociale – che implica la possibilità di vivere in condizioni dignitose questa sospensione, anche dentro casa – sull’altare delle ragioni dell’accumulazione.

C’è, invece, un altro inizio possibile, ma c’è bisogno di guadagnare un altro angolo prospettico da cui affinare lo sguardo. Ce lo ha offerto la capacità di tanti movimenti, associazioni, individui e collettivi, di fare rete, costruendo esperienze di solidarietà contro e oltre l’emergenza. C’è la possibilità di partire dal riconoscimento di quella possibilità irriducibile di ciascuno di immaginare un altro modo di stare insieme. È necessario, in questa direzione, battersi per una protezione universale, che dia a tutti la possibilità di vivere dignitosamente la sospensione causata dal virus, sfruttandola per innescare un nuovo inizio. Il “reddito di emergenza” incluso dal governo nel “decreto rilancio” rischia di escludere troppi soggetti in condizione di necessità, traducendosi in una misura a termine per famiglie povere, che non coglie fino in fondo l’urgenza di assicurare universalmente la possibilità di progettare il proprio futuro liberamente, al di fuori dei ricatti.

Proprio come il Novecento assunse la fabbrica come luogo per affermare diritti e dignità, è oggi necessario assumere le nostre città come spazio per l’immaginazione di un nuovo modello di convivenza, in cui ciascuno possa costruire insieme agli altri quell’orizzonte comune che permetta a tutti di essere protagonisti del mondo che verrà. Un reddito di base universale, in questo quadro, rappresenta tutt’altro che un semplice sussidio o una forma di assistenzialismo. Si tratta, piuttosto, di un dispositivo che capovolge il nostro sguardo sul mondo e va oltre l’emergenza, abbattendo i muri che dividono i protetti dagli esclusi, mettendo tutti in condizione di dare a questa sospensione la forma di un’opportunità, senza nostalgie, fantasmi e padroni.

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