Intorno all’incendio del Narodni dom si sono raccontate molte storie. Una cronaca di parte fascista (Michele Risolo) nel 1932 lo descrive come l’ultimo atto di un assedio all’inizio non violento. Francesco Giunta – il ras del movimento fascista triestino – incita la folla all’assedio del palazzo. Sono le 17.30 di martedì 13 luglio 1920. Per due ore, scrive Michele Risolo, non accade niente. Poi da una finestra spunta una figura con la pistola, mentre dal tetto alcuni assedianti – è ancora Risolo che scrive – lanciano delle bombe a mano. Ma nessuno muore, non si hanno feriti.

Scrive Michele Risolo in Il fascismo nelle Venezia Giulia dalle origini alla marcia su Roma (Trieste, 1932):

“La truppa di presidio nella Caserma Oberdan dovette intervenire puntando contro il covo dei forsennati alcune mitragliatrici, mentre scelti nuclei dì squadristi salivano sui tetti del palazzo delle poste e degli edifici circostanti iniziando, a colpi di rivoltella, di moschetto e di bombe a mano, una serrata offensiva contro i rivoltosi” [gli assediati dentro il Balkan].

E poi prosegue:

“Questa mossa strategica ebbe ragione degli avversari: difatti, dopo circa venti minuti di fuoco, gli assediati del Narodni Dom cedettero. Allora i fascisti che circondavano l’edifizio dalla parte di terra, irruppero contro gli ingressi, ne scardinarono i cancelli e le saracinesche, lo invaserò e, lasciato che alcuni passeggeri si mettessero in salvo, consegnarono agli agenti e ai soldati il gruppo dei forsennati che s’era asserragliato in una delle stanze più interne. Piazza Oberdan, la grande via Carducci, tutte le vie adiacenti mareggiavano di folla urlante e imprecante. Frattanto, dietro ordine di Giunta che cercava di contenere il tumulto per evitare inutili sacrifìci di vite umane, un gruppo di squadristi, guidati da Carlo Lupetina, era riuscito a requisire, nei dintorni, alcune latte di combustibile. Constatato che nessun essere vivente era più nell’interno dell’edifizio, richiamati gli squadristi che avevano invaso il tetto. La prima squadra fascista, agli ordini diretti di Giunta, coadiuvato dal Lupetina, diede mano alle latte di benzina e il fuoco divampò. Alimentate dall’enorme cumulo di munizioni nascoste nella casa slava e che scoppiavano con immenso fragore, le fiamme avvolsero ben presto, nella loro furia divoratrice e purificatrice, il vasto covo nemico, che quadrato e minaccioso, si accampava nel mezzo della città. Era l’ora del crepuscolo. Non meno di centomila persone, tenute a distanza dal cerchio dei fascisti, assistevano applaudendo freneticamente, ebbre di gioia, allo spettacolo di redenzione e di purificazione”.

Dunque, la scena presenta una piazza piena di individui, un atto di autodifesa degli sloveni (alquanto incredibile) la distruzione radicale del palazzo, la folla che non interviene e plaude al gesto.

Ora prendiamo in considerazione una diversa descrizione dei fatti. Riprendiamo la cronaca da Claudio Silvestri (Dalla redenzione al fascismo. Trieste 1918-1922, Udine 1959, p. 51 e sgg.) o da Mario Pacor (Confine orientale, Milano 1964, pp. 68-83).

Ai primi di luglio, racconta Silvestri, si verificano scontri a Spalato tra popolazione slava e ufficiali italiani [come riporta l’editoriale di “Il Giornale d’Italia”, quotidiano di area nazionalista, il 13 luglio 1920]. La notizia degli scontri giunge a Trieste e il Fascio locale promuove una manifestazione antislava. Durante la manifestazione si hanno incidenti e tafferugli e un giovane dalmata muore senza che sia chiaro chi lo uccide.

In ogni caso, scrive Claudio Silvestri quel fatto scatena una reazione. Francesco Giunta, leader locale del Fascio di combattimento, scrive Silvestri, “intuì che era il momento dell’azione. “Al Balkan! Al Balkan” è il grido dei manifestanti.

“Tre colonne si formarono: una precipitò per Via Roma; un’altra per via San Spiridione; la terza colonna, attraversato celermente il Corso, piegò per via Dante. Poco dopo, sboccando da più parti, la massa fascista, seguita dall’immensa fiumana di popolo, bloccava da tutti i lati l’imponente mole del Balkan e lo assediava, al comando di Giunta. Nel frattempo, anche alcuni gruppi di militari erano usciti dalle vicine caserme, assumendo l’iniziativa dell’assalto al massiccio edificio degli slavi che venne fatto oggetto di una fitta sparatoria dopo che un razzo era stato lanciato in aria dal vicino palazzo delle Ferrovie. Quindi, scardinate le porte, che erano sbarrate… i fascisti gettarono all’interno dell’edificio delle latte di benzina e vi appiccarono il fuoco che durò per un’intera settimana, in quanto i vigili del fuoco, subito accorsi sul posto al primo allarme, erano stati impediti dai fascisti ad intervenire per domare l’incendio”.


I fatti del 13 luglio 1920 bruciano ancora, a Trieste, cento anni dopo


Riprendere in mano quella data serve per capire più che per ricordare. E serve a mettere sul tavolo alcune questioni che ci riguardano.  L’intenzione, come spesso capita, non è solo ricordare il passato, ma partire dal presente, cercare di individuare quando e come questo presente ha una sua scena d’ordine nel passato e poi tornare verso l’oggi per misurare quanto quel passato sia lontano da noi, oppure ancora ci accompagni.

Alternativamente si potrebbero prendere in esame le parole di Roberto Farinacci nel suo Storia della rivoluzione fascista, o quelle di Claudio Silvestri (Dalla redenzione al fascismo. Trieste 1918-1922, Udine 1959, p. 51 e sgg.) o da Mario Pacor (Confine orientale, Milano 1964, pp. 68-83) se si opta per la narrazione antifascista.

A lungo la data del 13 luglio 1920 ha dormito nella coscienza pubblica, fuori da Trieste. Ma anche a Trieste ci ha messo del tempo per proporsi come data nel calendario civile della città. Questo ci dice un primo dato, molto importante: gli avvenimenti del 13 luglio 1920, come tutto ciò che riguarda la storia, sono una memoria costruita, più che un passaggio che si fissa subito negli immaginari.

Quel processo non immediato, con tempi diversi, è stato ricostruito dallo storico Matteo Di Figlia, ed è importante tenerlo a mente, perché forse quel profilo a “tempo ritardato” – espresso con una memoria “tenue” – dice molte cose, più di quante non si sia, ancora oggi, disposti a riconoscere e ad ammettere.

Dentro a quella lentezza c’è l’incomprensione di una componente, quella socialista, che non riesce né allora, né nel tempo successivo a misurarsi con le ansie, i timori, l’immaginario dei nazionalismi in conflitto.

Ma la stessa lentezza attraversa il fronte fascista. L’episodio del Balkan rimane a lungo confinato tra le cose raccontate solo a metà. Mussolini sulle pagine de “il Popolo d’Italia” lo indicherà come “il Capolavoro del fascismo triestino”, un mese dopo. Ma poi quella data, il 13 luglio 1920, scomparirà dal calendario fascista. “Il Popolo di Trieste” (giornale fascista locale) lo ricorderà nel 1921, ma poi sempre più raramente. In breve non costituisce un luogo di memoria del fascismo. Per vari motivi, racconta Matteo Di Figlia: perché nel conflitto del biennio che porta alla marcia su Roma, quello scontro non rientra nell’idea di guerra civile, fascismo/antifascismo, ma si configura come la continuazione di una guerra nazionale. Per questo l’attenzione si sposterà sulla memoria di Guglielmo Oberdan, di Nazario Sauro. Quella scena, invece, rimane nella memoria della popolazione slovena.

Non è l’unica cosa da comprendere.

È significativo che di tutta quella giornata nella memoria pubblica di tutti rimanga solo la scena dell’Hotel Balkan.

Quel giorno, invece, accadono molte più cose. Per cui chiunque voglia confrontarsi con quell’evento è obbligato a prendere la storia a parte intera: di quei giorni e nel tempo lungo.


Di quei giorni


Ripercorrere quei giorni significa non solo vedere come in generale si esce dalla guerra (ovvero cosa accade quando “tacciono le armi”), ma anche considerare le violenze fisiche che accadono a Spalato nei confronti degli italiani l’11 luglio (ne parla il “Giornale d’Italia”, quotidiano di area nazionalista.

In altre parole, il tema è collocare la scena del pomeriggio di martedì 13 luglio 1920 dentro un flusso, in uno stato d’animo altamente conflittuale che cresce nei giorni immediatamente precedenti.

Significa ricordare altre due cose:

  1. la scena dell’incendio del “Balkan” avviene con una folla che applaude. Primo segno della “zona grigia”: di chi assiste ai fatti della storia e vi si adegua, tratto che attraversa tutta la storia del ‘900, non solo a Trieste, ma che quel giorno ha un primo atto pubblico;
  2. soprattutto, il “Balkan” non è l’unico luogo che prende fuoco quel giorno. Ci sono almeno altri 20 luoghi che segnano le tappe di devastazione che illuminano Trieste fino a notte inoltrata (link all’elenco). Anche per questo tutta la discussione “tecnica” su chi appicca il fuoco al “Balkan” è di scarso interesse. Perché il tema è la violenza che si scatena in tutta la città.

Questa dinamica è anche tipica di tutti i processi di convinzione dove la paura diventa l’attore che fa agire le persone e dove chi è in grado di proporsi come la voce della paura riesce a imporre il proprio programma.

Nel tempo lungo. Quella memoria di conflitto per l’identità nazionale ha una storia che si allunga da allora fino a noi. Una storia che con difficoltà intraprende le strade per una ricomposizione che non escluda e che contribuisca alla costruzione di un percorso di cittadinanza. Il confine, o meglio la percezione di dove si collochi il confine, è spesso un motore di storia e del modo di raccontarla.

Trieste è, da questo punto di vista, un luogo altamente simbolico. Quel confine, a Trieste, è stato spesso il segno di storie opposte e in conflitto che non hanno sopportato la presenza di “altri”. Un luogo che esclude il punto di frontiera come luogo d’incontro, di confronto e di scambio, di crescita. Ma un luogo di confine come divisione, come segno del territorio patrio, dove «al di qua» e «al di là» indicano terreni di non commistione. E dove disegnare carte della propria presenza significa dunque mettere una bandiera, espellere o silenziare le culture altre. Una scelta che non riguarda solo gli italiani, riguarda egualmente tutte le altre presenze nazionali in quel vasto territorio che è segnato da molti luoghi di memoria intrisi di sangue. Tanto per citarne alcuni: Basovizza, l’isola di Arbe, Fiume, la Risiera di San Sabba. Quattro luoghi molto vicini tra loro che, tutti insieme, raccontano il Novecento e con cui molti hanno difficoltà a misurarsi prendendoli in carico tutti insieme.

Non solo. Leggere quella scena come il momento in cui nasce una nuova idea di “Italia” non significa solo ripartire da quel capitolo sulla violenza e vedere come entra nella retorica fascista [sono le parole di Roberto Farinacci], ma anche scavare nel modo in cui si è costruita un’idea di identità nazionale a partire dal conflitto. Nel caso italiano implica aprire un percorso di ragionamento sull’educazione e costruzione dell’identità italiana che ha nella riforma scolastica Gentile [1923] un pilastro essenziale e un passaggio ineludibile.


In conclusione


Il tema era ed è come si costruisce l’idea di identità, che cosa si riconosce (o non si riconosce) come cultura da sapere, da coltivare, da salvaguardare o, viceversa, da escludere, ignorare, accantonare.

La sfera della cittadinanza ha un nesso con gli obiettivi che ci si pone nel formare oggi i cittadini di domani. Perché ai torti subiti in passato la risposta non è prevalentemente il risarcimento, o il culto dei “luoghi di memoria”, che necessariamente non possono che essere divisivi, conflittuali, alternativi, escludenti, ma il lavoro educativo e formativo per dimostrare che un’altra forma di coabitazione e di vita insieme è possibile e che non c’è un luogo che, da solo, racconta tutta la storia.

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