Ricercatore

26 novembre 2019. Al termine di un vertice nella prefettura di Foggia, il capo del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno Michele Di Bari dichiara che intende procedere in tempi brevi alla chiusura del Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo di Borgo Mezzanone e allo sgombero dell’insediamento informale sorto sulla ex pista di atterraggio militare retrostante. Al momento, nell’insediamento vivono circa 1.000 persone, per la maggior parte originarie di paesi dell’Africa Occidentale. Questo numero è vicino a quello della popolazione permanente dell’insediamento e corrisponde a circa metà delle 2.000 presenze toccate nel corso della raccolta del pomodoro in estate. 1

3 dicembre 2019. Intorno alle 3 di notte un incendio, probabilmente scaturito da un fornello a gas o da una stufa di fortuna, si diffonde fra le baracche di cartone, plastica e lamiera dell’insediamento informale chiamato Gran Ghettò, a circa 20 chilometri dalla città di Foggia. Il fuoco lascia senza un’abitazione circa 400 delle 600 persone presenti al momento nell’insediamento, cifra, anche in questo caso, più bassa delle circa 1.000 presenze registrate durante la raccolta estiva e che si avvicina alla popolazione permanente. Come nel caso di Borgo Mezzanone, la maggior parte di questi viene da paesi dell’Africa Occidentale. In seguito ad un vertice tenuto la mattina dopo l’incendio, la prefettura di Foggia dichiara l’intenzione di costruire una tendopoli in un’area adiacente all’insediamento.

La nostra immagine di insediamento informale è legata alle espressioni di questo fenomeno in paesi extra-europei – alle baraccopoli presenti in molti paesi del Sud del mondo.2 Ad oggi, tuttavia, questo fenomeno ha proporzioni rilevanti anche in Italia. Secondo un rapporto pubblicato da Medici Senza Frontiere nel 2018, sono almeno 50 gli insediamenti informali abitati da cittadini stranieri nel nostro paese, per un totale di almeno 10.000 persone.

Gli insediamenti creati dai braccianti africani come quello di Borgo Mezzanone e Gran Ghettò, presenti in svariate aree agricole del nostro paese, rappresentano un caso paradigmatico. I loro abitanti li chiamano genericamente “ghetti”. Sono nati negli anni Ottanta con l’occupazione di casolari abbandonati per la stagione del raccolto. Oggigiorno, alcuni di questi insediamenti si sono stabilizzati ed ampliati, fino a diventare vere e proprie città autocostruite capaci di ospitare migliaia di braccianti durante la stagione lavorativa e abitate per tutto il resto dell’anno da centinaia di persone, non necessariamente impiegate in agricoltura. Gli abitanti vivono isolati dalla società circostante ed esclusi dall’accesso ai servizi e dalle istituzioni su cui siamo soliti contare.

Le condizioni di vita sono particolarmente dure non soltanto per l’assenza di acqua, servizi igienici ed elettricità ma anche per il rischio costante che la propria abitazione venga distrutta. Incendio e sgomberi, infatti, non sono eventi eccezionali. Gran Ghettò fu sgomberato nel 2017 e progressivamente ricostruito prima di essere distrutto nell’ultimo incendio. Dopo lo sgombero, molti dei suoi abitanti si rifugiarono al ghetto di Borgo Mezzanone, ora minacciato dallo stesso destino. Nel corso degli anni, ampie porzioni di entrambi gli insediamenti sono state distrutte da incendi ripetuti, molti dei quali hanno provocato vittime. I ghetti in altre parti del paese hanno conosciuto storie analoghe, primo fra tutti quello sviluppatosi dopo il 2010 attorno alla tendopoli di Rosarno in Calabria.

Le organizzazioni del terzo settore attive sul territorio foggiano hanno commentato duramente gli avvenimenti delle ultime settimane. Un comunicato emesso dalla Rete di Prossimità formata da 15 fra quelle attive quotidianamente negli insediamenti della zona afferma: “Le azioni di sgombero senza alternative razionali, condivise e consolidate aggravano la condizione delle persone esponendole ulteriormente a situazioni di marginalità sociale, discriminazione, sfruttamento e precarietà”. Esponenti di queste organizzazioni esprimono un simile scetticismo rispetto al piano di costruire una tendopoli in prossimità di Gran Ghettò. “Questa soluzione può aiutare a tamponare l’emergenza dell’incendio”, sostiene Alessandro Verona, il coordinatore del Progetto Capitanata dell’ONG Intersos. “Tuttavia”, prosegue, “un posto in tenda non può certo essere la risposta ai problemi chi vive nei ghetti – né degli stagionali, né tantomeno di chi vive lì tutto l’anno”. Anche il sindacalista USB Aboubakar Soumahoro, presente sul luogo dell’incendio, ha espresso “rabbia e tristezza dinanzi alla politica che latita”.

Ancora più dura la reazione degli abitanti organizzati nel Comitato Lavoratori delle Campagne che il 6 dicembre ha dato vita ad uno sciopero, bloccando un centro commerciale di Foggia e il Porto di Gioia Tauro. Al centro delle rivendicazioni, la richiesta di case, contratti di affitto regolari e accesso alla residenza, insieme alla revisione della legislazione sui permessi di soggiorno e a una sanatoria per chi in questo momento si trova in stato di irregolarità.

 

Quando si parla di violazioni dei diritti umani tendiamo a pensare a luoghi lontani. Immaginiamo che i contesti in cui la Dichiarazione Universale siglata il 10 dicembre 1948 non è ancora applicata siano paesi dove la democrazia è debole o assente. I fatti delle ultime settimane negli insediamenti informali del Foggiano, pressoché ignorati dalla stampa nazionale, ricordano ancora una volta che le violazioni dei diritti umani ci riguardano da vicino e richiedono un cambiamento radicale.

Secondo Leilani Farha, lo Special Rapporteur on the Right to Housing delle Nazioni Unite, “la portata e la gravità delle condizioni di vita negli insediamenti informali fanno di questo fenomeno una delle più diffuse violazioni dei diritti umani a livello globale”.3 Il diritto ad un alloggio dignitoso è infatti uno dei principi sanciti dall’articolo 25 della Dichiarazione Universale, secondo cui “ogni persona ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia”. Gli insediamenti informali, sottolinea Leilani Farha, vanno interpretati come una risposta ad una condizione di esclusione sistemica. Da una parte, costituiscono una violazione dei diritti umani generata “dalle politiche, dall’azione e dall’inazione dello stato”.4 Dall’altra, rivelano “l’incredibile capacità di individui, famiglie e comunità di rivendicare il proprio spazio e diritto all’abitare”.5

La nascita e la crescita degli insediamenti informali in Italia non è solo il risultato del malfunzionamento del sistema di accoglienza durante la cosiddetta Crisi dei Rifugiati di pochi anni fa, ma riflette il peggioramento delle prospettive occupazionali degli stranieri dopo la crisi del 2008 e la conseguente crescita in tutta Europa del numero di cittadini stranieri senza tetto e in condizioni di povertà estrema.6 Nonostante questo fenomeno venga spesso affrontato con i linguaggi e le soluzioni tipiche dell’emergenza, di cui le dichiarazioni rilasciate nel corso dei recenti fatti foggiani sono un esempio, bisogna rendersi conto che ci troviamo di fronte a un problema strutturale.

Affrontarlo richiede scelte coraggiose che vadano alla radice del problema. Una di queste scelte sarebbe quella di riportare l’integrazione al centro delle politiche sull’immigrazione, promuovendo politiche che permettano ai cittadini stranieri di realizzare il proprio potenziale e rivedendo quelle politiche che, come quelle che hanno ispirato i Decreti Sicurezza, impongono ostacoli insuperabili alla loro sopravvivenza quotidiana. I ghetti, tuttavia, non sono il sintomo soltanto delle difficoltà vissute da molti cittadini stranieri ma anche di una più generale questione abitativa che si esprime in altre forme in altre parti del paese. Parte delle risposte passa dallo sviluppare politiche abitative capaci di intervenire sulle situazioni di povertà estrema, partendo dal presupposto che una casa è non soltanto un diritto ma il punto di partenza di qualsiasi percorso di integrazione economica e sociale.

 


1 Il momento dell’anno in cui la popolazione raggiunge il livello minimo è gennaio.

2 Si veda Davis, Mike, Il pianeta degli slum, traduzione di Bruno Amato, Milano: Feltrinelli, 2006.

3 Farha, Leilani, Report of the Special Rapporteur on Adequate Housing as a Component of the Right to an Adequate Standard of Living, and on the Right to Non-Discrimination in This Context, New York: United Nations General Assembly, 2018, p. 2.

4 Ibid., p. 6.

5 Ibid.

6 Si veda European Commission, Study on Mobility, Migration and Destitution in the European Union, Brussels: 2014.

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