È un settore tra i più appetibili per le organizzazioni mafiose. Lo è stato tradizionalmente in alcune regioni del Sud. Lo è diventato negli ultimi anni anche in Lombardia. Le ragioni che rendono quello sanitario un ambito di investimento assai appetibile per i clan sono molteplici, e possono variare a seconda del contesto e del periodo storico. La sanità è dal canto suo una miniera d’oro. Uno tra i settori più ricchi della spesa pubblica e, in assoluto, il più importante su scala regionale. Assorbe in media oltre i due terzi della spesa corrente complessiva stanziata ogni anno dalle singole regioni. È, di conseguenza, una sede privilegiata per riciclare denaro o aggiudicarsi, tramite opportune strategie di intermediazione, importanti appalti da cui ottenere ulteriori profitti. Si presta fisiologicamente alla costituzione di importanti bacini elettorali e, nei casi più estremi, alla creazione di triangolazioni di potere tra esponenti politici, personale medico-sanitario e uomini vicini agli ambienti mafiosi. Assolve, come noto, una funzione delicatissima che riguarda la salvaguardia della salute collettiva. Funzione, questa, non raramente strumentalizzata dagli uomini del clan (false perizie mediche, ma anche servizi di cura in favore di latitanti).

Nel complessivo contesto settentrionale il sistema sanitario lombardo è apparso soggetto, specie nell’ultimo decennio, a una significativa attenzione da parte degli interessi mafiosi. È infatti in questa regione, più che in altre, che i clan hanno saputo cogliere e sfruttare al meglio l’ampio orizzonte di opportunità economiche, sociali e “impunitarie” garantite dal settore. La loro presenza si è manifestata secondo forme e modalità assai diversificate. Talora ha assunto le sembianze di un assedio, come è avvenuto nel caso paradigmatico dell’Asl di Pavia e del suo direttore sanitario Carlo Antonio Chiriaco. Talaltre, i lineamenti meno marcati del singolo investimento (cliniche private, forniture, servizi infermieristici…). A questi si sono affiancati casi che nulla, o quasi, hanno avuto a che vedere con la ricerca del profitto da parte delle diverse organizzazioni mafiose coinvolte, i quali sono stati sospinti dalla necessità (e, in certi frangenti, dall’urgenza) di usufruire di quelle risorse esclusive che solo la sanità è in grado di corrispondere. Ne sono esempi i servizi di cura forniti da ospedali milanesi a esponenti mafiosi ricoverati sotto falso nome, come nel caso dello ‘ndranghetista Francesco Pelle ospite della prestigiosa clinica pavese Maugeri e successivamente dell’ospedale Niguarda di Milano. O, ancora, le perizie mediche di favore grazie a cui pericolosi boss sono stati in grado di evitare la detenzione carceraria, come avvenuto per il camorrista Giuseppe Setola.

A distanza di quasi un decennio dall’indagine Infinito, la ormai nota vicenda legata all’Asl di Pavia rappresenta tuttora l’esempio storico più eclatante di infiltrazione nel settore sanitario verificatosi nella regione e, in generale, in tutto il Nord Italia. Per anni il suo direttore sanitario, Carlo Antonio Chiriaco, ha infatti rappresentato il baricentro di interessi politici, sanitari e mafiosi in virtù della vasta rete di relazioni che negli anni è riuscito a costruirsi all’interno di ambienti sociali prestigiosi che, da medico, era solito frequentare. Sino al momento del suo arresto, nel luglio del 2010, il medico di Pavia, ma di origini calabresi, era infatti in grado di trovare posti di lavoro per parenti e amici di esponenti dell’organizzazione mafiosa, di far loro ottenere appalti pubblici e commesse private, creando opportunità aggiuntive di investimento dei capitali dei clan accumulati illecitamente, ma anche di inserirsi nel mondo politico ai più alti livelli. Secondo la magistratura, Carlo Antonio Chiriaco rivestiva una posizione non tradizionale, insolita, all’interno della ‘ndrangheta: da Reggio Calabria si era trasferito a Pavia per frequentare la facoltà di medicina, città da cui ha avuto inizio la sua folgorante carriera supportata del “boss-tributarista” Giuseppe Neri, corregionale e amico di lunga data. Fresco di laurea, era divenuto dapprima ispettore sanitario presso il Policlinico “San Matteo” e successivamente aveva scelto la strada della politica per poi rivestire la carica di presidente dell’ILAER. Dopo aver ricoperto il ruolo di direttore sanitario presso l’ospedale Policlinico aveva conquistato, nel febbraio 2008, la carica di direttore sanitario dell’Asl di Pavia. Il suo profilo è dunque assai differente rispetto a quello di semplice uomo di ‘ndrangheta comunemente caratterizzato da un basso livello di scolarizzazione e da una posizione lavorativa modesta. Allo stesso tempo, appare dissimile anche rispetto alle figure professionali riconducibili alla cosiddetta “area grigia”, ossia a quelle figure di raccordo degli interessi mafiosi nel settore sanitario locale. Egli è stato prima di tutto il principale punto di riferimento di un intreccio affaristico di politica, imprenditoria e sanità che non ha escluso il ricorso al metodo mafioso quale modus operandi. Chiriaco non è però stato l’unico medico disposto a fare favori ai clan all’interno del contesto pavese. Emergono, infatti, nuovi e preoccupanti casi di contaminazione mafiosa in alcuni segmenti del settore sanitario regionale.

Alla luce delle più recenti inchieste, è pertanto ragionevole affermare che si è di fronte a un rinnovato interesse da parte della ‘ndrangheta per la florida sanità lombarda, il quale pare non essersi placato nemmeno di fronte ai numerosi arresti scaturiti dalla maxi inchieste del 2010.

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