Ricercatore

Alla ricerca di una rotta per l’oggi e per il domani

I risultati delle elezioni generali britanniche del 12 dicembre 2019 non sono significativi soltanto perché hanno consentito al governo conservatore di Boris Johnson di rendere effettiva la Brexit lo scorso 31 gennaio 2020.

Come affermato in un articolo su “La nostra città futura”, la sconfitta elettorale del Labour Party pone un problema di scrittura di agenda culturale e politica per l’intera socialdemocrazia europea. Malgrado le speranze in grado di suscitare – anche legittimamente – nel dibattito pubblico italiano e non solo, il programma su cui Jeremy Corbyn aveva costruito la sua candidatura è parso come un tentativo di “riparare ai ritardi” prodotti dall’ormai lontana stagione della Terza Via.

Secondo il filosofo del diritto Mario Ricciardi, infatti, una delle ragioni più evidenti della sconfitta laburista risiede proprio nell’analisi assolutamente deficitaria che è stata condotta sulla stagione di Tony Blair. D’altra parte, è il caso di riconoscere che la Terza Via ha saputo garantire, per lo meno secondo quanto sostenuto dai suoi teorici, Anthony Giddens su tutti, forme di redistribuzione fino al punto in cui il sistema capitalista ha saputo mantenere una spinta propulsiva.

Pur mostrandosi di fatto incapaci nell’appianare le diseguaglianze, specialmente in Gran Bretagna, i programmi della Terza Via avevano una chiara origine politica, ovvero rendere nuovamente “in linea con i tempi” i partiti socialdemocratici, così da consentirgli di ampliare il consenso elettorale. Tra gli anni Settanta ed Ottanta del Novecento, la socialdemocrazia, abituata a immaginare e ad attuare politiche nei contorni dello Stato-nazione – come illustrato da Leonardo Paggi nelle pagine del volume da lui curato Americanismo e riformismo – si era trovata spiazzata di fronte all’ascesa della globalizzazione e all’internazionalizzazione sempre più progredita degli scambi economici, finendo per accogliere, in maniera più o meno inconsapevole, delle tesi che di fatto assoggettavano la sfera politica alle esigenze della sfera economica.

Alla luce di questa storia recente, una storia che con forza si riflette sulla più stretta attualità, la sfida che attende la socialdemocrazia europea è particolarmente ostica. Non che la vicenda di questa corrente politica, così come quella di qualsiasi movimento, non sia ricca di episodi di profondo rinnovamento teorico e programmatico grazie ai quali ha saputo riacquisire centralità nel dibattito politico. Per esempio, nel 1959, stando a quanto ricordato da una recente pubblicazione di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, la SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands) riuscì a vincere una sfida in termini di aggiornamento della propria proposta programmatica di base così da diventare forza di governo in un Paese, la Repubblica federale tedesca, in piena ascesa sul piano economico nel contesto globale della Guerra fredda.

Negli anni Cinquanta, quindi, era anzitutto un problema di essere percepita come una forza politica abilitata all’arte del governo. Oggi la situazione appare ben differente. Se si osserva lo scenario continentale, si può constatare che i partiti socialdemocratici, o comunque riconducibili in senso ampio a questa famiglia politica, hanno avuto in tempi recenti – o hanno tutt’ora – responsabilità dirette di governo: eccezion fatta per la Gran Bretagna, nell’ultimo decennio forze socialdemocratiche o progressiste, da sole o in coabitazione (anche a seconda dei sistemi elettorali nazionali), hanno gestito il potere in Germania, Italia, Spagna e Francia, soltanto per menzionare i paesi europei più grandi.

Di conseguenza, la sfida che attende oggi la socialdemocrazia è di individuare le ragioni per cui, malgrado l’aver partecipato a numerose esperienze di governo anche nel corso degli anni ’90 come spiegato dallo storico Donald Sassoon, non sia riuscita a ridurre le diseguaglianze sociali ed economiche, finendo così attaccata dai movimenti populisti di varia natura e tendenza che hanno nel frattempo accresciuto i loro consensi anche a causa dell’esplosione delle povertà in contesti segnati dai processi di frammentazione.

Come spiega lo storico e politologo Marc Lazar, le difficoltà attuali hanno una doppia origine: da un lato, incapacità della socialdemocrazia nel varare efficaci programmi di politica sociale; dall’altro, una generale sfiducia nei confronti della classe politica, di cui i partiti socialdemocratici sono espressione.



Le sfide odierne della socialdemocrazia europea

Gli studiosi più attenti hanno giustamente posto l’attenzione sulla capacità della socialdemocrazia di adattarsi alle mutazioni del contesto sociale ed economico, trovando delle soluzioni valide – è questa una delle tesi che Donald Sassoon espone nel suo Cento anni di Socialismo – per ampi strati della popolazione e non soltanto per il ceto operaio di cui era stata tradizionalmente la ramificazione politica.

Secondo la storica Maria Grazia Meriggi, una delle ragioni di questa adattabilità risiedeva, per lo meno in prospettiva storica, nei forti rapporti che i partiti socialdemocratici avevano costruito con i movimenti sindacali, i quali avevano appunto il proposito di integrare i lavoratori e le loro richieste, anche attraverso il conflitto, nei più ampi processi di cittadinanza.

Per avere effettivamente nuove chance di futuro, la socialdemocrazia deve capire come porsi di fronte alle cinque sfide odierne individuate da Marc Lazar anche in un altro articolo pubblicato su “La nostra città futura“.

Prima di tutto, si tratta di trovare le modalità per rispondere all’ascesa dei populismi, vero elemento caratterizzante di questi primi decenni del ventunesimo secolo, sapendo che la crescita dei populismi è legata alla causa economica e sociale, ovvero crescita delle diseguaglianze, delle povertà e della precarizzazione del mercato del lavoro, anche se non è l’unica causa: in alcuni Paesi dove la disoccupazione è comunque a livelli bassi, come per esempio in Svizzera, in Polonia o in alcuni Paesi nordici, i movimenti populisti hanno comunque grandi consensi.

La seconda è la dimensione politica, cioè la sfiducia verso le istituzioni, verso la classe politica tradizionale e, all’interno della classe politica tradizionale, verso la socialdemocrazia stessa, che non rappresenta più un’alternativa all’oggi.

La terza, a detta sempre di Lazar uno degli argomenti cruciali, è quella di natura culturale-identitaria, ovvero che cosa significa essere francesi, italiani o tedeschi in confronto con l’Europa e anche con la questione migratoria, che ormai ha un peso specifico rilevante in tutte le competizioni elettorali nazionali e locali, in una fase in cui i modelli di integrazione, quello francese-repubblicano e quello multiculturale, sono in crisi. D’altra parte, il fattore culturale è alla base del consenso elettorale dei populisti di destra in alcuni segmenti sociali tradizionalmente a estrazione socialdemocratica: operai, ceti medi, giovani, specialmente coloro che non hanno potuto frequentare l’università.

La quarta sfida è raffigurata dal grado di amplissima complessità dei cleavage (fratture) che caratterizzano la società e la politica odierna. Storicamente la socialdemocrazia si sviluppava su due cleavage. Il primo era il rapporto tra regime autoritario e democrazia, come dimostrato dal caso della Spd che si batteva, appunto, per organizzare un regime democratico. Il secondo cleavage era sociale, ovverosia quello tra capitale e lavoro, tra borghesia e proletariato. Oggi, i cleavage sono diversi e dividono sia la destra che la sinistra: per esempio, pro-Europa vs anti-Europa; pro-globalizzazione vs anti-globalizzazione; apertura ai migranti vs chiusura ai migranti; pro-sostenibilità vs pro-crescita.

Legate a queste fratture che segnano la realtà europea, vi sono due ulteriori problematiche: da un lato, l’esigenza di coniugare politiche sociali e politiche sull’ambiente. È stato il caso dei gillet jaunes, scesi in piazza contro la carbon tax voluta da Emmanuel Macron. Ma è stato anche il caso, ricordato dallo storico Gianluca Scroccu, di quanto avvenuto nel Sulcis, area della Sardegna sud-occidentale, dove l’impresa tedesca RWM ha impiantato una fabbrica di materiale bellico: in una delle province più povere dell’Isola, uno spazio già colpito dalla crisi, si è creato un conflitto tra alcune forze di sinistra riconducibili a movimenti pacifisti e ambientali, le amministrazioni locali e coloro che sono impegnati nei processi produttivi. Dall’altro, la necessità di connettere politiche redistributive con le richieste dei ceti popolari: come già rilevato da Leon Blum negli anni Trenta, quando pur proponendo politiche redistributive in una fase di acuta recessione la socialdemocrazia non riusciva a fronteggiare l’ascesa dei totalitarismi, anche oggi gli elettori “popolari” non paiono rassicurati dalle proposte di natura sociale, incapaci di scardinare quella costante sfiducia “orizzontale” verso il vicino di casa, immigrato o non che sia.

Lo scenario della socialdemocrazia è reso ulteriormente complicato dall’esistenza di una quinta e non meno impegnativa sfida. Sempre secondo Lazar, si tratta, infatti, di individuare le modalità secondo cui i partiti socialdemocratici possano far fronte alla crisi di valori, al fine di uscire da una sorta di spirale “decivilizzatrice”.



Alcune soluzioni possibili

Probabilmente, a detta di Meriggi, l’obiettivo non può giungere soltanto dalla formulazione di un’agenda di governo. Deve necessariamente passare dall’individuare le giuste formule attraverso cui ridare spazio ad alcuni temi centrali della proposta socialdemocratica, ossia la democrazia economica, il diritto del lavoro e la riduzione delle diseguaglianze, al fine non secondario di plasmare un’immagine del mondo capace di essere alternativa ai populismi e di bloccare l’arretramento della situazione sociale.

 

Anche per porre rimedio all’esplosione odierna delle diseguaglianze, all’origine delle quali, come indicato dal docente di Politica economica Lorenzo Sacconi, vi sono state anche le scelte di governo compiute dalle socialdemocrazie negli anni Novanta, occorre cambiare prospettiva. Non solo programmi di governo dal corto respiro, ma programmi “dai tempi lunghi” che, come spiega lo storico Giovanni Bernardini, devono muovere da tre lemmi ben precisi: governo, pedagogia e competenze.

Allargare il proprio fronte attraverso nuove alleanze con forze politiche affini, i verdi in primis a causa dell’urgenza della questione ambientale, senza però rinunciare a portare avanti gli elementi più tradizionali della sua agenda, come le politiche sociali: le chances di rinascita della socialdemocrazia passano da questa non semplice operazione, che però deve essere condotta per garantirsi un futuro e riuscire a ridurre le ineguaglianze così ampie dei nostri tempi.

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