Pubblichiamo qui due estratti tratti dalla pubblicazione Siamo stati fascisti. Il laboratorio dell’antidemocrazia Italia 1920-22. Il primo, di Ettore Tolomei, “Per i confini d’Italia” (1914); il secondo di Benito Mussolini, tratto dal discorso che tenne a Trieste in occasione del cinquantesimo della breccia di Porta Pia, il 20 settembre 1920.


Per essere seriamente e serenamente consapevole del suo obiettivo, non deve il popolo d’Italia ignorare che dentro questi naturali confini sono penetrate e si sono stanziate da secoli, e negli ultimi tempi ingrossate, le genti straniere.

Non è impresa facile costringerle a rifugiarsi di nuovo dentro la mal superata barriera dei monti. Ben fu detto in Italia in sul principio di quest’anno che ad ogni italiano dovè suonare ammonimento lo scalpitìo dell’avanguardia serba, i cui cavalli si spinsero audacemente nei flutti dell’Adriatico. Così in altri tempi s’affacciarono alla vista dell’immensa pianura i figli delle genti prigioniere oltre le montagne; la Venezia Giulia e la Venezia Tridentina furono da queste genti occupate.

Come la Francia, per raggiungere il confine del Reno, dovrà annettere alla propria compagine le masse germaniche che varcarono il fiume, noi, a recuperare la cerchia sacra dell’Alpi dovremo o con l’armi o con la saggia politica domare o assimilare i residui della invasione straniera. Il diritto di nazionalità ha la precedenza sul diritto di residenza, come il diritto di proprietà è superiore al diritto di possesso. E siccome il diritto di nazionalità non soffre prescrizioni, così contro di esso non può accamparsi il diritto dell’incolato, anche se generazioni e generazioni d’intrusi potessero provare un loro lungo soggiorno, sia pure indisturbato e incontraddetto.

Se (come è quasi sempre) la genesi della loro presenza colà fu la conquista o l’usurpazione aperta o insidiosa l’eliminazione loro, è diritto conservato alle genti autoctone, diritto che non soffre prescrizioni né menomazioni.

Codesto postulato implica, è vero, un corollario spietato: il diritto perenne di espulsione dei popoli intrusi. Il quale corollario ha aspetto ripugnante ai cuori gentili, che esitano di fronte alla prospettiva di strappare da quei campi e da quelle case famiglie imbelli, che l’ebbero dai padri loro, e che, si vedrebbero scacciate sol perché di razza straniera.

Però un sentimento che, in condizioni diverse, sarebbe rispettabile e santo, qui degenererebbe in sentimentalità sbagliata. Perché qui, nel caso che facciamo, non si espelle l’individuo – che rappresenta un’innocenza – ma in lui si espelle la sua specie – la quale rappresenta una colpa originaria. Invano si invocherebbe il rispetto all’Umanità, sovrapponendolo al rispetto per la Patria, giacché l’Umanità si rispetta e il suo culto si integra purgando le Patrie da ogni impronta di inquinamenti e d’ingiustizie, presenti o passate.

Onde dedurremo che nei paesi di frontiera, entro cui sconfinarono genti di nazionalità diversa e nemica, non debba arrestare il ristabilimento del diritto nazionale la circostanza che, per l’ingiuria antica, questi paesi cangiarono ormai razza, lingua, costumi e fede. La primitiva nazionalità, che da quel sopruso fu offesa, può sempre negli evi seguenti retrospingere i discendenti di quelle schiatte forastiere oltre il confine e rivendicare al sangue suo quelle terre, anche con la cacciata in massa dei rampolli dei primordiali usurpatori.

Da codesto principio scende il diritto italiano di sfrattare e ricacciare oltre il Brennero gli inquinamenti germanici, ormai quasi esclusivamente sopraffacenti nella regione dell’Alto Adige.

È codesto principio, che nella difesa e reintegrazione della nazionalità conclude non potersi tener conto degli ostacoli di cuore, ha, a mio modo di vedere, delle conseguenze ancor più violente.

Fra queste sostengo il corollario inflessibile che cioè il principio etico della nazionalità, astrattamente considerato, deve sovrastare alla stessa volontà dei cittadini, se questa si manifestasse in senso contrario al principio istesso. E in virtù di codesto imperativo l’Italia deve affermare la nazionalità sua nelle sue terre di confine, anche se i terrieri volessero serbarsi fedeli alle antiche signorie.

Certamente il volere dei cittadini ha gran peso nella determinazione delle nazionalità, di cui è fattore importante e forse il massimo. Ma non ne è il solo; né d’altra parte può ammettersi l’apostasia della propria nazionalità da tutta una regione in blocco, per le stesse ragioni morali che non fanno ammettere la diserzione nel soldato, né il suicidio nell’individuo.


Discorso di Trieste (20 settembre 1920)
di Benito Mussolini


Ora è un fatto importantissimo che Trieste è venuta all’Italia dopo una vittoria colossale.

Se noi non fossimo così quotidianamente presi dalle necessità della vita materiale, se non avessimo continuamente attraversato il pensiero da altri problemi mediocri e banali, noi sapremmo misurare tutto ciò che si svolse sulle rive del Piave nel giugno ed a Vittorio Veneto nell’ottobre. Un impero andò in isfacelo in un’ora, un impero che aveva resistito nei secoli, un impero dove si era sviluppata necessariamente un’arte sopraffina di governo che consisteva nel suo eterno divide et impera, saggiamente secondo la sapienza di Budapest e di Vienna. Questo impero aveva un esercito, aveva una politica tradizionale, aveva una burocrazia, aveva legato tutti i cittadini al suffragio universale. Questo impero che sembrava potente, invincibile, crollò sotto i colpi delle baionette del popolo italiano.

Il risorgimento italiano non è che una lotta fra un popolo ed uno Stato, fra il popolo italiano da una parte e lo Stato absburgico dall’altra, fra la forza viva avvenire e il morto passato. Era fatale che avendo passato il Mincio nel 1859 e l’Adige nel 1866, nel 1915 si dovesse passare l’Isonzo e giungere oltre: era fatale tanto fatale che oggi gli stessi neutralisti, lo stesso uomo del “parecchio” Giolitti, intervistato da un giornalista americano, ha dovuto riconoscere che l’Italia, pena il suicidio, pena la morte, pena maggiore: la vergogna non poteva rimanere neutrale. Era per lui questione di modo e di tempo. Ma essenziale per noi è che l’uomo del “parecchio” abbia detto che l’Italia doveva intervenire, più tardi o prima non importa, e che era logico e fatale che l’intervento si sviluppasse a fianco dell’Intesa.

Questa rivendicazione del nostro interventismo è quella che ci dà la massima soddisfazione. E che cosa importa se leggo in un libro nero e melanconico che Trieste, Trento e Fiume rappresentano ancora un deficit di fronte alla guerra? Questo modo di ragionare è ridicolo. Prima di tutto non si riducono gli avvenimenti della storia ad una partita computistica di dare ed avere, di entrata ed uscita. Non si può fare un bilancio preventivo nei fatti della storia, e pretendere che collimi col bilancio consuntivo. Tutto questo è frutto di una melanconia filosofica abbastanza diffusa in Italia dopo la guerra. Ma speriamo che passi presto, per dar posto a sentimenti di ottimismo e di orgoglio.

Questo dopo guerra è certamente critico: lo riconosco. Ma chi pretende che una crisi gigantesca come quella di cinque anni di guerra mondiale si risolva subito? Che tutto il mondo ritorni tranquillo come prima in men di due anni? La crisi non è di Trieste, di Milano, d’Italia, ma mondiale, e non è finita.

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