Docente di City Diplomacy a Sciences Po e all’École Polytechnique di Parigi

La pandemia ha segnato il grande ritorno dello Stato nella vita di ciascuno.

Dalla chiusura delle frontiere al lockdown di cittadini e imprese, dall’acquisto di forniture mediche ai progetti di riapertura, tutti i Governi del mondo hanno tracciato una propria strategia, più o meno pronta ed efficace, per attraversare questa prova.

Di fronte alla medesima minaccia, la disparità delle misure adottate illustra come a prevalere siano di fatto state le considerazioni politiche ed economiche nazionali, talvolta di breve respiro. Una tale discrasia non ha mancato di generare critiche tra Governi, che si sono scambiati accuse di eccessiva severità (come quelle rivolta alla Cina o all’Italia, prima che il lockdown si generalizzasse) o di incosciente permissività (Stati Uniti, Brasile o Svezia).

 

In un’ottica di relazioni internazionali, l’impatto di questa incoerenza tra approcci nazionali va purtroppo ben oltre il (ri)accendere antipatie transfrontaliere. Appare piuttosto lecito domandarsi quanto ciò abbia influito sulla diffusione della pandemia. Più brutalmente: quanti morti si sarebbero potuti evitare se gli Stati avessero coordinato la propria risposta?

 

Le strutture votate a incarnare una collaborazione tra stati – ONU, OMS, Unione Europea, G7, G20, ecc. – si sono rivelate poco più della somma delle volontà spesso discordanti degli Stati membri, i quali, come è noto, non hanno tutti lo stesso peso. Con ogni probabilità le organizzazioni globali e regionali vivranno regolamenti di conti attorno alle conseguenze innescate dalla censura e controllo dell’informazione di alcuni Stati o dalla palese negazione dei principi di solidarietà internazionale da parte di altri. A poco serviranno scuse tardive o eventuali cambiamenti nei vertici di queste organizzazioni. Le relazioni internazionali esistenti mostrano già i segni di una conflagrazione, il cui esito potrebbe segnare l’avvio di una nuova era di frizioni e conflitti.


Osaka G20, 2019


Al tempo stesso, questa instabilità porta in sé anche una labile speranza di realizzare quella riforma dell’ordine internazionale di cui si parla ormai da decenni, ma riguardo alla quale non è mai stato raggiunto un sufficiente consenso politico. Non si tratta soltanto di sorpassare gli equilibri emersi nel Secondo dopoguerra, che permettono ai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di bloccarne in toto l’operato per non ledere ai propri interessi particolari. Il fatto che ciò sia possibile è legato alle regole stesse che sottendono l’ordine internazionale e che, con alcune eccezioni, corrispondono a quanto stabilito dalle potenze europee che nel 1648 si riunirono in Vestfalia per concludere un periodo di intensi conflitti. Si decise allora che solo gli Stati avrebbero avuto diritto di agire internazionalmente, e che il limite di tale azione sarebbero stati gli affari interni degli altri Stati, competenza esclusiva della sovranità nazionale, detta appunto “vestfaliana”.

L’inadeguatezza di un tale sistema si palesa ogni giorno di più in un mondo attraversato da ardue sfide globali, la cui soluzione non può prescindere da una risposta comune. Tirate le somme, la maggior parte dei summit internazionali su cambiamento climatico, migrazioni, sicurezza internazionale e ora sulla pandemia, si concludono con vaghi accordi in cui le volontà particolari impediscono vere soluzioni condivise.

Mettere in dubbio il valore e l’efficacia delle risposte nazionali potrebbe sembrare una mancanza di rispetto nei confronti del sacrificio, spesso anche personale, degli agenti che le rendono possibili, a cominciare dal personale sanitario e dalle forze dell’ordine. Eppure, è proprio il riconoscimento della portata di tale sacrificio, e di quanta parte di esso si sarebbe potuto evitare, che dovrebbe spronare il ripensamento dell’ordine che l’ha reso necessario.


Se finora il dibattito sulle vie di uscita dall’impasse internazionale si è soffermato essenzialmente sulla modifica e il rafforzamento delle istanze sopranazionali, quali l’ONU e l’UE, permane per lo più trascurato il livello di azione internazionale che presenta ormai da decenni la più grande efficacia nella gestione delle principali sfide comuni: la diplomazia delle città.

Mentre ancora l’ultima conferenza dell’ONU sul clima, la COP 25 svoltasi a Madrid lo scorso dicembre, si è conclusa in un nulla di fatto, un numero crescente di città di tutto il mondo rinnova quotidianamente il proprio impegno internazionale riguardo al cambiamento climatico e pressoché ogni tema che abbia una dimensione urbana. Un’azione congiunta, i cui obiettivi ambiziosi vengono affrontati in un quadro di stretta collaborazione multilaterale che porta i Sindaci e gli uffici municipali di tutto il mondo a contatto costante gli uni con gli altri.

L’efficacia e il dinamismo di questo approccio è particolarmente evidente nella crisi attuale. Ne è un esempio la creazione da parte della rete C40 della Task force per il post-coronavirus coordinata dal Sindaco di Milano Giuseppe Sala, che si occuperà di delineare una strategia per rilanciare le economie urbane stremate dalla crisi. Per fronteggiare la natura inedita di quest’ultima, diversi network urbani hanno lanciato simili strategie, da “Cities for Global Health”, portale di buone pratiche di Metropolis e dell’Alleanza Euro-Latinoamericana di Cooperazione tra Città (AL-LAs) alla riflessione sulla resilienza delle destinazioni turistiche promossa dall’Organizzazione delle Città del Patrimonio Mondiale (OVPM).


 

 

I nuovi controlli sanitari nei luoghi pubblici in Italia


Sono poi sempre più numerosi i gesti concreti di solidarietà a sostegno delle città più colpite, dal fondo speciale di 1,35 milioni di euro creato dall’Associazione Internazionale dei Sindaci Francofoni (AIMF) e diretto a Comuni africani e del sud-est asiatico al programma “Cooperazione Sud-Sud” della rete di città latinoamericane Mercociudades, che garantisce assistenza tecnica gratuita nella formulazione di strategie comunali di risposta alla pandemia.

Questo approccio non si limita affatto alle città di grande taglia, come dimostra Cittaslow, rete internazionale di 264 piccoli Comuni, al cui interno si verificano da settimane concreti gesti di solidarietà e vicinanza tra membri, dalla condivisione di soluzioni pratiche al dono di materiale sanitario.

Occorre però notare che le città agiscono in tal modo anche perché sono sprovviste di quelle vocazioni e prerogative all’origine della maggior parte degli attriti internazionali. In breve, è la mancanza di mire geopolitiche e geoeconomiche e degli strumenti per affermarle che permette alle città una cooperazione internazionale così efficace, sincera e generosa. In un ipotetico mondo governato dai Sindaci, per parafrasare il titolo del best-seller del politologo americano Benjamin Barber, nulla escluderebbe insomma il ritorno alla conflittualità delle città-stato greche o delle Signorie italiane.

Sarebbe dunque auspicabile la creazione di un sistema misto di relazioni internazionali, frutto della cooperazione tra diversi livelli di potere pubblico, in cui l’aspirazione alla collaborazione delle città possa, quando necessario, correggere le tendenze più ostili della politica estera nazionale.

Il nodo di una tale proposta risiedere nel vasto consenso necessario a trasporla nel diritto nazionale e internazionale. Dovrebbe infatti essere garantita ai Sindaci la possibilità di promuovere e difendere la volontà dei propri cittadini non solo nel dialogo con le altre città del mondo, ma anche e soprattutto a livello nazionale e in seno alle organizzazioni internazionali, garantendo loro un posto al tavolo delle decisioni.

C’è da sperare che nella vasta riconfigurazione degli equilibri politici e istituzionali attesa alla fine della pandemia la diplomazia delle città sappia mostrarsi come necessario contraltare a quella dello Stato-nazione.

Solo così pare possibile immaginare che questa crisi sia l’ultima sfida globale aggravata da separazioni ed egoismi, quando tutto ciò che occorre è unità e solidarietà.

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