Ricercatore Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Articolo di approfondimento che riassume i temi e i risultati del workshop L’integrazione tra interventi educativi e territoriali per nuovi modelli di sviluppo, di Agenda Open Lab, tenutosi a Napoli presso la Fondazione FOQUS, il 16 gennaio 2020.


L’isolamento di migliaia giovani confinati ai margini della vita economica, politica e sociale delle nostre comunità descrive una situazione di disagio diffuso. Ci sono territori in cui la marginalità dei giovani traspare nella percentuale di ragazzi e ragazze che abbandonano presto la scuola, non studiano e non lavorano, e magari decidono di partire. Sono territori dove si concentrano diverse condizioni di fragilità che rendono inadeguato il contesto per i ragazzi e le ragazze che li abitano, incidendo sulla loro possibilità di apprendere, coltivare i propri talenti, fare esperienze di vita, esplorare la realtà che li circonda, intraprendere progetti.


NEET (Not in Education, Employment or Training)


Presidiare e abilitare questi luoghi significa allora contrastare il disagio delle zone di frontiera, dove regna una deprivazione che è tanto materiale quanto culturale. Nel programmare le politiche di rilancio del paese, occorre riconoscere l’educazione come motore fondamentale per il progresso umano, sociale ed economico. Nel ragionare di sviluppo dei territori e di politiche di innovazione occorrerà allora un certo strabismo, che permetta di guardare contemporaneamente a diversi settori, servizi e politiche. Sempre di più l’integrazione tra interventi diversi è condizione necessaria per politiche efficaci, che tengano insieme i pezzi di uno sviluppo sociale equo ed inclusivo. In questo senso, occorre individuare nell’educazione un driver fondamentale nelle politiche di sviluppo affinché la progettazione in materia territoriale sia fatta dando il giusto rilievo alla scuola e alle attività formative. Una mancata attenzione a questi temi, come avvenuto in passato, minaccia il cronicizzarsi delle disuguaglianze interne, tra persone e territori. È un effetto che le politiche pubbliche di coesione dovrebbero impegnarsi a scongiurare. Serve allora domandarsi cosa fare concretamente, dal punto di vista dell’educazione e dei territori, per incentivare dinamiche virtuose che rimettano in moto il paese.

 

Innanzitutto occorre riconoscere l’urgenza di politiche che concorrano ad abilitare i territori, rendendoli luoghi fertili. La Strategia Nazionale per le Aree Interne, ci racconta Daniela Luisi, ha messo le strutture, i servizi e le scuole al centro del proprio piano di progettazione, nella convinzione che i luoghi marginali, necessitino di piattaforme abilitanti e di strumenti per fornire futuro a chi li abita. Questo dovrebbe essere il primo punto sulla lista del legislatore: favorire il sorgere di condizioni infrastrutturali e di servizi, tali da consentire il progredire delle economie, delle relazioni di cittadinanza, delle relazioni sociali. In questo senso l’attenzione va richiamata sul tema del recupero degli spazi e della ristrutturazione dell’esistente per l’apertura di luoghi ad uso pubblico. Perché un territorio è povero quando è privo di opportunità ed è privo di opportunità quando è povero di strutture accessibili. È la lezione delle aree interne, fino a qualche tempo fa dimenticate dalle politiche di sviluppo e coesione a causa di un’attenzione sproporzionata per le città e i contesti urbani. Occorre riagganciare quel pezzo di paese che è rimasto in ombra e che è lontano dai grandi schermi del discorso pubblico. Nelle aree interne abitano 22 milioni di cittadini e vi operano piccole e medie imprese che richiedono competenze, tecnologie, cura, per poter evolvere e fiorire.


 

Scampia


In questa stessa ottica di sviluppo e investimento strategico, emerge come essenziale il rinnovamento dello spazio pubblico. Primo fra tutti, e spazio pubblico per eccellenza, il plesso scolastico. Le relazioni che avvengono in questi luoghi subiscono l’influenza forte dell’architettura che le ospita. La maggior parte delle scuole del secondo ‘900, ricordano una struttura carceraria, ammonisce Annamaria Palmieri, e sono distanti da quello che dovrebbe essere un luogo dedicato all’apprendimento. Versano in condizioni precarie, sono spesso fatiscenti e pericolose. La cura diventa un’urgenza per ridare speranza. La scuola, come la città, chiede di essere resa bella, per renderla attrattiva e stimolante. Coltivare il bello non vuol dire esclusivamente coltivare il bello estetico, ma anche l’accogliente e l’accessibile, in un’ottica di inclusione di tutti: ragazzi disabili o con disturbi specifici compresi. È la lezione di Manuela Marani, che ci porta la sua testimonianza del centro “La casa di vetro” di Napoli, dove frequentare e imparare è diventato un piacere, anche grazie ad uno spazio di qualità, luminoso e accogliente.


Agenda Open Lab


Insieme a Giovanni Laino si è poi ragionato della necessità di istituire presidi di doposcuola per il sostegno e l’accompagnamento, non solo allo studio, ma a tutto il percorso di crescita. Affiancare i giovani a rischio vulnerabilità, significa istituire luoghi di incontro radicati nei territori. Significa sfuggire alla progettazione precaria del singolo bando e istituire un servizio doposcuola capillare e accessibile nei territori più fragili, dove trovare un ristoro, una palestra di vita, un gruppo di amici, un luogo di apprendimento. Serve infatti pensare ad un accompagnamento costante nella crescita perché altrimenti si perde la continuità necessaria a “tenere dentro” i più fragili. Il rischio, sottolinea Antonio Pezzano, è che ogni volta che succede una tragedia si continui a chiamare il pedagogista e il maestro di strada a dire quello che serve, ma finché manca una “rete di salvataggio”, sarà impossibile contenere la devianza.

Dal punto di vista del metodo, appare fondamentale creare orizzonti nuovi per costruire una fiducia fondata sull’incontro in luoghi dalle porte aperte, dove creare commisture ed ibridazioni tra corpi sociali diversi. “Nei luoghi della fragilità è necessario farsi luogo”. Solo così un luogo può diventare comunità, fondato su incontro e ibridazione. La mixité non può restare la caratteristica di qualche progetto accorto e d’eccellenza, ma deve diventare l’obiettivo strategico delle politiche educative dei prossimi anni. È quanto afferma Rachele Furfaro: non è solo nel contrasto alle povertà culturali che ci si dovrà cimentare ora e in futuro, ma anche nella formazione di una società più equa, più coesa. Per fare ciò, i molti esempi di progetti educativi di formazione attiva fondati su una dimensione esperienziale di apprendimento e di esplorazione della realtà che ci circonda, offrono un valido punto di partenza. Uscire dai propri contesti di riferimento significa fare esperienza dell’Altro, dello sconosciuto e dell’ignoto, del lontano che si fa vicino e diventa parte integrante di un’esperienza arricchita, unica fonte vera e concreta di pluralismo intelligente e fondato. Nell’esperienza del Centro Mammut di Scampia raccontata da Chiara Ciccarelli emerge tutta la forza di un progetto come quello della Rete Corridoi, che permette di viaggiare, scoprire e l’uscire fuori da un quartiere che può diventare gabbia.

Dagli interventi di Eugenia Carfora e Gabriella Giardina, emerge la lezione dei contesti scuola: la continuità operativa è fondamentale per osservare dei risultati. Interventi frammentari, localizzati nel tempo o episodici, non producono effetti duraturi. Coinvolgere e strutturare reti educanti di integrazione dei diversi attori in un sistema di governance complessa permette il permearsi di conoscenze diverse e crea la rete di “servizio” utile al cittadino. La questione della sostenibilità economica risulta centrale: laddove mancano le risorse, molti progetti anche utili e fondamentali rischiano di non avere futuro, ammonisce Giovanna Megna.


Agenda Open Lab


Andrea Morniroli richiama il ruolo fondamentale che lo Stato deve tornare ad occupare definendo una strategia chiara. La stagione dell’autonomia, a scuola, continua Annamaria Palmieri, è stata la stagione della deresponsabilizzazione, dell’arretramento dell’investimento strategico pubblico. Spesso è mancata la regia, spesso è mancato il piano strategico. Laddove le amministrazioni pubbliche non rinunciano al proprio ruolo guida che garantisce visione d’insieme, diventano possibili interventi coordinati a contrasto della segregazione.

Per garantire una programmazione strategica di così ampia portata, appaiono necessarie politiche integrate che siano realizzate con strumenti partecipativi: condivisione nell’uso delle risorse e condivisione delle fondamentali necessità di un territorio, continua Andrea Morniroli. È la progettazione condivisa che insieme alla valutazione democratica permette giudizio riflessivo, discussione pubblica, appropriazione del valore e policy migliori. Occorre ragionare e lavorare in questo senso, per migliorare le politiche pubbliche, la partecipazione e la fiducia dei cittadini.

Per Giovanni Laino occorre diffidare della retorica dell’innovazione ad ogni costo e dell’esaltazione delle “eccellenze”: il problema fondamentale sono le istituzioni e la loro capacità di disegnare politiche ordinarie del lavoro, di infrastrutturazione, degli spazi.

Uno strumento interessante potrebbero essere le agenzie locali di sviluppo: dei soggetti con un mandato pubblico chiaro, che dovrebbero mettere in rete l’esistente. E l’esistente c’è sempre, i territori non sono mai deserti.


Sintesi delle proposte concrete


  • Messa a sistema e potenziamento degli spazi di doposcuola in una strategia per il contrasto alla marginalità sociale;
  • Finanziamento strutturale, in alternativa al sistema dei bandi, di organizzazioni che presidiano con efficacia i territori difficili, monitorando la qualità degli interventi;
  • Rilancio dell’edilizia scolastica con interventi di recupero e ammodernamento;
  • Adozione della co-progettazione come strumento ordinario per l’elaborazione di politiche pubbliche condivise e arricchite dei saperi differenti;
  • Diffusione della pratica della valutazione dell’impatto;
  • Accompagnamento all’ up-scaling di esperienze innovative ad alto impatto sociale;
  • Valorizzazione del lavoro sociale (contro l’attuale uberizzazione)
  • Promozione di agenzie locali di sviluppo per mettere in rete i soggetti territoriali esistenti, guardando a tutte le risorse latenti presenti.

Si ringraziano per la partecipazione e il contributo

 

  • Rachele Furfaro, Fondazione FOQUS
  • Renato Quaglia, Fondazione FOQUS
  • Anna Maria Palmieri, Assessore alla Scuola e all’Istruzione, Comune di Napoli
  • Andrea Morniroli, Forum Disuguaglianze Diversità
  • Daniela Luisi, Ricercatrice esperta in politiche pubbliche e sviluppo
  • Chiara Ciccarelli, Centro territoriale Mammut
  • Manuela Marani, L’Altra Napoli Onlus
  • Giovanni Laino, Università di Napoli
  • Giovanna Megna, Fondazione Angelo Affinita
  • Luigi Salerno, Traparentesi Onlus
  • Antonio Pezzano, Università degli Studi di Napoli
  • Eugenia Cafora, Preside dell’Istituto Morano di Caivano (Napoli)
  • Gabriella Giardina, Preside dell’Istituto Comprensivo Statale Domenico Cimarosa
La Fondazione ti consiglia
pagina 78510\