Università di Lisbona

Poche ore fa, in Germania, un neonazista tedesco di 27 anni ha cercato di forzare la porta di una sinagoga a colpi di ordigni rudimentali; voleva uccidere quanti più ebrei possibile perché loro sono la ragione di ogni male. Non ci è riuscito e ha cominciato a sparare a caso prima contro una passante poi è entrato in un negozio di kebab e ha sparato ancora. La sua arma automatica si è inceppata e non è riuscito a proseguire la strage.

Nelle stesse ore il presidente turco Erdogan, l’uomo che ha precipitato la Turchia in una spirale di nazionalismo autoritario e violenta repressione verso qualsiasi opposizione, ha deciso di attaccare le formazioni curde nel nord-est della Siria. Perché i curdi sono dei terroristi. Gli ebrei sono la radice del male, i curdi sono dei terroristi. Un nemico.

Il nemico può essere esterno o interno, ma in ogni caso il nemico è qualcuno che minaccia l’integrità: dei confini fisici o morali, che corrompe l’unità di un territorio o di una comunità. Una comunità che insiste su di un territorio e che ha una cultura condivisa: questa è una delle definizioni che per anni abbiamo dato alla Nazione. Una nazione che doveva essere imbrigliata dentro uno Stato, sovrano con le proprie leggi che rispettassero quelle tradizioni. Perché la Nazione, la comunità non riesce a tollerare chi non si identifica con i principi di cittadinanza? Per quale motivo il nazionalismo sente la necessità di omologazione forzata di chiunque viva all’interno dei propri confini? Gli ebrei, i curdi e molti altri popoli, in modi e misure diverse, hanno subito e subiscono lo stesso destino: vengono massacrati in nome di una necessità alla nazionalità, omogenea e pura.

La storia del nazionalismo e dell’affermarsi dello Stato-nazione è la storia di un fenomeno rivoluzionario di costruzione di identità attraverso miti e rituali che avrebbero dovuto costruire l’identità del cittadino: un fenomeno pienamente moderno laddove si intende per modernità l’ingresso delle masse nell’agone politico; prima la borghesia, fino alla fine dell’era degli imperi nel 1918 e poi di quelle masse di subalterni che erano stati scaraventati negli inferi delle trincee della Grande Guerra. Tra i grandi sconfitti di quel conflitto ci furono la Germania del secondo Reich e l’Impero Ottomano. Entrambi i paesi, in misura differente e con risultati molto diversi, hanno reagito a quella sconfitta storica cercando di entrare in quella modernità che segnava il trionfo dello Stato-Nazione contro gli imperi multinazionali, abbracciandone in pieno gli aspetti, propri, del nazionalismo. Un’epoca nuova stava cominciando e cavalcare l’onda era la sola via. La Nazione era il futuro, un futuro che partiva da lontano, sgomitando tra le macerie della Guerra dei cent’anni fino alle rivoluzioni americana e francese. La modernità imponeva che su di un determinato territorio insistesse un solo popolo definito da lingua e religione. Ma quale religione? I tempi delle guerre tra cattolici e protestanti erano lontani e con la velocità alla quale la tecnica cambiava il mondo non ci si poteva basare, esclusivamente, sulla fede trascendente: serviva qualcosa di materialmente tangibile: lingua, tradizioni e razza divennero la nuova trinità sulla quale costruire un nuovo dogma, quello del nazionalismo. Chiunque non condivideva questa meravigliosa rincorsa verso il futuro era un elemento di disturbo, un sabotatore, oggi qualcuno lo chiamerebbe un gufo, e andava zittito per il bene della Nazione. Un blasfemo che si frapponeva tra un gigantesco ego collettivo nazionale: il semplice atto di contrapporsi faceva di lui un estraneo alla comunità ne faceva non solo un diverso, e sarebbe bastato ma un nemico. Un nemico, per sé, deve anche avere degli altri tratti che lo definiscano come tale: il nemico non parla turco, come imponevano le leggi del nuovo Stato sorto in Anatolia da quello che era stato l’impero Ottomano, il nemico ha abitudini alimentari e quotidiane diverse e, per questo sospette, prega un altro Dio. Insomma, è non solo fuori posto qui, diventa pian piano un nemico non solo della Nazione ma per estensione, della razza umana. Il nemico è bestiale, è l’ebreo dalle fattezze bestiali, è talmente vicino alla ferina animalità che ucciderlo non è nemmeno contrario all’etica. Obbligare i curdi a parlare turco, grazie ad una violentissima repressione, era un modo per integrarli: questo, forse doveva pensare Kemal Ataturk quando scatenò campagne feroci contro quella minoranza interna alla Turchia moderna negli anni ’20 del Novecento.

Dichiarare gli ebrei come non appartenenti alla nazione tedesca fu la base delle persecuzioni hitleriane e un prodromo dell’Olocausto. Fuori dalla comunità nazionale, questo è il risvolto della modernità, rimani senza diritti e, soprattutto, senza identità. E se non sei nessuno, ucciderti non è un reato e, forse, nemmeno un peccato. L’unicità dell’olocausto non è, ovviamente, in discussione quello che mi preme, però, sottolineare qui è come in nome dell’appartenenza alla comunità nazionale ed alla rispondenza alle sue regole di purezza si possa facilmente creare un nemico assoluto, apolide, spogliato prima della cittadinanza e poi dello status di essere umano. Quello che è interessante notare, rispetto alla questione curda, è che quel popolo è stato smembrato in 4 nazioni diverse, parla lingue diverse ed anche quelli che noi, semplicisticamente, chiamiamo i costumi e le usanze possono essere molto diverse, come, per altro, era e rimane vero per le comunità ebraiche. Un curdo siriano ed un curdo iraniano se anche entrambi, spesso, musulmani fanno parte di orientamenti differenti come accade per altro, tra Sefarditi e Askenaziti. Certo dopo il trauma della Shoah alcuni ebrei hanno costruito Israele ma non tutti gli ebrei vivono in Israele e non tutti vogliono viverci. In qualche modo questi due popoli sono stati nazionalizzati loro malgrado, hanno subito un processo di essenzializzazione in nome del nazionalismo moderno al quale non rispondevano pienamente. Forse erano esempi di una possibile convivenza transnazionale che abbiamo voluto relegare ad un lontano passato che non è poi così lontano, e forse nemmeno tanto passato, ma dal quale preferiamo non imparare nulla.

Gli ebrei sono il nemico, i curdi sono dei terroristi. Estranei alla nostra idea di comunità nazionale omogenea, chiunque non si conformi va eliminato come un nemico. Erdogan minaccia l’Europa, se mai dovesse avere la capacità di intervenire, di inondare il continente con milioni di profughi che in questi anni la Turchia ha accolto previo pagamento di miliardi di euro da parte della UE. Il pistolero solitario ed uno degli eserciti più potenti del mondo cosa potranno mai avere in comune, quindi? L’idea di Nazione come spazio di purezza e di rivincita contro un cosmopolitismo borghese e democratico che ha fallito nel sostituire l’internazionalismo di marca socialista. L’incapacità di concepire lo Stato come uno spazio di diritti, sociali oltre che politici, sovranazionale ha spalancato le porte all’idea che quei confini ridefinissero non soltanto uno spazio di partecipazione ma uno spazio di esclusione. Questi due attori combattono, ognuno a loro modo, contro un nemico comune, due popoli additati come nemici assoluti per aver mostrato uno spazio di transnazionalità e di inclusione che travalica le norme della Nazione. Dentro la sconfitta di un modello neoliberista che predica la vittoria solitaria, si riafferma uno spazio politico esclusivo e dedicato ai membri della comunità. Qualsiasi elemento di turbativa, dentro questo spazio, sia esso interno o esterno va annichilito in quanto minaccia all’integrità sacra del corpo mistico della Nazione. È questo elemento, esclusivo, che minaccia oggi coloro i quali sono considerati non conformi, senza pensare che i valori sui quali abbiamo basato la nostra idea di conformità sono, anch’essi, storici e mutano continuamente.

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