Università degli studi di Pavia

Nubi nere si addensano sul commercio internazionale, ma più in generale sulle relazioni economiche internazionali: nuove minacce provocate dalla corrente pandemia sanitaria si aggiungono ad una situazione consolidata, connotata da grande negatività per il progressivo abbandono da parte di molti attori di peso nel contesto commerciale mondiale del dogma post-seconda guerra mondiale del multilateralismo per l’assunzione di comportamenti protezionistici-mercantilistici attraverso il perseguimento di accordi bilaterali.

Questa svolta ha avuto inizio nel 2006, con l’ufficializzazione dello stallo del WTO, e precisamente dei negoziati del Doha Round lanciato nel 2001.  Successivamente il blocco del panel deputato alla risoluzione interna delle controversie fra paesi membri, provocato dalla mancata nomina dei giudici americani, decretata dall’amministrazione Trump sulla base della convinzione di un’incapacità sanzionatoria nei confronti della grande antagonista degli USA, la Cina, ha completato l’opera. Attualmente la WTO è così sostanzialmente paralizzata, a causa della paralisi dei suoi due organismi interni.

Il collasso del multilateralismo è quindi un fenomeno oramai consolidato, provocato principalmente dall’atteggiamento delle successive amministrazioni americane e culminato nell’“America First” di quella attuale che privilegia gli accordi bilaterali attraverso cui si prefigge di raggiungere il miglior risultato tramite l’esercizio di pressioni sui partner con la pratica delle sanzioni, sostituendo così alle regole la mera ricerca di risultati vantaggiosi in campo commerciale, soprattutto in quei settori più esposti alla concorrenza internazionale (cinese), cioè quelli maggiormente labour intensive e quelli ad altissima tecnologia.

Un tale atteggiamento mercantilistico è stato immediatamente copiato da altri grandi paesi, in particolare la Cina, spesso accusata di abusare dei benefici del sistema multilaterale e di tentare di imporre nuove regole con il solo scopo della difesa dei propri interessi.

Punto di arrivo di una realtà così compromessa sono state le recenti dimissioni anticipate del direttore della WTO attualmente in carica, Roberto di Azevedo, che lascerà l’incarico a settembre, un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale, con l’intento dichiarato di richiamare tutti i protagonisti alle proprie responsabilità per trovare una via d’uscita allo stallo attuale. In un contesto differente, la notizia avrebbe suscitato scalpore, mentre purtroppo è caduta quasi nel vuoto.

La situazione descritta, che rende quasi impossibile almeno a breve un ritorno al dialogo ed al sistema multilaterale, è stata resa ancora più difficile dal lockdown seguito alla pandemia: quello che era uno stallo nella globalizzazione, si teme possa trasformarsi irrevocabilmente in una rottura delle catene internazionali di fornitura alla produzione, con un loro accorciamento su base regionale quando non addirittura meramente nazionale.

Dato questo quadro estremamente compromesso, è lecito domandarsi quali ne siano le conseguenze sull’Unione europea e sulle sue relazioni commerciali esterne.

L’economia europea non solo è un’economia aperta che non può fare a meno del commercio mondiale, ma ne rappresenta uno dei maggiori protagonisti.

Fattore basilare di questi risultati è la Politica commerciale comune (PCC) che rappresenta uno degli elementi più significativi del processo di integrazione europeo.  La sua efficacia è dovuta alla struttura federale: un singolo negoziatore per i ventisette Stati membri e circa 500 milioni di agenti economici. La sua forza risiede anche nel fatto che le basi concettuali sono condivise fra gli Stati membri indipendentemente dalla loro predisposizione naturale più o meno liberale nei confronti dei partner commerciali.

L’impostazione della PCC si può riassumere nelle tre parole d’ordine, apertura, regole e competizione, che denotano non un’aprioristica ed ideologica adesione della Ue al principio del libero scambio, ma la ricerca di una ponderata apertura dei mercati al fine di garantire un concreto beneficio all’economia europea nel rispetto di regole ritenute vitali non solo per la promozione di un commercio sostenibile, ma anche per smussare la globalizzazione nelle sue ricadute negative sulle componenti più esposte della società europea. Ne consegue un deciso impegno sia nei confronti del multilateralismo che della preoccupazione di sostenere i PVS nel loro processo di apertura verso il libero scambio, tanto che il TEU all’articolo 21 indica che “l’Unione promuove soluzioni multilaterali ai problemi comuni”.

Nel corso degli anni alcuni nuovi valori sono stati aggiunti al perseguimento dei suoi scopi, quali la tutela dei diritti umani, dell’ambiente, dei diritti dei consumatori e della sicurezza degli approvvigionamenti alimentari.

Questo accrescimento ha fatto sì che la PCC abbandonasse il ristretto ambito delle relazioni commerciali per entrare a pieno titolo nell’area della promozione delle relazioni esterne sostenendone gli obiettivi di più ampio respiro. È in questo spirito infatti che l’Articolo 207 del Trattato di Lisbona recita “la Politica commerciale comune deve essere condotta nel contesto dei principi ed obiettivi dell’azione esterna dell’Unione”.

Il collasso del multilateralismo già descritto ha posto un evidente dilemma all’approccio dell’Europa ed al multilateralismo scritto nel suo DNA.

È così che la Ue dalla seconda metà dello scorso decennio si è diretta verso negoziati bilaterali, aumentati dal 25% del passato al 40% del presente, in campo commerciale che posseggono due obiettivi, uno semplice e diretto, l’altro più ambizioso. Il primo consiste nel perseguire l’apertura dei mercati dei paesi terzi attraverso la rimozione dei dazi doganali e delle barriere non tariffarie a beneficio degli esportatori europei sia per i beni che per i servizi. Il secondo, e forse più importante in un’ottica di sviluppo futuro, mira ad ottenere l’adozione di regole concepite per rendere gli scambi sicuri e per proteggere gli operatori, come ad esempio quelle che governano la proprietà intellettuale, la protezione dei consumatori e degli investimenti esteri così come l’istituzione di un organismo per la risoluzione delle controversie ispirato al sistema del WTO.  Queste regole esercitano anche degli effetti sul fronte interno perché risultano sempre più determinanti nella struttura economica e sociale comunitaria, fino ad influenzare le scelte base della costruzione dell’architettura europea.

A questi obiettivi si aggiunge all’interno di ciascun accordo un’agenda normativa nella fattispecie di un “capitolo sullo sviluppo sostenibile” che racchiude fra l’altro impegni comuni concernenti i diritti dei lavoratori e la tutela dell’ambiente, così come l’opportunità di aggiungere altri temi all’agenda negoziale.

L’Unione europea si prefigge così di costruire uno strumento negoziale consolidato da applicare, “mutatis mutandis”, ai diversi accordi al fine di giungere ad un regime uniforme che sta gradualmente emergendo quale meccanismo per regolamentare gli scambi internazionali.

In sintesi, il risultato di questa strategia combinata è la cosiddetta “diplomazia economica” rivolta alle problematiche degli scambi e di politica economica e che contemporaneamente utilizza le risorse economiche quale incentivo per raggiungere obiettivi di politica estera.

Perseguendo questo nuovo approccio, risulta evidente come l’Unione europea abbia non solo superato la logica del mero libero scambio, ma anche creato una larga rete di accordi che rivelano il possesso di una visione della regolamentazione del commercio internazionale, capace di continuare a svilupparsi anche nell’eventualità di un collasso del sistema multilaterale.

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