Giornalista

Quando a inizio dello scorso maggio il giornalista Benjamín Morales Hernández ha smesso di rispondere a messaggi e chiamate, la sua famiglia è stata sopraffatta dall’angoscia. Pochi giorni prima, Benjamín aveva infatti denunciato di aver ricevuto minacce anonime durante una trasmissione di Facebook live fatta dalla pagina Noticias Xonoidag, il sito di notizie online che aveva creato nel 2014. Diverse ore dopo che la famiglia ne ha denunciato la scomparsa, il corpo del giornalista, martoriato da colpi d’arma da fuoco, è stato ritrovato dalla polizia nei pressi di Sonoyta, un comune dello Stato messicano di Sonora che confina con gli Stati Uniti.

Era l’alba di lunedì 3 maggio. Mentre a livello internazionale si celebrava la Giornata mondiale della libertà di stampa, il Messico si svegliava con la notizia del primo giornalista connazionale ucciso nel 2021: coincidenza deprimente per quello che è considerato come il Paese più pericoloso dell’emisfero occidentale per fare giornalismo.

Negli ultimi 20 anni, la violenza si è impossessata delle redazioni messicane, inducendo paura e autocensura. Una realtà, quella messicana, che può sembrare lontana ma che, come vedremo più avanti, ci invita anche a riflettere sul contesto italiano a sua volta percorso da fenomeni preoccupanti.

In Messico, il Comitato per la protezione dei giornalisti riporta che, tra il 2019 e il 2021, sono stati ammazzati 11 giornalisti. Dal 2000 ad oggi, Article 19 – organizzazione britannica con presenza internazionale, dedicata alla difesa della libertà di informazione – ha documentato lassassinio di 138 cronisti: 127 uomini e 11 donne. Di loro, 47 sono stati uccisi durante il mandato di Enrique Peña Nieto(2012-2018) e 18 nellattuale governo del presidente Andrés Manuel López Obrador.

Secondo dati dell’organizzazione México Evalúa, il 93% dei delitti che succedono in Messico non viene punito. La mancanza di verità e giustizia caratterizza anche la maggior parte delle morti violente di giornalisti, così come le aggressioni fisiche e morali di cui sono vittime: più di 400 solo durante i primi sei mesi del 2020, in base al registro di Article 19Discorsi d’odio: la responsabilità delle autorità

L’arrivo alla presidenza di Andrés Manuel López Obrador, nel dicembre 2018, ha rappresentato per milioni di messicani la speranza di un cambiamento radicale. A 15 anni dall’inizio della cosiddetta guerra al narcotraffico”, di una militarizzazione capillare del Paese, di centinaia di migliaia di persone morte o desaparecidas, i discorsi elettorali di López Obrador sembravano promettere un netto miglioramento in materia di diritti umani.

In questi quasi tre anni di governo i risultati sono scarsi. E per quanto riguarda la stampa le condizioni non sono affatto migliorate. Fin dalla sua campagna presidenziale, López Obrador si è affezionato all’espressione “stampa fifí”, termine che usava per descrivere i media più conservatori e vicini ai partiti che per decenni hanno mantenuto in Messico un regime semi-totalitario.

Con il tempo però il termine ha finito per indicare qualsiasi giornalista che faccia domande scomode a tal punto che, nel suo Rapporto 2020-2021 sulla situazione dei diritti umani nel mondo, Amnesty International ha denunciato che con l’attuale governo la stigmatizzazione dei mezzi d’informazione messicani è gravemente incrementata.

 López Obrador è il primo presidente nella storia del Messico ad offrire briefing quotidiani ai giornalisti: lo fa durante la conferenza stampa che dirige ogni mattina, dal lunedì al venerdì, a cui partecipano diversi funzionari del governo.

Pur trattandosi di un esercizio democratico innovativo, quando i giornalisti toccano temi delicati sono spesso derisi, denigrati o intimiditi. I commenti delle autorità vengono poi ripresi nei social, soprattutto su Twitter, dove alimentano discorsi dodio e accanite campagne diffamatorie nei confronti dei giornalisti, spingendo all’estremo la polarizzazione dell’opinione pubblica.   

La pandemia di Covid-19 ha acutizzato questa tendenza autoritaria: d’accordo con il dossier speciale C.O.V.I.D (acronimo di: Coronavirus Opacità Violenza Impunità Disinformazione) elaborato da Article 19, fin dai primi mesi di emergenza sanitaria vari organismi dei governi del Messico, del Guatemala, dell’Honduras, di El Salvador e di Cuba hanno ostacolato lo scrutinio pubblico e l’accesso all’informazione.

Rispetto al caso messicano il dossier mette in luce come la situazione già di per sé precaria della stampa locale sia stata aggravata dalla mancanza di condizioni di sicurezza e di igiene per la copertura delle fonti ufficiali.

Il 69% delle aggressioni contro i giornalisti registrate durante la pandemia sono state perpetrate da agenti statali: una violenza che, secondo Article 19, si deve all’inefficacia strutturale dello Stato messicano nel far fronte agli attacchi contro la stampa.

In seguito alle misure di austerità adottate per far fronte alla crisi sanitaria, a ottobre 2020 è stato inoltre dissolto il Mecanismo para Personas Defensoras de Derechos Humanos y Periodistas, un ente che assegnava risorse economiche e logistiche per proteggere persone minacciate a causa della propriaattività lavorativa. Seppur con gravi carenze, il Mecanismo provvedeva un minimo livello di garanzie a circa 1300 beneficiari, di cui 400 giornalisti e giornaliste.

Senza un piano alternativo concreto, con l’annullamento di questi fondi centinaia di persone affrontano ora un futuro cupo: non sarà più possibile pagare il vitto e l’alloggio nei rifugi che le ospitano e nemmeno i buoni benzina delle scorte che le accompagnano.

Verità silenziate, comunità ferite.

 In Messico c’è uno slogan che scandisce le proteste ogni volta che un lavoratore dei media viene ammazzato: “Non si uccide la verità, uccidendo i giornalisti”. Dopo decenni di violenza è però inevitabile domandarsi quanto questo sia certo.

Lo stillicidio delle loro morti, e l’immancabile impunità che le ingabbia, scava una ferita profonda nei circoli affettivi composti da familiari, amici e colleghi. Ha anche un effetto sociale più ampio: tante tematiche che a fatica trovano spazio nei media mainstream cadono nell’oblio, le comunità più violentate – indigene, migranti, rurali – rimangono senza nessuno che documenti le loro vite e lotte.

In questo panorama i e le giornaliste che informano da quella che in Messico è beffardamente chiamata “la provincia” —in sostanza tutto il Paese eccetto Città del Messico—, sono le persone più fragili. Persone come Benjamín Morales Hernández che attraverso Noticias Xonoidag parlava dei temi più disparati di Sonora, una zona piuttosto ostile per la stampa.

 Negli ultimi mesi Benjamín aveva seguito lo svolgimento delle campagne elettorali per le elezioni federali e locali del prossimo 6 giugno, considerate come le più grandi della storia del Messico e tra le più sanguinarie degli ultimi 20 anni. Dal 7 settembre 2020, inizio della campagna elettorale, al 30 di aprile di quest’anno, la società di consulenza Etellekt ha registrato 476 atti criminali contro politici e candidati, 79 dei quali mortali.

Viste dall’Italia queste cifre fanno sgomento. Non bisogna però cadere nell’illusione che gli attacchi alla libertà d’espressione e la violenza contro la stampa siano propri solo di paesi come il Messico. Uno sguardo attento al contesto italiano mostra infatti una situazione altrettanto allarmante.

Dal 2006 ad oggi, il monitoraggio operato dall’associazione Ossigeno per l’Informazione riporta 4108 minacce e intimidazioni ai danni di giornalisti, difensori dei diritti umani e altri operatori dellinformazione.

La precarietà salariale è un altro elemento importante che, specie nel Meridione, mantiene molti giornalisti sotto scacco. A questa si sommano la collusione di parte del mondo politico ed imprenditoriale locale con gruppi del crimine organizzato e l’omertà che la sostiene: soprattutto in certe latitudini, fare giornalismo è un’attività che implica mobbing, diritti sindacali negati, messaggi minatori, diffamazioni e querele.

Sebbene se ne parli poco, anche in Italia esiste una sorta di doppia realtà: zone che accentrano la produzione dell’informazione e una “provincia” dimenticata o tutt’al più considerata come esotica. Lo racconta con maestria il giornalista Luca Lucio nel suo L’altro giorno ho fatto 40 anni (Laurana, 2018), libro che narra il suicidio del cronista calabrese Alessandro Bozzo avvenuto nel 2013.

Una storia da non dimenticare quella di Alessandro che, sottopagato, minacciato dalle ‘ndrine locali e vessato dal suo stesso editore – Pietro Citrigno, condannato nel 2016 a quattro mesi di carcere con l’accusa di violenza privata nei confronti di Bozzo –, ha sofferto il frantumarsi inesorabile del pieno esercizio di una professione che amava.

Una valanga silenziosa —composta da tante miserabili micro-violenze— che ha finito per soffocare la sua stessa libertà.

           

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