Université de Paris

Domenica 15 marzo si sono tenute le elezioni municipali in Francia. Il momento politico è stato completamente dominato, tanto nei media che tra i (pochi) partecipanti allo scrutinio, dalla tragica attualità della pandemia di Covid-19.

È senza dubbio il contesto immediato di crisi sanitaria che spiega l’astensione record del 55,25 %. I risultati sono senza appello. La République en marche, il partito di Emmanuel Macron, sprofonda perdendo le principali città francesi ; i Verdi s’impongono, come alle ultime elezioni europee ; il Rassemblement National, partito d’estrema destra, consolida le sue posizioni politiche, senza progredire ; La France insoumise, partito d’estrema sinistra, prolunga l’agonia politica iniziata alle ultime elezioni europee. Questi dati hanno un valore tutto relativo, considerando la debole rappresentatività del corpo elettorale votante e, soprattutto, l’annullamento del secondo turno previsto per il 22 marzo, che mette in gioco la validità dell’intera elezione. Come l’hanno segnalato molti costituzionalisti all’indomani del 15, l’alterazione del ritmo dei due turni costituisce un fattore invalidante per l’intera elezione. Senza esprimerlo in termini giuridici, molti cittadini francesi avevano percepito un malessere alla vigilia dell’elezione, confermato dal fatto che i media, invece di coprire i dibattiti elettorali, avessero concentrato da giorni la loro attenzione sul drammatico ritardo francese nell’applicazione delle misure di contenimento dell’epidemia di Covid-19. In altri termini, tanto l’astensione record che l’annullamento del secondo turno, tanto il contesto epidemico che il fatto che abbia incitato un gran numero di votanti a non rendersi alle urne, sono fattori invalidanti di questa elezione.


Domenica 15 marzo 2020, gli incaricati, con guanti e mascherine, contano le votazioni dopo il primo turno delle elezioni municipali, a Schiltigheim, Francia orientale.
Fonte: IlPost.it


Ciò nonostante, essa rivela alcune tendenze strutturali della democrazia francese, che si vedono confermate dalla gestione ultra-personalistica e autoritaria della crisi sanitaria da parte del Presidente Macron.

In primo luogo, le istituzioni democratiche sono minate da un super-Presidente (“Presidente olimpico” dicono i francesi, “un Président jupitérien ») che analizza e applica la politica alla prima persona. In un contesto di incertezza strutturale come quello dell’epidemia Covid-19, la decisione di mantenere le elezioni avrebbe dovuto essere discussa e ponderata collegialmente nell’ambito delle istituzioni parlamentari e, più globalmente, nel quadro delle relazioni tra lo stato e la società. Una decisione così importante, che mette a repentaglio la salute dei votanti e altera la loro “razionalità elettorale”, non può essere assunta in democrazia dal singolo Presidente della Repubblica. Personalismo rima d’altro canto con autoritarismo. Valendosi dello stato di urgenza sanitaria, il Presidente ha annunciato che per un periodo indeterminato il governo legifererà per decreti, senza alcun bisogno di discussione parlamentare. Un tale stato d’eccezione democratica dovrebbe essere per lo meno, come lo era il consolato nella Repubblica romana, delimitato temporalmente. La gestione delle elezioni e quella della pandemia hanno in comune la deriva autoritaria della democrazia francese, nel senso più immediato dell’autoritarismo : una pratica personalistica del potere, senza relazione con la società civile e il Parlamento, e un’alterazione durevole del meccanismo del check and balancies, l’equilibro liberale dei poteri costituenti.

In secondo luogo, la débâcle elettorale de La République en marche segue un lungo periodo di contestazione delle politiche neoliberali di Macron. I Gilets gialli hanno aperto le danze della critica. Questo movimento sociale composto dalle classi medio-basse della popolazione, residenti essenzialmente nelle aree urbane periferiche, semi-urbane o rurali, è stato il primo a contestare l’orientamento neoliberale del governo e il modo autoritario in cui le cosiddette “riforme” sono adottate. I Gilets gialli hanno criticato, in particolare, il fatto che le “riforme” non siano mai valutate secondo i criteri del dibattito democratico, ma in funzione della loro presunta “razionalità economica”. Non dimentichiamo che le principali rivendicazioni del movimento, che emergono sin da gennaio 2019 nell’“Assemblea delle assemblee” di Commercy, sono di due ordini : la riduzione delle disuguaglianze socio-economiche e la creazione di dispositivi di democrazia diretta, come il famoso “Referendum di iniziativa cittadina” (RIC) che esiste in Italia, in forma abrogativa, dal 1970. In altri termini, i Gilets gialli hanno riconnesso due tendenze all’opera nella “democrazia” macroniana : 1) il distaccamento progressivo della classe politica e della maggioranza sociale, e quindi la frattura creatasi tra le aspirazioni elitarie dell’una e quelle ugualitarie dell’altra ; 2) gli effetti sulla democrazia di questo distaccamento : il fatto che il governo macroniano si senta legittimo a imporre riforme strutturali senza alcun riscontro democratico e popolare. Come lo sostiene la filosofa Wendy Brown, è il neoliberalismo – il governo della politica attraverso la razionalità economica -, che produce questa “de-democratizzazione” della democrazia.


Manifestazione dei Gilets gialli a Colmar (Haut-Rhin, Francia)


A la governance neoliberale si attacca, a sua volta, il movimento contro la riforma delle pensioni, poi quello contro la pianificazione strategica della ricerca, tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020. Nei due casi, si tratta di difendere dei servizi sociali essenziali : la sanità e la ricerca. La riforma pensionistica ambisce, in effetti, à fissare al 14% del PIL il finanziamento pubblico delle pensioni, instaurando un “regime universalistico” che annulla di fatto i diritti sociali guadagnati, in lotte secolari, dai ferrovieri e dai funzionari pubblici. Poco dopo l’annuncio della riforma, 1000 dirigenti di servizi ospedalieri si dimettono dalle loro funzioni ; centinaia di professori universitari si dimettono dalle loro responsabilità pedagogiche e amministrative, mettendo in standby le istituzioni accademiche. Dopo anni di riduzioni dei budget per gli ospedali pubblici, per le cattedre e la ricerca, l’attacco contro i diritti pensionistici è percepito come la goccia che fa traboccare il vaso.

Questi due movimenti sociali, i Gilets gialli e gli scioperi contro la riforma delle pensioni, sono fondamentali per capire il contesto nel quale l’elezione abortita e fallimentare del 15 marzo si è tenuta. La politica adottata verso i Gilet gialli è stata la pura e semplice repressione : il gran numero di militanti amputati di mani e occhi, e traumatizzati a vita, ha fatto vacillare la vecchia immagine della Francia patria dei diritti dell’uomo, e ha condotto la Corte internazione dei diritti umani a emettere un grido d’allarme sull’uso fuori controllo dei flashball e altre “armi di contenimento dei manifestanti”, considerate armi da guerra. La repressione ha indebolito fortemente il movimento ; ma l’ha anche ricollocato sulla scala locale, le famose “rotatorie” sulle quali i Gilet gialli avevano strutturato e continuano a far vivere i loro legami sociali. I Gilets gialli hanno rivelato una spaccatura tra la centralizzazione politica, economica e culturale che la Francia eredita dall’Ancien Régime, e le aspirazioni democratiche che emergono a livello locale. Mai come ora, le elezioni municipali hanno avuto una tale rilevanza politica. È quindi tragico che questo momento elettorale, cosi importante dopo il movimento dei Gilets gialli, sia stato gestito con tale imprudenza e irresponsabilità dal governo centrale.

Il secondo movimento, contro la riforma delle pensioni e la pianificazione strategica della ricerca, ha dominato, a sua volta, il contesto elettorale. L’ha dominato nel suo immediato superamento con la crisi sanitaria. Macron vanta oggi, nei suoi discorsi marziali alla nazione, l’importanza strategica dei servizi pubblici – e in primo luogo la sanità e la ricerca medico/scientifica – quando poche settimane prima era pronto a sottoporli alle forche caudine della valutazione economico-manageriale. Curiosa inversione che non illude i cittadini mobilizzati da gennaio per le pensioni, i servizi pubblici e i diritti sociali. Il governo è stato in un certo senso obbligato dalla crisi sanitaria a riconoscere l’utilità sociale e umana, e non solo economica, dei servizi pubblici ; quelle stesse riforme presentate come indiscutibili pochi mesi prima saranno ancora più impopolari dopo l’epidemia. Anche qui, la scala locale diventa politicamente centrale : dopo mesi di quarantena, i cittadini avranno sviluppato una relazione totalmente inedita ai loro servici pubblici di prossimità. Le prossime elezioni municipali porteranno l’impronta di questo cambiamento.

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