Scrittore

Nell’annunciare che il 25 aprile sarebbe stato in Sicilia a parlare di criminalità organizzata, con la quale peraltro esponenti del suo stesso partito avevano solidi e documentati legami (come hanno dimostrato varie inchieste e Il libro nero della Lega di Giovanni Tizian e Stefano Vergine), l’ex ministro dell’Interno italiano la scorsa primavera poneva il suo tassello nel composito tentativo di delegittimare la lotta di liberazione. Questo accadeva subito dopo un 10 febbraio che aveva visto lo stesso ministro, in presenza dell’allora presidente del parlamento europeo Antonio Tajani commosso, sostenere come non esistano «martiri di serie A e martiri di serie B». E questo accadeva dopo un anno solare segnato da un costante tentativo, anche dai vertici delle più alte istituzioni rappresentate da entrambi, di riabilitare la memoria del ventennio – non che sia una novità. Per fortuna esistono validi argini a questa deriva, che però non va sottovalutata perché ha una dimensione che chiamerei “progettuale” piuttosto evidente.

«Onore, memoria, futuro», scriveva il ministro sul libro del Museo del Ricordo. «Siamo nel 2019 – ribadiva due mesi esatti più tardi –, mi interessa poco il derby fascisti-comunisti, mi interessa il futuro». Al di là della solita sovrapposizione impropria e in malafede tra comunismo e partigianato in chiave anti-antifascista, di che memoria e di che futuro stiamo parlando?

 

È evidente a tutti che ci troviamo all’apice di un processo che nell’ultimo quarto di secolo ha letteralmente annichilito la memoria della lotta di liberazione e il significato profondo del 25 aprile, e che ora sta iniziando a scavare un fossato anche intorno al Giorno della Memoria, isolandolo e tentando una comparazione costante con le vicende del confine orientale, con il mantra «E allora le foibe?!?» a fare sempre più spesso da contraltare alla Shoah. Quello che è in atto, in sostanza, è un tentativo di ridefinire il calendario civile e la memoria pubblica italiana, bollando il 25 aprile come data “di parte” e il 27 gennaio come un patetico tentativo di celare altre vittime, che sarebbero ben più importanti in quanto “italiane” (o fasciste?).

Dubito che ci sia un disegno univoco, ma le recenti esternazioni (ultime di una lunga lista) del nuovo sindaco di Predappio – paese con un passato piuttosto ingombrante e a sua volta al centro di infinite diatribe – concorrono in pieno a questo tentativo. I fatti: il suddetto sindaco ha deciso di cancellare il contributo che da anni permetteva a giovani del suo territorio di partecipare a un treno della memoria per Auschwitz.



Le interpretazioni: un’ondata di polemiche lo ha travolto perché la decisione si commentava da sé. Una dovuta premessa: il contributo è stato negato al progetto Promemoria_Auschwitz dell’associazione di cui faccio parte, Deina (abbiamo commentato collettivamente, prima in sintesi e poi in maniera più diffusa, e qua scrivo invece a titolo personale). Le spiegazioni:

«Finché quei treni non fermeranno anche vicino alle Foibe – ha detto il sindaco – ai gulag o al Muro di Berlino la nostra posizione rimane questa. La memoria non può viaggiare a senso unico. Noi siamo i primi a reputare fondamentali i viaggi di istruzione ad Auschwitz, ma, ripeto, vogliamo che anche le altre disgrazie non vengano considerate da meno».

E poi, nuovamente interpellato:

«Quella delle fermate era una metafora. Volevo dire che non ci sono morti di serie A e di serie B […] noi non diamo soldi a chi ha una visione solo parziale della storia».

Et voilà. Un capolavoro di apparente cerchiobottismo, nel quale (tolte le foibe, sulle quali sto per tornare) il primo cittadino predappiese inserisce in una macedonia sincretica memorie che nulla hanno a che vedere, se non in maniera indiretta, con la storia italiana – i lontanissimi GuLag e il Muro di Berlino, dove peraltro con Deina andiamo – in nome di un «non considerare meno» altre disgrazie, del «non dare soldi» a chi ha una visione parziale della storia. Ma in che ottica, con quale prospettiva, a che scopo? Siamo d’accordo che il socialismo reale è stata una «disgrazia» – una torsione di istanze egualitarie, per molti, ma il risultato resta tremendo – ma tornando alle vicende che ci riguardano da vicino davvero si possono comparare le foibe e le migliaia di ebrei italiani assassinati nella Shoah, dopo essere stati cacciati da zelanti carnefici fascisti? Davvero, come in molti avevano previsto e temuto, si sarebbe arrivati a sostenere (è sempre il leader della nuova Lega nazionalista) che «i bimbi» (sic) di Auschwitz e quelli delle foibe «sono uguali»? Quella dei bimbi gettati a centinaia nelle foibe in quanto “italiani”, peraltro, è una spudorata menzogna. Ma anche ammesso che volesse dire «i morti», si può essere d’accordo? I morti sono uguali, oltre al mero dato biologico?

L’ha scritto con estrema chiarezza Eric Gobetti: «Purtroppo le ragioni di chi fa un uso strumentale della storia, negando la realtà ed emarginando chi cerca di spiegarla, sono fin troppo evidenti: suscitare nuovo odio e nuova violenza verso fantomatici nemici dell’Italia e dell’italianità, ieri come oggi». Gobetti ha opportunamente rilevato, rispetto alle foibe, come sia «colossale il baratro tra ciò che producono gli studiosi della materia (nonostante i punti di vista differenti) e ciò che viene raccontato dai mass media e dai politici nel dibattito pubblico». Il cinema, la televisione e le più alte cariche istituzionali – come abbiamo visto – «continuano a diffondere su questo tema una versione basata su stereotipi grossolani, su dati falsi e non attinenti alle fonti»: tra gli esempi eclatanti più recenti (ultimo di una lunga serie) c’è quello noto di Paolo Mieli che è arrivato a sostenere in una puntata de “La Grande Storia” che le vittime delle foibe fossero tutte «innocenti» e che sarebbero decine di migliaia o forse «addirittura centinaia di migliaia – non lo sapremo mai con esattezza», centuplicando così le stime piuttosto precise degli storici. Per farci un’idea di questa mostruosità, sarebbe come se si sostenesse che ad Auschwitz sono morte «forse dieci milioni, forse addirittura cento milioni di persone». O che a Predappio nacquero cento Benito Mussolini.

E allora non stupisce che questi tentativi di demolizione delle due architravi su cui si fonda la memoria della Repubblica italiana, dalla sua alba – è il caso del 25 aprile – a tempi più recenti – la legge istitutiva del Giorno della Memoria è del 2000 – siano incredibilmente convergenti. D’altra parte, e gli storici lo sanno, nelle foibe finirono in parte considerevole individui ritenuti fascisti, camerati di quegli stessi “ragazzi di Salò” che, nel presunto “derby” con i partigiani, vennero sconfitti. Dovrebbe essere la base per ogni ragionamento: nel pluralismo non c’è spazio per chi si ispira al fascismo o fascista si dichiara, e al di là delle distorsioni dei fatti – per ignoranza o malafede – anche le “opinioni” non hanno tutte lo stesso diritto di cittadinanza. Alcune, ed è quasi imbarazzante doverlo sottolineare, celano ben altro.

Lo diceva con pacata e invidiabile chiarezza Claudio Pavone, dodici anni fa, in un saggio intitolato – e non è un caso – Prima lezione di storia contemporanea: «Le invocazioni ad una memoria unificata, fatte nell’ambito di una comunità nazionale, nascondono un sottofondo nazionalistico […] Smussare, levigare, ripulire, addomesticare le memorie significa addormentarsi nella convinzione che le grandi partite della storia si concludano con un pari e patta». D’altra parte, guarda caso, le vittime a essere sempre dimenticate sono quelle degli italiani (che siano slave o etiopi, greche o libiche).

 

La storia non è una partita di calcio, e dovremmo saperlo bene: ma che la si racconti così fa il “gioco” di chi, nella “partita” della memoria pubblica, vuole che i valori e i disvalori appaiano come opinioni, da rispettare indipendentemente dal loro contenuto. Christian Raimo ha sostenuto su “Internazionale” che oggi «le idee fasciste e neofasciste sono sopravvissute e sembrano meno pagliaccesche, residuali, autocontraddittorie, violente, come invece è stato per tutti i decenni in cui l’antifascismo è stato la religione civile della repubblica italiana».

Ed è drammaticamente vero, credo. Personalmente sono convinto che questo “ritorno” in auge del fascismo sia anche dovuto a una strutturale e fisiologica perdita di memoria: non si possono decontestualizzare singoli episodi di violenza, omettendone cause e conseguenze. Perché, forse, «chi non ha vissuto quei tempi non sa qual deserto civile avesse fatto in Italia il fascismo, come avesse idiotizzato il paese». A ricordarcelo era, nel 1969, Ferruccio Parri, uno dei maggiori esponenti dell’antifascismo e della Resistenza, primo presidente del Consiglio dell’Italia libera, che già a partire dall’immediato dopoguerra osservava allarmato l’avanzare «sprezzante e ghignante» dell’«immenso esercito parafascista» e aggiungeva che una sola politica doveva «essere intransigentemente respinta: quella che apriva la porta al fascismo». Perché «non è lecito porre tutto il passato, la lotta di liberazione e il fascismo, sullo stesso piano e tutto confondere dentro un minestrone di dimenticanza, primo passo verso altre involuzioni. È su questi principi che non dobbiamo, non intendiamo cedere».


Ferruccio Parri


Di fronte all’evidenza della fine dell’“unità antifascista” che aveva portato alla democrazia, Parri cercava discorsi e pratiche per difendere l’Italia da pericolosi ritorni di fiamma. E nel 1974 sarebbe tornato ancora sull’atmosfera di connivenza e sulla leggerezza con cui era stato trattato il problema del neofascismo italiano, in un pezzo ora riedito in Come farla finita con il fascismo: «Il primo modo di fare seriamente dell’antifascismo», sosteneva, è quello di togliere di mezzo il partito che legittima il neofascismo, la sua «copertura politica».

Parole quanto mai attuali, da contrapporre frontalmente a chi vorrebbe una memoria pubblica in cui un fascista giustiziato e successivamente finito in una foiba non debba essere «considerato meno» di un neonato salito su un treno per Auschwitz, e gassato immediatamente all’arrivo.

 

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