Università di Genova

photo credits ©The New Yorker


I processi integrati di industrializzazione e urbanizzazione, il prevalere assoluto dell’economia di mercato e della produzione di massa, la centralizzazione dei mercati, la maggiore e sempre più rapida mobilità, la sempre maggiore diffusione di media, di fatto minano le basi dei confini comunitari, portandoci verso una apparente omogeneizzazione delle forme sociali. Apparente perché, in realtà, più le basi strutturali di una comunità diventano sfumate e porose, più quelle simboliche vengono rafforzate con orpelli e fronzoli di carattere identitario. Basti pensare a quanto successo riscuotono le sempre più numerose proposte di localismo ed etnicità, che talvolta si traducono in vere e proprie espressioni neo-tribali. In questo modo il “piccolo mondo antico” sembra agganciarsi a quello moderno, tranne che per l’aspetto economico.

La diffusione della Rete e l’avvento dello smartphone hanno modificato radicalmente il nostro modo di comunicare, al punto che la comunicazione attraverso questo strumento è diventata prevalente rispetto alle altre. Nel suo bellissimo libro La conversazione necessaria, Sherry Turkle dimostra come la presenza di tecnologia mobile di comunicazione possa interferire nella formazione delle relazioni umane. La sola presenza di telefoni mobili inibisce lo sviluppo della vicinanza e della fiducia e riduce l’estensione entro cui gli individui provano empatia e comprensione per i loro partner. Viaggiando molto in treno, mi capita sempre più spesso di osservare come la maggior parte delle persone passi la quasi totalità del tempo a telefonare o a guardare il proprio smartphone, piuttosto che conversare con i vicini di posto. Recenti studi hanno rivelato che in media si controlla il cellulare ogni sei minuti e mezzo. Si può obiettare che anche questa è una forma di comunicazione, in fondo si conversa anche al telefono, ma la parola oggi corre sempre di meno attraverso le onde del web. A circolare non sono i suoni, ma le lettere digitate e trasmesse via sms o whatsapp, e in questo tipo di comunicazione quello che manca è la compresenza, la condivisione di uno spazio e di un tempo comuni, nonché la corporeità che accompagna ogni nostro discorso.

Il medium digitale, invece, priva la comunicazione della tattilità e della corporeità e questo rischia di condurre a una sorta di progressiva scomparsa della controparte reale. Lo smartphone finisce nel trasformarsi in uno specchio che riflette solo noi, che finiamo come Narciso per essere assorbiti da noi stessi a scapito dell’altro. La conversazione faccia a faccia ci rende umani, perché siamo presenti al nostro interlocutore e ogni conversazione offline è una sorta di preludio all’introspezione. È sullo scambio che ci si forma e si cresce. Su uno scambio attento e profondo però, che comporta anche le reazioni momentanee emotive al discorso.

Gli inventori delle varie chat si sono resi conto di questa carenza a cui hanno cercato di sopperire con le emoticon, che dovrebbero esprimere le varie espressioni emotive del dialogo. Le emoticon sono però un surrogato preconfezionato di quel complesso universo che sono le nostre emozioni, che essendo standardizzate finiscono per cancellare ogni indice di personalità e di rendere impossibile ogni forma di improvvisazione. La tecnologia non fornisce una educazione ai sentimenti. Solo un rapporto continuo e costante con altri simili può farlo. Un rapporto non mediato da uno schermo. Per questo la comunicazione mobile può diventare una barriera alle interazioni umane, perché diminuisce l’empatia. Il rischio di un uso sempre più copioso dei social network è la maggiore difficoltà a decifrare le emozioni umane. Una vita continuamente connessa erode la nostra capacità di provare empatia. Singolari le risposte date da alcuni giovani, secondo i quali la tecnologia facilita le emozioni.

Sembra quasi che la conversazione spaventi, per le sue “troppe variabili”, mentre in rete la si può interrompere quando si vuole e in più nello stesso momento si possono fare altre cose. La sensazione è che le relazioni diventino unilaterali e sempre più narcisistiche: ciascuno trasmette, ma nessuno ascolta. L’uso della voce viene avvertito come una intrusione, con il risultato paradossale che in un mondo sempre più interconnesso, ci si sente sempre più soli.

La conversazione richiede tempi e spazi, che siamo sempre meno disposti a concedere. L’individualismo della società urbano-industriale ci ha spinti a rinchiuderci sempre di più ciascuno nella propria bolla, senza però rafforzare quella capacità di introspezione, utile a comprendere noi stessi e gli altri e il mondo fuori. L’introspezione, infatti, richiede una solitudine consapevole su cui si fonda la nostra capacità di cercare l’empatia e di sapere vivere con gli altri.

Invece, ci si sente a disagio quando si è soli e quando c’è silenzio. Allora si cominciano a inviare messaggi, immagini, spesso banali, per avere risposte immediate. Il motto sembra essere diventato: “condivido dunque sono”, che ci conduce a vivere una solitudine fin troppo affollata, spesso fatta di pseudo-amici, diventati tali con un “mi piace”, fondata su una condivisione che è tale solo in parte.

La fuga dalla conversazione ha contagiato anche molte famiglie 2.0 in cui spesso i genitori non riescono a impedire che i figli usino lo smartphone a tavola, rinunciando così alla loro responsabilità di educatori. Anche perché spesso anche loro si dedicano ai cellulari.

C’è un altro aspetto che caratterizza la comunicazione dell’epoca digitale ed è l’intensità, la frequenza con cui noi siamo quasi costretti a comunicare. Grazie ai nuovi dispositivi, siamo sempre connessi e diventiamo oggetto di un numero sempre maggiore di messaggi, informazioni, immagini. Le macchine ci forniscono informazioni in una quantità e con una velocità con cui tentiamo, senza successo, di tenere il passo. Siamo così sempre più costretti a reagire e a rispondere a stimoli esterni, al punto di rischiare di diventarne dipendenti. La loro assenza crea ansia e, soprattutto gli adolescenti, sono sempre meno disposti e capaci di sopportare il silenzio e la solitudine. Solitudine che è la condizione necessaria per stimolare la nostra capacità creativa e che viene invece esorcizzata con l’illusione di una fuga fornita dall’essere connessi. Non si è più capaci di sopportare quei classici momenti di noia, che costringono a riflettere e a trovare un modo creativo per uscirne.

Si cerca allora il dialogo in rete, che oggi, grazie alle nuove tecnologie crea il miraggio di una prossimità emozionale. Sembra così di intrattenere davvero una conversazione, salvo il fatto che non lo è, perché le informazioni sembrano farlo, ma in realtà non rimpiazzano l’esperienza così come era concepita nella cultura fatta a mano. Il rischio è che i social network finiscano per falsificare la nostra comprensione della stessa intimità e con essa la comprensione di noi stessi. Siamo passati da un rapporto reale a una pura sensazione; all’empatia al senso di empatia; dall’esistenza di una comunità al senso di comunità.

Gli studi nel campo delle neuroscienze hanno dimostrato che il nostro cervello è plastico e si rimodella continuamente sulla base di ciò che pensiamo. Pertanto, se non attiviamo certe aree del cervello conversando, rischiamo di perdere la capacità di farlo e questo comporterebbe, se non la fine, di certo un forte indebolimento delle nostre capacità relazionali, sulle quali si fonda ogni comunità. Una community può creare un “senso” di comunità, che però rischia di diventare evanescente, quando abbiamo davvero bisogno di avere qualcuno vicino con cui condividere certi momenti. Come ha scritto Wolfang Goethe: «Comunicare l’un l’altro, scambiarsi informazioni è natura; tenere conto delle informazioni che ci vengono date è cultura».

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