Ricercatore

I risultati delle elezioni generali britanniche del 12 dicembre scorso non sono solamente significativi in quanto, con larga probabilità, consentiranno al governo conservatore di Boris Johnson di portare a compimento la Brexit entro il 31 gennaio 2020. Al contempo rappresentano, anche con qui con larga probabilità, uno spartiacque per il Labour Party, ponendo dei dilemmi all’intera socialdemocrazia europea.

Lasciando da parte alcuni commenti davvero poco rispettosi (valga, su tutti, quello di Matteo Renzi pubblicato su Facebook a spoglio ancora in corso), bisogna chiedersi, anzitutto, se Corbyn ha perso perché “troppo di sinistra” o se perché, come ha sostenuto David Sassoli, rivolto al passato e non al futuro. Oppure se le radici della sconfitta affondano in un dibattito pre-elettorale estremamente polarizzato. Un bell’articolo pubblicato da Enrico Franceschini su “La Repubblica” di qualche tempo fa spiegava molto bene come la Gran Bretagna fosse tra i paesi “al mondo con la più forte diseguaglianza economica”. L’analisi Oxfam cui faceva riferimento Franceschini spiegava che “il 10 per cento più ricco della popolazione britannica possiede più di metà della ricchezza nazionale (il 54 per cento) e l’1 per cento più ricco ne possiede da solo il 23 per cento, quasi un quarto. Viceversa, il 20 per cento più povero della popolazione possiede collettivamente appena lo 0,8 per cento della ricchezza del paese”.

Di fronte a questo panorama economico e sociale, la proposta del Labour di Corbyn pareva puntare dritto al problema: un programma non tanto di ritorno al passato, quanto volto a ridurre quei disequilibri enormi, evidentissimi. Basti una brevissima citazione dal programma: “Il Labour Party eliminerà la povertà dei lavoratori nel corso del primo mandato, affrontando le cause strutturali della povertà, e le disuguaglianze, come i bassi salari e gli alti costi della vita, alzando nel frattempo le reti garantite dal sistema di sicurezza sociale”.

Cosa non è funzionato, dunque? Probabilmente, la ragione principale della sconfitta sta nel fatto che queste elezioni, come ammesso dallo stesso Corbyn in sede di conferenza stampa post elettorale, si sono giocate sul tema della Brexit, come voluto dai Tories. È come se l’asse di dialettica si fosse spostato dal tradizionale confronto orizzontale destra VS sinistra –  prospettiva su cui il Labour ha battuto moltissimo anche negli ultimi giorni di campagna elettorale evidenziando, anche attraverso efficaci video, le posizioni fortemente elitarie di Johnson e soci – ad un confronto verticale tra favorevoli all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea e contrari. Il Labour, con le sue contraddizioni, evidentemente legate alla natura pro-Brexit di diverse costituency, non ha saputo proporre una via alternativa, né tanto meno reindirizzare il dibattito politico sulle piste più affini, uscendo fortemente ridimensionato dal confronto elettorale.

Non è certamente poco. In politica, non comprendere i termini della competizione è senz’altro un errore grave.

Tuttavia, si farebbe l’ennesimo errore – e la storia recente della socialdemocrazia europea è già talmente piena di errori che non vale la pena riempire ulteriormente il gruppo – a buttare via alcuni degli spunti messi sul piatto da Corbyn per tornare alla stagione della terza via di Blair e soci.

La sconfitta del 12 dicembre ci dice soprattutto due cose, che i policy-makers socialdemocratici dovrebbero tenere in massima considerazione.

In primo luogo, rimettere al centro del discorso politico il tema del conflitto sociale, ovverosia considerarlo come un’istanza cui non rinunciare solo per il rischio di assumere le istanze del populismo: è dal conflitto sociale, come è stato spiegato in un recente workshop di Fondazione Feltrinelli su questi temi, che sono stati approntati i compromessi migliori per i ceti più deboli (su tutti il compromesso tra capitale e lavoro).

In secondo luogo, per evitare di inseguire i sovranisti sul loro terreno, converrebbe tornare a ragionare sulle modalità attraverso cui connettere un’agenda socialdemocratica, volta cioè ad abbattere anche nazionalmente le diseguaglianze, con una prospettiva nuovamente internazionale. In una bella intervista pubblicata da “Left” nell’agosto 2019, Ken Loach spiegava che proprio l’internazionalismo evidenzia che “oggi, in un mondo globalizzato, i problemi e i bisogni della working class sono simili. In Uk come in Spagna, come in Italia. E anche in Corea”.

Forse una via d’uscita, stretta e angusta, passa proprio da qui. Cioè dal saper rimettere al centro il progetto di un mondo diverso, in cui i ceti sociali più umili si possano riconoscere al di là degli steccati nazionali. Vale per il Labour, certo. Ma vale anche per l’intera socialdemocrazia europea.

 

 

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