Guerra “dei materiali” più che “guerra tecnologica” in senso stretto, il primo conflitto mondiale mise il mondo scientifico, soprattutto quello di un paese per molti versi ancora arretrato sulla via dello sviluppo come l’Italia, di fronte ai limiti di un’economia dipendente dall’estero per molte delle materie prime necessarie al sacrificio bellico, impegnandolo in uno sforzo che fu prima di tutto sforzo di riadattamento della scienza pura alla praticità delle esigenze belliche.
Dai calcoli matematici applicati alla balistica, alla fisica applicata al miglioramento dell’aerodinamica nei voli di guerra, per arrivare alla chimica applicata allo sviluppo di esplosivi e nuove armi di distruzioni di massa ma anche alla farmacologia e alla scienza medica, nessun settore della scienza rimase di fatto escluso dalla mobilitazione. A tal punto che la presenza massiccia e invasiva della scienza nella guerra – guerra “totale” anche e soprattutto grazie alla scienza – finì non di rado per creare uno iato tra l’umanità della guerra quotidiana vissuta dai fanti nelle trincee e la “disumanità” della tecnologia che stava dietro a molte di quelle condizioni che determinavano e regolavano la vita di trincea.

Ma se la scienza pervase la guerra, d’altra parte la guerra trasformò in modo importante il mondo della scienza. La “mobilitazione scientifica” accelerò e favorì importanti sviluppi dal punto di vista organizzativo, con conseguenze di lunghissimo periodo. Alla costituzione del Comitato nazionale di esame delle invenzioni attinenti ai materiali di guerra (Cnig) e del Comitato nazionale scientifico tecnico per lo sviluppo e l’incremento dell’industria italiana (Cnst), seguiva la nascita, nel marzo del 1917, dell’Ufficio invenzioni (poi Ufficio invenzioni e ricerche, Uir), primo embrione del futuro Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr, nato nel 1923).
Alla base del nuovo binomio scienza/industria vi era un mai celato desiderio di affrancare l’industria italiana dalla duplice dipendenza straniera, sia di materie prime che di know how, in una sorta di nazionalismo scientifico o comunque di funzionalità della scienza ad una politica nazionalista, sulla quale avrebbero più tardi trovato terreno fertile gli orientamenti ideologici del fascismo, da quello autarchico a quello imperialista.

Come per la storia d’Italia tout court, la guerra ebbe dunque un valore periodizzante anche per la storia della scienza, e dei rapporti tra scienza e industria, da una parte, e tra scienza e società, dall’altra.
Il conflitto non solo mise il luce come mai prima di allora l’impatto determinante della scienza sulla vita (ma soprattutto sulla morte) degli eserciti combattenti; ma ebbe un ruolo centrale nell’accelerare una revisione profonda del rapporto tra scienza pura e scienza applicata, con conseguenze importanti, ad esempio, sull’ordinamento scolastico ed universitario, e sugli aspetti organizzativi stessi del mondo scientifico. In tal senso, la nascita del Cnr, erede diretto dell’Uir, può essere considerata una delle acquisizioni più importanti derivanti dal conflitto. L’altra fu indubbiamente quella di rendere più tangibile la necessità di un coordinamento tra scienza, tecnologia e produzione come elemento di modernizzazione della società. Basterebbe una scorsa rapida alla composizione dei comitati delle principali società scientifiche nazionali sorte (o risorte) nel dopoguerra, tra cui spiccano nomi di primo piano dell’industrialismo italiano, per rendersi conto di questa svolta.

Eleonora Belloni
Ricercatrice de La Grande Trasformazione 1914-1918, un progetto di Fondazione Giagiacomo Feltrinelli


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immagine_02La fabbrica della modernità è il processo che trasforma la società tra Ottocento e Novecento e in cui la “Grande guerra” costituisce un passaggio ineludibile. Si entra in guerra con una struttura industriale ancora “piccola”, “locale”, a “scala bassa”, talora artigianale. Se ne esce con la grande impresa in cui si è “anonimi”, “disumanizzati”. Come in trincea…

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