Università Cattolica di Milano

È una ironia della storia, più che una sua astuzia, il destino che sembra essere stato assegnato, nel corso del tempo, al termine «partigiano», sia in funzione sostantiva che nel ricorso aggettivante. Seguirne la traiettoria degli usi, in settant’anni e più di vicende repubblicane e costituzionali, potrebbe forse aiutarci a capire meglio come alla rivendicazione che la ragione stia da una parte – sempre e comunque in opposizione ad un’altra – si sia sostituita, in questi ultimi decenni, la spasmodica ricerca di una fittizia unitarietà basata sull’inesistenza di parti in contrasto di interessi.

Quest’ultima è poi rivendicata come dato «naturale», semplicemente da desumere dall’ordine sociale. Alla contrapposizione tra componenti di un sistema complesso, intreccio di elementi interagenti ma non per questo coincidenti – quindi destinato a evolvere attraverso la trasformazione tumultuosa anche dei suoi lineamenti ed indirizzi di fondo – è subentrata invece un’ansia di conservazione, dove il collante ideologico è fornito dall’obbligo all’omogeneità. Si tratta dell’affermazione del dispositivo liberista: non esistono «parti sociali», in tensione tra di loro, ma individualità, le quali vanno intese come equivalenti poiché eternamente intercambiabili. Ciò che chiamano «società» sarebbe quindi la somma di esse. Non un reticolo di relazioni tra soggetti differenziati, ma una sorta di algebra dell’assenza di differenza. L’impatto di questa presunta uniformità è da considerarsi come rilevante, trattandosi di un ridisegno del modo di concepire le ragioni della coesione sociale. Con esse, della sua riproduzione.

Si tratta quindi di avviare un lavoro di riflessione rispetto a una vera e propria epistemologia dello sguardo sul politico, nel momento stesso in cui esso subisce e tradisce la sua crescente irrilevanza, quanto meno in Italia e in Europa. La spasmodica richiesta di «non essere di parte» si inserisce all’interno di questo orizzonte, laddove la dialettica tra sinistra e destra viene completamente stravolta dalla decadenza degli ambiti di decisione, azione e di reazione. Al centro c’è la crisi della funzione redistributiva dello Stato e, quindi, delle funzioni di negoziazione. In un tale contesto, identitarismo e sovranismo perimetrano e puntellano forzatamente uno spazio agorafobico, alla perenne ricerca di un fondamento (violato e perduto) da ripristinare e di un contorno da mantenere (violabile e come tale da difendere).

Alla nozione di tempo come scorrimento calcolabile e profittevole si sostituisce quella di spazio, materiale e simbolico, che diventa l’orizzonte dentro il quale asserragliarsi. Non c’è più tempo (a venire) ma un tempo (trascorso) da recuperare, per riformulare la propria dimensione aggregativa di gruppo. Ossia per riconoscersi come pari in qualcosa. Più che un ritorno del nazionalismo, secondo i classici dettami consegnatici dal Novecento, allora in funzione imperialista e quindi espansiva, abbiamo semmai a che fare con fenomeni di identitarismo comunitarista, basati su una dinamica contrattiva. Segnati soprattutto dal declino del potere degli Stati nazionali e dal sostituirsi, ad essi, delle città globali come veri centri di produzione e consumo delle ricchezze. Con esse, anche delle risorse politiche. Ciò che sta avvenendo ad Hong Kong ne è un segno, tra i tanti possibili. E ci dice che è proprio in luoghi come quello che si giocherà la posta e la sostanza dei conflitti a venire.

 

La domanda di omogeneità si inscrive all’interno di questa dinamica generalizzata. Il rimando al tutto connota il rifiuto della mixité, del contatto come contaminazione. Si tratta di un comune sentire, che oggi attraversa non solo le società dell’Occidente cristiano ma anche quelle dell’Oriente musulmano. Poiché, dal momento che il conflitto sociale, di natura redistributiva, non è più il motore della storia, si sostituisce ad esso quello etnico. La falsa naturalità subentra esattamente a questo punto, ossia come riscontro di un ordine fondato sulla gerarchia corporea: il confronto non è tra costruzioni materiali ma tra costituzioni biologiche. La vera unitarietà non si dà più come campo condiviso delle regole e delle norme della convivenza (fatto che di per sé implicherebbe il riconoscere che si esiste solo se si è diversi e quindi plurali), bensì come armonia perduta, alla quale deve subentrare la spasmodica ricerca di una nuova fusione. Siamo nell’ambito di quell’olismo e di quegli organicismi che costituiscono il vero tracciato di senso comune delle destre industriali e poi di quelle postfordiste. Non è un caso, quindi, se esse battano ossessivamente il chiodo dell’accusa di partigianeria, intesa come fazionalizzazione, ossia come sovversione di un ordine comunque da ristabilire. Più che il rimandare alla “propria parte”, c’è come l’angoscia di riuscire a sussumere le “altre parti” dentro un’unica dimensione.

Non è quindi tanto una rivendicazione di sé, ma un incubo di natura fusionale quello che alimenta il discorso politico, e pubblico, dell’oltranzismo populista. Auschwitz esiste se si riconosce Kolyma (i Gulag sovietici), ma anche e soprattutto se la storia si riduce a macelleria. La retorica della par condicio, che nel web si sposa integralmente con quella dell’interminabile intercambiabilità delle versioni, cerca di ancorarsi a un presente sfuggevole, in qualche modo cristallizzandolo dentro categorie non negoziabili. La moralità civile non è più il prodotto storico di un confronto tra interessi contrapposti, bensì il risultato di una equivalenza totalizzante. L’idea stessa di conflitto, all’interno di una tale logica, è perennemente ricondotta al fantasma di una guerra civile che deriverebbe dalla divisione del corpo sacro della «comunità», l’unico dal quale può promanare la legittimità del processo decisionale. Non sono temi inediti nell’agone pubblico ma vanno ricondotti al tempo corrente, all’agenda del presente (che si manifesta come tempo dell’eternità), quindi ai modi in cui sono declinati. Il livore che oggi si esprime nella formulazione di questa angoscia da scontornamento, camuffata da identitarismo, non è un effetto collaterale ma il tessuto connettivo, la concreta piattaforma istintiva (ed istintuale) sulla quale far convergere persone altrimenti tra di loro molto diverse o comunque separate da traiettorie di vita differenti. È il vero spazio della sovranità nell’età del declino dell’intermediazione, poiché diventa l’elemento di convergenza, ma anche il precipitato, di una trasformazione storica che sta erodendo le funzioni residue delle democrazie liberali e sociali.

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