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Articolo pubblicato per l’approfondimento: Salute e partecipazione: a 110 anni dalla Fondazione della Clinica del Lavoro


Il 20 marzo 1910 veniva fondata a Milano, in via San Barnaba 8, la Clinica del Lavoro. Più di tutti, a volerne la realizzazione fu l’esperto di patologie legate al mondo del lavoro, nonché illustre accademico prima a Pavia e poi a Milano, Luigi Devoto.

La rotta che avrebbe portato alla nascita dell’istituto coprì il primo decennio del Novecento, anche se le radici affondavano con tutta evidenza nella seconda metà del secolo precedente. D’altra parte, proprio negli ultimi decenni dell’Ottocento, anche in Italia aveva iniziato a svilupparsi la Seconda rivoluzione industriale. L’apertura di numerosissime fabbriche, vere e proprie città che trasformavano lo spazio circostante e che avrebbero avuto amplissimi impatti sociali, significava la generazione di nuove modalità di lavoro e, pertanto, nuovi pericoli e rischi a cui erano esposti i lavoratori. Nei cotonifici di fine Ottocento – secondo quanto scriveva Silvio Crespi nel 1894 e riproposto in questo speciale – gli operai, già costretti a lavorare in ambienti chiusi ed estremamente rumorosi, si trovavano esposti a rischi prodotti direttamente dalle mansioni loro richieste: infiammazioni polmonari causate dalla polvere della lavorazione del cotone; incurvamento delle gambe dovuto alla posizione eretta richiesto dalla catena di montaggio; sfibramento provocato dai lunghi turni di lavoro notturno.

Dal suo osservatorio dell’Università di Pavia, Devoto ben conosceva quanto evidenziato da Crespi. Inoltre, proprio grazie all’ubicazione dell’ateneo pavese in una delle provincie maggiormente dedicate alla coltivazione del riso, il patologo aveva avuto occasione di quali effetti negativi potesse avere la risicoltura sulle mondine, che venivano colpite – come ebbe occasione di spiegare ai suoi studenti nel 1901 – da “malaria”, “cloroanemie”, “gastro-enterite” e dal “deperimento generale”.

Bisognava fare qualcosa in più oltre alla semplice constatazione dei problemi all’interno del contesto universitario. Anzitutto, sempre nel 1901, Devoto promosse la costituzione della rivista bimestrale “Il Lavoro” con l’intenzione di perseguire un obiettivo ben preciso: diffondere tra i medici la necessità di porre al centro della riflessione questioni di natura sanitaria legate alle trasformazioni dei contesti produttivi, indipendentemente fossero questi di natura industriale o agricola. Dopo questa prima operazione, Devoto si mise al lavoro per estendere il concetto di malattia del lavoro a tutte le condizioni patologiche pur non direttamente causate dalla specifica attività lavorativa ma comunque favorite da fattori legati a questa come, per esempio, l’insufficiente alimentazione, il prolungato orario di lavoro, le disagiate condizioni salariali, l’ambiente malsano, le condizioni abitative e di lavoro, così come il mancato rispetto delle più basilari norme igieniche.

Sarebbe fuorviante interpretare in chiave la classista l’azione di Devoto. Non lo era sia perché Devoto aveva una formazione positivista, sia perché – soprattutto – il proposito si inseriva appieno nel disegno di Giovanni Giolitti che prevedeva l’integrazione delle classi lavoratrici nello sviluppo economico complessivo del Paese. A conferma di ciò, si legga quanto sosteneva nel 1902: “Consideriamo pure l’uomo da un punto di vista materiale: il malato che mangia, richiede cure e non produce è una forte passività per una società. (…) Se le malattie fanno lagrimare l’animo nostro (…) turbano l’economia e la fortuna materiale di una nazione”.[1]

Questa operazione intellettuale divenne la base teorica che consentì a Devoto, dopo aver constatato l’attenzione di alcuni industriali lombardi alle sue sollecitazioni,[2] di mettere a punto nel concreto il suo progetto di una clinica delle malattie professionali. Il disegno, approvato dall’Associazione medica lombarda, venne prima deliberato dalla Giunta comunale guidata dal Sindaco radicale Giuseppe Mussi e poi dal Parlamento con un’apposita legge nazionale, votata il 5 luglio 1905.

Nel giugno 1906, contestualmente all’Esposizione internazionale, Devoto, durante il primo Congresso internazionale per le malattie del lavoro (nel corso del quale venne promossa la commissione internazionale per le malattie professionali), annunciò di aver ricevuto l’incarico dal Comune di Milano di organizzare il nuovo istituto sanitario. Nell’ottica di Devoto, che ne avrebbe seguito le attività fino di fatto alla sua scomparsa nel luglio 1936, la Clinica delle malattie del lavoro, così venne ufficialmente nominata,[3] si spese per perseguire diverse finalità, tra cui: formare i medici alle nuove metodologie di indagine e di terapia; istruire il personale sanitario degli stabilimenti industriali e dei servizi pubblici; fornire l’assistenza sanitaria, le informazioni preventive e la documentazione relativa agli stati morbosi ai lavoratori; integrare l’attività clinica, didattica e preventiva con intervento a favore delle classi lavoratrici.

Ritornare oggi, a centodieci anni dalla fondazione, sull’istituzione della Clinica del lavoro non è un’operazione dalla sola natura storica. È funzionale a fare luce al fortissimo rapporto tra il lavoro, le sue trasformazioni, e gli impatti prodotti sulla salute dei lavoratori: un discorso valido certamente nel 1910, quindi all’apice dell’industrializzazione italiana, ma anche nel 2020, quando le nuove tipologie di lavoro producono nei lavoratori nuove condizioni di disagio fisico e mentale, spesso sottovalutate dal grande pubblico.


Silvio Crespi, La salute degli operai nell’Industria del Cotone in Italia,
Ulrico Hoepli, Milano, 1894
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Luigi Devoto, La Clinica del Lavoro di Milano. Venti anni (1910-1929),
A. Cordani, Milano, 1929
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