Ricercatore per l’Osservatorio sulla Democrazia di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Proponiamo un estratto The Demoicratic Reconnection of the EU di Richard Bellamy, professore di Scienza politica all’University College di Londra, saggio dell’Annale Feltrinelli 2019 Thinking Democracy Now: Between Innovation and Regression.


Con il discorso alla Nazione di questa notte, Boris Johnson suggella l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La Brexit, così, cessa di essere un’alternativa discussa nel dibattito politico inglese e si avvia a diventare un evento storico le cui conseguenze sono ancora difficili da preconizzare. Per quanto riguarda le possibili ripercussioni economiche, molto dipenderà dalla definizione dei trattati commerciali con i futuri partner internazionali. Questo però avverrà nelle acque agitate della Guerra dei Dazi tra Stati Uniti e Cina. Se l’Unione Europea, forte di un mercato che comprende oggi ventisette Stati può sostenere con più vigore le sue posizioni, il Regno Unito dovrà affrontare questa sfida da solo. Richard Bellamy, professore di Scienza politica all’University College di Londra, considera come la vicenda della Brexit si sia sviluppata in opposizione a un progetto di Europa federale. Nella loro narrazione, i brexiters avrebbero sostenuto le ragioni della sovranità del Regno Unito contro quelle del centralismo burocratico di Bruxelles. Secondo Bellamy, questo dibattito è viziato alla base: l’Unione Europea non dovrebbe essere un’entità federale in divenire, quanto un’Unione di democrazie nazionali che si trovano a governare, su base paritaria e congiunta, questioni di natura politica, economica e sociale che derivano dalla loro sempre maggiore interdipendenza. In questo senso, la Brexit potrebbe rivelarsi un colossale abbaglio: piuttosto che restituire ai cittadini del Regno Unito sovranità e indipendenza, sottrarrebbe loro uno strumento per poter tutelare i loro interessi politici ed economici in un ambiente internazionale sempre più ostile. È proprio alla luce della Brexit che appare importante fornire chiarezza su cosa sia il processo di integrazione europea.


Molti federalisti europei hanno guardato allo sviluppo della democrazia sovranazionale a livello europeo sia come qualcosa che sia richiesto perché la democrazia possa funzionare in un mondo globalizzato, sia come requisito morale per soddisfare norme di eguaglianza. Ho messo in discussione la necessità e legittimità di questa soluzione, così come l’accuratezza nel descrivere il modo in cui funziona l’UE. Lontani dal rispondere a queste due sfide1, questi passi verso una maggiore integrazione le hanno spesso acuite. Le critiche che vengono sollevate da centrosinistra alla UE hanno ragione quando notano come la struttura costituzionale UE già promuova la globalizzazione economica. Inoltre, come abbiamo sottolineato, il processo di integrazione è stato inizialmente perseguito attraverso vie non democratiche, in parte per evitare potenziali resistenze dai diversi demoi degli Stati membri. Per cominciare, i diritti che erano stati associati alla cittadinanza europea erano in larga parte collegati alla mobilità lavorativa e allo sfruttamento di opportunità economiche fornite dal Mercato Unico. Come risultato, furono esercitati da meno del 5% della popolazione della UE. Certo, l’eccezione è il diritto di voto per il Parlamento Europeo, ma l’esercizio di questo diritto è costantemente crollato sin dalla sua istituzione ed è rimasto sotto la soglia del 50% per decenni, raggiungendo un nuovo minimo col 42.6% alle elezioni del 2014. In questo senso, le elezioni europee sono state una sede ben più debole per l’esercizio delle preferenze dei cittadini rispetto all’ambito  offerto dalla legge UE a imprese e gruppi sociali che cercavano di sfidare leggi e regole che erano state negoziate a livello nazionale. In proporzione, il trasferimento di fedeltà alla UE è stato superficiale. Fino a quando era associato al periodo di pace e prosperità del dopoguerra, ha goduto di legittimazione “in virtù dei risultati” ed è stato sostenuto da un vasto livello di identificazione “ordinatia”, grazie ai benefici e alla sicurezza economica che gli venivano attribuiti. Ma questo è stato messo duramente alla prova dalla crisi economica e dalla più recente associazione della UE in diversi Paesi con politiche di austerità largamente diffuse e la corrispondente riduzione dei livelli di spesa pubblica, soprattutto per il welfare sociale. Come la Brexit ha indicato, coloro che si oppongono alla UE, quasi un terzo dell’elettorato se non di più in alcuni Paesi dell’Unione, sono tipicamente molto più espliciti e convinti rispetto a quanto siano i sostenitori dell’UE. Di nuovo, molti cittadini europeisti hanno individuato l’ovvia risposta nell’adozione, da parte dell’UE, di politiche sociali più inclusive – come ad esempio un salario minimo per tutta l’Unione – che potrebbero sostenere un trasferimento di autorità politica democratica a livello della UE. Eppure, un simile passo pone la domanda se i cittadini europei desiderino in primo luogo una maggiore inclusione sociale. Per molti, una simile azione sarebbe l’ennesima imposizione dall’alto, con un rischio reale di indebolire ulteriormente gli incompleti ma comunque decisamente migliori sistemi di welfare esistenti a livello nazionale, e con essi i modelli democratici che ne hanno facilitato l’emergere. Viceversa, ho suggerito che la legittimità democratica della UE risieda nel consolidare e legittimare i sistemi democratici degli Stati membri piuttosto che offrendone un’alternativa. Comunque, ciò non può essere raggiunto trattando l’autodeterminazione nazionale di un singolo Stato in isolamento rispetto agli altri Stati – sia praticamente che moralmente. Le decisioni democratiche di quasi tutti gli Stati influenzano, e sono esse stesse influenzate da, le decisioni democratiche di altri Stati, che siano o meno associati all’interno di una struttura come la UE. Tutti gli Stati rischiano di perdere legittimità democratica nella misura in cui le decisioni democraticamente prese in uno Stato minano quelle di altri Stati, o riducono le opzioni a loro disposizione, essendo a loro volta parzialmente determinate da quelle degli altri Paesi. Infatti, come ho già evidenziato in precedenza, la democrazia interna è ulteriormente sminuita dall’incapacità di affrontare problemi che richiedono cooperazione fra Stati, vuoi perché questi problemi sono per loro natura mondiali – come il riscaldamento globale – o perché coinvolgono attività transnazionali e processi fra organizzazioni multinazionali, che siano movimenti finanziari, flussi migratori o terrorismo. Quindi, un deficit a livello di democrazia nazionale esiste per il fatto che gli Stati democratici sono parte di un mondo interconnesso in cui l’autarchia non rappresenta più un’opzione plausibile o desiderabile. Superare questo deficit di democrazia nazionale richiede alcune normative per le interazioni fra Stati, e un meccanismo per favorire la cooperazione fra di essi. Per raggiungere questo obiettivo mantenendo forme significative di auto-determinazione per le popolazioni di questi Stati, abbiamo bisogno di ripensare lo scopo delle istituzioni sovranazionali. Invece d’essere fonti superiori e indipendenti di autorità democratica per i loro Stati costituenti, dovremmo vederle piuttosto come meccanismi che permettano alle comunità democratiche di coesistere secondo termini concordati e su base egalitaria. In quanto tali, questi organi sovranazionali devono rimanere subordinati ai loro Stati membri come autorità delegata sotto il loro collettivo e paritario controllo. Questa proposta costituisce una soluzione “demoi-cratica” alla questione della legittimità democratica, per cui, nelle parole di Kalypso Nicolaïdis, i popoli della UE “governano insieme ma non come uno”, così che i cittadini siano riconnessi attraverso decisioni a livello internazionale grazie a quello che ho definito intergovernamentalismo repubblicano. Questa argomentazione rifiuta le rivendicazioni sia degli Euroscettici sostenitori della Brexit sia degli Eurofili che propongono una UE federale. Contro gli Euroscettici che sostengono la Brexit, ho discusso come possiamo esercitare un controllo solo grazie a organismi come la UE; contro alcuni Eurofili che propongono l’unificazione politica, ho suggerito che possiamo ottenere controllo tramite la collaborazione fra le democrazie europee, non creando un livello di democrazia sovranazionale. Entrambe queste alternative implicano perdita di controllo. Abbandonando la UE, il governo britannico e coloro che hanno votato questa proposta hanno commesso un errore morale e politico contro loro stessi e gli altri. Si sono posti in una situazione in cui inevitabilmente saranno controllati e dominati da altri Stati e organizzazioni e potranno rispondere solo cercando, largamente invano, di controllarli e dominarli a loro volta. Dal punto di vista del trilemma di Rodrik2, i sostenitori della Brexit hanno offerto una facciata formale di sovranità nazionale, simbolizzata da certi controlli sull’immigrazione contro poveri e inermi, violando così i loro obblighi morali ad aiutare chi si trova in disperato bisogno, unita a un’apertura totale ai processi economici globali su cui avranno un controllo democratico minimo, se non nullo. Comunque, l’alternativa non deve essere l’assorbimento in una UE federale. Al contrario, non solo questa è una caratterizzazione inaccurata di come la UE funziona, ma ignora i risultati raggiunti in qualità di meccanismo per cui le popolazioni degli Stati membri hanno collettivamente ripreso il controllo senza consegnare l’autorità sovrana ad istituzioni europee centrali, perché queste istituzioni rimangono sotto il loro controllo congiunto e paritario. A questo proposito, possiamo vedere la Brexit solo come basata su un’incomprensione fatale di enormi proporzioni.


1 Le due sfide che la democrazia deve affrontare a livello dello Stato-Nazione, secondo Bellamy, sono: 1. La sfida funzionale posta dalla globalizzazione; 2. La sfida morale posta dal cosmopolitismo affinché tutti gli individui siano trattati allo stesso modo, indipendentemente dalla loro nazionalità. (N.d.R)

 

2 Il “Trilemma di Rodrik” è stato teorizzato dall’economista turco Dani Rodrik nel saggio The Globalization Paradox (Oxford University Press, 2011) per indagare i rapporti fra democrazia, autodeterminazione nazionale e globalizzazione, sostenendo la tesi per cui i tre termini non possono coesistere. Secondo Rodrik: “Se vogliamo preservare e rafforzare la democrazia, dobbiamo scegliere fra lo Stato-Nazione e l’integrazione internazionale dell’economia. E se vogliamo mantenere lo Stato-Nazione e l’autodeterminazione, dobbiamo scegliere fra potenziare la democrazia e potenziare la globalizzazione”. (N.d.R.)

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