Ricercatrice Fondazione Feltrinelli

Lassù c’era da ozonare l’atmosfera, da sbattere oltre Brennero i mestatori e gli intrusi, da fondare asili e scuole italiane, da favorire onestamente i connazionali, da mantenere un ferreo governo militare fino alla completa liquidazione delle mene pangermanistiche, dei plebisciti tirolesi. [1]

Il 25 aprile 1921 «Il Popolo d’Italia» dedicava un articolo ai fatti di Bolzano dove, il pomeriggio del giorno precedente, un corteo folcloristico tirolese era stato aggredito dai fasci di combattimento. Circa 400 squadristi erano stati chiamati a raccolta sotto la guida di Achille Starace, già fondatore dell’unica sezione dei fasci di combattimento presente nella provincia di Bolzano (istituita poco più di due mesi prima, il 19 febbraio 1921). In un contesto caratterizzato da una minoritaria presenza di italiani – pari a circa l’8% della popolazione risiedente nel territorio provinciale – l’adesione alle prime espressioni movimentiste del fascismo era stata molto limitata e di conseguenza anche la capacità organizzativa e l’incisività dello squadrismo. I fascisti cooptati nell’operazione del 24 aprile erano infatti per lo più provenienti dalle regioni limitrofe e furono diretti dal comitato centrale dei fasci di combattimento di Milano. L’aggressione, a colpi di arma da fuoco, manganelli e lanci di granate, scompaginò la manifestazione ferendo circa cinquanta degli altoatesini presenti e causando la morte di Franz Innerhofer, un maestro elementare venuto dal comune di Marlengo per l’occasione della fiera.[2]

Ancora prima che il movimento fascista assumesse la forma di un partito, l’aggressione squadrista si faceva portavoce di un ideale di autorità “alternativo” a quello istituzionale, che proponeva interventi ben più drastici e violenti di cui il governo liberale era considerato incapace. Da parte fascista la responsabilità dei disordini cadeva infatti sulla mollezza – “La forza che non piega” –  e la noncuranza – il cosiddetto “menimpipismo” – del governo giolittiano, rappresentato in loco dalla figura del Commissario Generale Civile Luigi Credaro, il cui atteggiamento governativo, secondo il giornale mussoliniano, suggeriva un: “aperto invito a strafottersi dell’Italia, a moltiplicare dimostrazioni anti-italiane e ritenere per certo il distacco dall’Italia”. [3]

La sovranità dello Stato italiano faticava ad attecchire in questa provincia di nuova annessione dove all’indomani del 10 settembre 1919 (trattato di Saint Germain) la popolazione a maggioranza tedesca si trovava a dover accettare di essere diventata di fatto una minoranza linguistica nazionale del Regno d’Italia.

Il corteo in abiti tradizionali sudtirolesi, organizzato in occasione della riapertura della fiera di primavera dopo il fermo imposto negli anni di guerra, cadeva tra l’altro in una significativa coincidenza con un plebiscito che chiedeva l’annessione del Tirolo alla Germania. Le consultazioni popolari contravvenivano alle disposizioni del trattato di pace il quale limitava nei territori tedescofoni, sottratti a Germania e Austria, l’applicazione del principio di autodeterminazione dei popoli. La filiazione tra Tirolo del sud ed ex madrepatria austriaca caratterizzava questi anni di riassetto politico amministrativo in cui si andava affermando una politica di difesa dell’elemento tedesco, promossa dalla nascente federazione Deutscher Verband: il punto di riferimento per le minoranze linguistiche germanica e ladina del Sud Tirolo, fondata nel 1919 in seguito all’annessione italiana.[4]

Le pagine dell’«Avanti!» ci restituiscono il riverbero che questi avvenimenti del 24 aprile avevano generato nella capitale austriaca: la sede del consolato italiano a Innsbruck era stata assediata per tutta la notte da una folla di manifestanti e dei tafferugli si erano verificati in un Caffè tra alcuni manifestanti e degli avventori italiani.[5]

La fiera di primavera offriva alla comunità di lingua e cultura tedesca un’occasione per rivendicare il proprio senso di appartenenza e di alterità culturale, minacciata dagli stravolgimenti di politica internazionale. La scelta di sfilare in abiti tradizionali si può leggere come un’espressione di lealtà etnica – un’occasione per posizionarsi nettamente – in un contesto attraversato da evidenti tensioni di carattere identitario e in cui, per usare le parole di Alexander Langer, di “Occasioni per schierarsi – da un punto di vista etnico – se ne trovano sempre, o se ne creano di apposite.”[6]

Il movimento fascista aveva recepito da questa manifestazione un contenuto di sfida e perciò reagì con una modalità d’intervento tipicamente squadrista: applicando la stessa violenza fascista organizzata messa in campo in chiave repressiva, a partire dall’autunno del 1920, soprattutto in quelle zone d’Italia che avevano aderito al Biennio rosso[7]. La partita in questo caso però si giocava sul terreno scivoloso dell’identità e chiamava in campo da entrambe le parti la percezione di un rischio di snazionalizzazione e di assimilazione culturale. In questa dinamica l’intervento di repressione squadrista, che ufficialmente muoveva contro delle presunte “tendenze pangermaniste”, andava ad assumere un connotato patriottico ma al contempo anche antigovernativo, diretto contro i liberali al governo tacciati come responsabili.

I fatti di Bolzano tradiscono quell’assenza di mediazioni che avrebbe caratterizzato la gestione mussoliniana dell’annessione territoriale sudtirolese, e sono sintomatici della politica assimilatrice che l’Italia fascista attuò nei territori esteri colonizzati. A differenza della cautela dimostrata dai governi precedenti, quello fascista in Alto Adige rivendicò simbolicamente un ruolo di madre patria civilizzatrice, come testimonia il dibattuto e ancora inquieto monumento alla Vittoria su cui troneggia l’iscrizione:

«Qui [sono] i confini della Patria. Poni le insegne! Da qui educammo gli altri alla lingua, al diritto, alle arti» (in latino: «HIC PATRIAE FINES SISTE SIGNA HINC CETEROS EXCOLVIMVS LINGVA LEGIBVS ARTIBVS»)

Il Monumento – terminato nel 1928, a firma dell’architetto Marcello Piacentini – scriveva Alexander Langer, marca con la sua presenza lo spazio urbano, rafforza la percezione dell’identità – specie se etnica – e funziona come strumento di contrapposizione[8], ricordandoci oggi l’interdizione a politiche più rispettose nei confronti di minoranze linguistiche e culturali.


[1] «Il Popolo d’Italia», 25 aprile 1921, consultato presso la Biblioteca della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

[2] Cfr., Stefan Lechner, Der „Bozner Blutsonntag“: Ereignisse, Hintergründe und Folgen, in Hannes Obermair, Sabrina Michielli (a cura di) Quaderni di storia cittadina, 7. Culture della memoria del Novecento a confronto, Litografica Editrice Saturnia, Trento 2014, pp. 37-46.

[3] «Il Popolo d’Italia», 25 aprile 1921, consultato presso la Biblioteca della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

[4][4] Cfr., Umberto Corsini, Rudolf Lill, Alto Adige 1918-1946, edito dalla Provincia Autonoma di Bolzano – Alto Adige 1988, pp. 47-71.

[5] «Avanti!», 26 aprile 1921, consultato presso la Biblioteca della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

[6] Alexander Langer, Sudtirolo ABC, citazione per esteso: “Occasioni per schierarsi – da un punto di vista etnico – se ne trovano sempre, o se ne creano di apposite. La scelta della scuola, delle associazioni, del giro di amicizie, del coniuge, del nome per i propri figli o per la propria ditta, del locale preferito, del negozio in cui si fanno gli acquisti o dei fornitori presso i quali ci si serve, il modo con il quale si celebrano le feste e lo stile di costruzione e d’arredamento della casa”, pp. 214-215. Testo pubblicato in formato pdf sul sito della Fondazione Alexander Langer: https://www.alexanderlanger.org/it/144/3453

[7] Cfr. Andrea di Michele, Squadrismo e primo fascismo a Bolzano in Hannes Obermair, Sabrina Michielli (a cura di) Quaderni di storia cittadina, 7. Culture della memoria del Novecento a confronto, Litografica Editrice Saturnia, Trento 2014, pp. 47-54.

[8] Cfr., Alexander Langer, op.cit., p. 202.

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