Università degli studi di Trento

Terza parte


Prima parte – Globalismo e globalizzazione: il problema

Seconda parte – Globalismo e globalizzazione: le posizioni in campo, visioni della globalizzazione


Prima di proseguire, è opportuno chiarire cosa si intende per globalismo e globalizzazione.

Globalismo è l’opinione che gli esseri umani dovrebbero agire di concerto su scala mondiale per gestire i beni comuni e le risorse naturali finite o fragili. Sostenere tale opinione implica la condivisione di alcuni valori quali: solidarietà, giustizia distributiva (anche transgenerazionale), imparzialità e trasparenza.

Globalizzazione è la vicenda storica per cui una porzione significativa di esseri umani è unita attraverso un’infrastruttura logistica e di comunicazione (un network) che collega punti diversi del pianeta, in misura sufficientemente frequente e densa per cui Ie loro attività economiche, sociali, culturali e possibilmente politiche diventano interdipendenti.

I populisti sono negazionisti sui problemi che richiedono una soluzione globale: clima, demografia, migrazione e risorse naturali. I populisti alimentano il consenso monopolizzando l’attenzione dell’audience, diventandone la sola fonte di informazione. Ammettere l’esistenza di problemi a carattere sovranazionale significherebbe aprire la loro audience a fonti di influenza non controllabili. Mantenere il controllo politico interno è per loro più importante che cercare una soluzione ai problemi globali.  Ciononostante, dietro le quinte, i populisti sono saldamente connessi tra loro a livello globale.

Al contrario, i democratici mantegono valori globalisti, ma non hanno aggiornato la loro visione all’entità dei cambiamenti in atto, assai più profondi di quanto si ritenesse quando quei valori furono concordati.

I democratici devono valutare la reale portata degli eventi (ambientali, demografici, economici, politici), aggiornare la loro visione e ricalibrare i loro valori facendo proprie alcune delle idee e posizioni globaliste sopra esposte, o accogliendone altre dai loro elettori. Devono inoltre cogliere le interdipendenze tra problemi che richiedono una soluzione globale, come sommariamente esposto nell’omonima tabella. Devono quindi scegliere quali tra quei nodi di problemi intendono privilegiare. Infine, e soprattutto, devono costruire l’organizzazione internazionale che consenta loro di affrontare a livello globale i problemi che non sono risolvibili altrimenti, e promuovere un movimento di opinione e di solidarietà internazionale che confidi nella possibilità della loro soluzione.

Per comprendere la portata di questo programma occorre valutare le reali conseguenze della globalizzazione sull’impianto culturale delle società occidentali mature. A questo scopo è opportuno fare un passo indietro.

Negli ultimi cinquecento anni il punto di vista dell’Occidente ha contribuito a formare il resto del mondo e la sua autoconsapevolezza. Ambiente, materie prime ed esseri umani nel resto del mondo erano risorse che gli occidentali si sentivano in diritto di sfruttare, dato che che nessun altro lo stava facendo. Agli occidentali pareva irrazionale, sprecato e quasi immorale lasciare inutilizzata tale grazia di Dio. Allo stesso modo, l’uomo-eroe occidentale scalava Ayers Rock (o Uluru) e conquistava le cime Himalayane, sacre dimore di divinità e antenati da tempo immemorabile.

Oggi siamo a un punto di svolta, perché dopo mezzo millennio il potere dell’Occidente è per la prima volta culturalmente e materialmente indebolito. Dal primo shock petrolifero del 1974 altri hanno cominciato a profittare, come l’Occidente, di quella grazia di Dio. Non solo: l’Occidente non può più rivendicare l’egemonia della propria visione del mondo, perché altre visioni hanno ormai acquisito altrettanto o (numericamente) ancora maggior peso: più gli asiatici studiano le reciproche culture, più si riconoscono in una nuova identità pan-asiatica (Parag Khanna, The future is Asian, 2019 p. 338.)

Secondo Richard Tarnas, la moderna autoconsapevolezza occidentale è nata cinque secoli fa con la pubblicazione di De revolutionibus Orbium ceaelstium, dove Copernico dimostrò che la terra non è al centro dell’universo. La rivoluzione copernicana si estende ben oltre l’astronomia: riconosce che la percezione del mondo reale è determinata dalla posizione del soggetto; libera l’uomo dalla cosmologia antropocentrica antica e medievale, sposta l’essere umano da una posizione di assoluta centralità a una posizione indefinita e perferica, in un universo vasto e anonimo [1]. La rivoluzione copernicana sancisce la separazione tra realtà e percezione, affermando che la posizione dell’individuo osservatore condiziona la sua percezione della realtà.

Oggi una seconda rivoluzione copernicana è in atto. Dopo mezzo millennio di egemonia l’Occidente si accorge di non essere più al centro dell’umano universo. La sua visione occidentale del mondo smette di essere l’unica opzione possible o la più rilevante. La cultura occidentale sta riconoscendo la propria perdita di centralità, e dunque anche la propria visione del mondo è divenuta relativa, indefinita e periferica, in un universo vasto e anonimo.

Non solo l’uomo occidentale realizza di non essere al centro dell’universo umano, ma anche che ciò che vede potrebbe non essere particolarmente rappresentativo della realtà là fuori (o là dentro).

Acquisire consapevolezza di un tale cambio di prospettiva – da parte di ambedue le culture – costituisce il passo fondamentale verso la costruzione di una nuova visione globalista. Non è questo il luogo per investigare quali ne saranno i principi e gli assiomi: ciò è un compito che i democratici occidentali si devono porre come programma. Ma alcune tappe si possono indicare.

Negare l’esistenza o l’origine antropogenica dei problemi che richiedono una soluzione globale (clima, demografia, migrazioni, risorse naturali) è un modo per non vedere o negare la perdita di centralità della visione occidentale. I populisti cavalcano l’emozione di questa minacciata perdita di identità.

All’opposto, acquisire un punto di vista globalista significa convenire sulla relatività della propria visione, ma allo tesso tempo adottare un punto di vista più alto. Il nuovo globalismo democratico deve essere un’alternativa preferibile a quella perdita di identità, un progetto alla cui costruzione gli elettori occidentali possano partecipare, facendolo proprio e avendo fiducia nella capacità della sua leadership di raggiungere soluzioni.

Occorre infondere la consapevolezza che i tempi di realizzazione non sono brevi, che è necessaria una visione comune di Oriente e Occidente, e che le priorità dovranno essere concertate e verificate periodicamente. Tuttavia da tali limiti si possono ricavare i valori di riferimento: tempi lunghi richiedono il coinvolgimento di più generazioni; visione comune implica solidarietà globale; concertazione delle priorità significa applicare un procedimento deliberativo alla difesa del bene comune.

Infine, definire con precisione la nuova cultura globalista è liberatorio, perchè consente di essere critici nei confronti degli effetti perversi della globalizzazione, senza il timore di apparire retrogradi.

 

[1] The Copernican shift of perspective can be seen as a fundamental metaphor for the entire modern world view: the profound deconstruction of the native understanding, the critical recognition that the apparent condition of the objective world was unconsciously determined by the condition of the subject, the consequent liberation from the ancient an medieval cosmic womb, the radical displacement of the human being to a relative and peripheral position in a vast and impersonal universe, the ensuing disenchantment of the natural world. (Richard Tarnas, The passion of the Western Mind 1991, p. 416)

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