Università degli Studi di Pavia

Un recente contributo di Walter Scheidel, professore di storia a Stanford, costituisce un importante contributo al dibattito che è andato sviluppandosi negli anni sul livello e sui mutamenti della disuguaglianza nel breve e lungo periodo, all’interno dei singoli paesi e tra paesi. Scheidel propone nuove importanti intuizioni sul perché la disuguaglianza sia così persistente e perché sia molto difficile che possa diminuire. La concentrazione del reddito e della ricchezza ha proceduto di pari passo con la civilizzazione. I fattori all’origine di questa crescita sono numerosi e tra loro interconnessi, oltre che non sempre facilmente identificabili. Si può tuttavia osservare che le disparità di reddito e di ricchezza sono aumentate quasi dovunque nei paesi occidentali. Oggi un limitatissimo numero di miliardari controlla una quota pari alla metà della ricchezza mondiale. La quota di ricchezza dell’1% più ricco ha raggiunto, negli Stati Uniti, un livello pari a quello che aveva nel 1929. Il rapporto tra la ricchezza di Bill Gates e quella del cittadino americano medio, è pari a quello tra i più ricchi aristocratici romani nel 400 d.C. e la gran parte degli altri cittadini.

L’emergere di una disuguaglianza così elevata segue uno schema classico. La formazione di un surplus economico nelle società primitive dà origine alle prime significative disuguaglianze. Forme di ricchezza trasferibili tra generazioni sorgono poi con la formazione delle élites. Scheidel presenta alcuni interessanti esempi: dalla Mesopotamia alle élites azteche, dalla Cina antica all’Impero romano. La ricerca spazia su di un arco temporale e territoriale amplissimo: dal Pleistocene all’Atene di Pericle, dai Maya alla Somalia di oggi, dalla Firenze del ‘400 alla Silicon Valley. Questa ricchissima evidenza empirica mostra come sia praticamente impossibile ridurre la disuguaglianza in tempo di pace, cioè adottando le tradizionali politiche fiscali e redistributive, e neppure in seguito ad un processo di rapido sviluppo. Negli ultimi 2000 anni si osservano alcuni “picchi”, molto simili tra loro, di estrema disuguaglianza: alla fine dell’impero romano, alla fine della società medievale e alla vigilia della Prima guerra mondiale.

Nel corso di migliaia di anni solo quattro «forze», tutte connesse ad eventi traumatici, si sono mostrate efficaci nel ridurre la disuguaglianza.  Le guerre, la caduta degli Stati, le rivoluzioni e le epidemie hanno prodotto effetti distruttivi sui patrimoni e sulle grandi ricchezze e di conseguenza hanno condotto anche ad un livellamento dei redditi. Quanto più uno Stato o un Impero è stato duraturo, tanto più ricca è stata la sua classe dominante. Il collasso statale inverte questo processo, e quanto più drammatico è il collasso, tanto più sostanziale è il livellamento dei patrimoni e dei redditi.

Anche le guerre contribuiscono a ridurre la disuguaglianza, principalmente quella patrimoniale, con la distruzione dei patrimoni immobiliari e/o dei capitali investiti nelle fabbriche. Generalmente si verifica un declino del valore del capitale e dei suoi rendimenti, vengono introdotte aliquote fiscali molto elevate sui redditi e sulla ricchezza, si genera un processo inflazionistico che colpisce i detentori di titoli a reddito fisso. Nelle moderne società industriali di tipo capitalistico, dove generalmente non si verificano rivoluzioni o altri conflitti bellici, sembra essere inevitabile che si manifestino elevati livelli di disuguaglianza. Questo è probabilmente il prezzo da pagare in cambio di una stabilità politica e sociale e della libertà di mercato.

Anche gli effetti delle epidemie/pandemie vengono considerati da Scheidel analoghi a quelli delle guerre e delle rivoluzioni in termini di riduzione della disuguaglianza. La peste del VI/VIII secolo, la peste nera del XIV/XV secolo e le altre pandemie sviluppatesi in seguito alla scoperta dell’America nel XVI/XVII secolo furono seguite da decenni di sensibili riduzioni della disuguaglianza del reddito e della ricchezza. Il meccanismo è stato sempre molto simile. Tutte le epidemie del passato causarono un numero di morti molto elevato e di conseguenza una forte contrazione dell’offerta di lavoro. In seguito alla diminuzione dell’offerta di lavoro si innestava un meccanismo di tipo “classico”. Un aumento dei salari reali, unitamente alla distruzione della ricchezza dei ceti più ricchi, si traduceva in una riduzione della disuguaglianza.

Paragonare la recente pandemia da Covid-19 alle esperienze passate sembra essere del tutto arbitrario. Numerosi sono infatti i fattori all’origine delle differenze sia in termini di variabili da prendere in considerazione sia degli effetti di natura demografico/sanitaria e di riduzione della disuguaglianza. La disuguaglianza non può essere intesa solo in termini monetari, ma invece come differenza di “opportunità” di cui ogni individuo può godere rispetto agli altri in termini di: accesso ai servizi sanitari, tasso di mortalità in relazione all’età, alimentazione adeguata e corretta, possibilità di continuare a svolgere il proprio lavoro e così via. Si tratta di differenze solo molto parzialmente connesse al reddito o ai patrimoni, che generano profonde disuguaglianze, fino ad arrivare alla possibilità di sopravvivere o meno. L’esistenza di ospedali e/o presidi sanitari territoriali, di adeguate misure di controllo e prevenzione, di terapie adeguate caratterizza e condiziona la diversa capacità individuale (età, sesso, stato di salute pregresso, assenza di malattie invalidanti) di far fronte alla malattia. L’esistenza o meno di questi fattori rende molto più complessa l’analisi degli effetti della recente pandemia di Covid-19 sulla disuguaglianza. Una prima, molto provvisoria valutazione suggerisce che siano state alcune categorie a pagare il prezzo più alto: anziani, abitanti in località con focolai, poveri e lavoratori in nero o stagionali, commercianti. Le differenze di “opportunità” esistenti prima della pandemia rischiano di essere amplificate e non invece ridotte alla fine della stessa. Alcune categorie come gli anziani sono state praticamente decimate. È questa una disuguaglianza di salute difficilmente giustificabile. Le classi sociali più basse sono state maggiormente esposte al coronavirus e ne hanno subito le conseguenze più gravi. Quanti svolgono ruoli dirigenziali e di natura intellettuale (esclusi, naturalmente, i medici), assieme alla stragrande maggioranza dei colletti bianchi (tecnici ospedalieri e personale infermieristico esclusi), hanno continuato a svolgere il proprio lavoro a casa e, comunque, in ambiente protetto. Molte persone, alla fine della pandemia, si troveranno ad essere più povere, ma non saranno certo le classi più abbienti. La crescita della disoccupazione produrrà una riduzione, e non invece una crescita, dei salari reali per alcuni anni. Pertanto quello che era il principale, e forse unico, effetto positivo delle epidemie, e cioè la riduzione della disuguaglianza nella distribuzione personale del reddito e della ricchezza, questa volta non si verificherà.

Un altro aspetto che differenzia la pandemia da Covid-19 dalle altre è la diversa diffusione del virus dal punto di vista geografico, in relazione alla diversa concentrazione industriale ed urbana, nonché dell’intensità delle relazioni con l’estero. Il caso della Val Seriana è emblematico. Ma anche quello delle città più ricche come Milano, New York, Londra, Parigi e Madrid. La correlazione a livello provinciale tra incidenza del virus e Pil pro-capite sembra essere altissima. La diversa localizzazione territoriale e l’assenza/presenza di specifici focolai della malattia si è tradotta in esiti molto differenziati. Da ciò, tuttavia, non segue che vi sia stata una riduzione della disuguaglianza all’interno di questi territori. Potrebbe essere diminuita quella tra territori ma non quella all’interno. Questa è un’ipotesi che dovrebbe essere verificata. Nel caso di questa pandemia, poi, non sembra essersi per il momento verificata una significativa diminuzione dei rendimenti del capitale. È probabile che, come già è accaduto durante la crisi del 2008, i percettori di redditi più elevati (l’1%) mantengano la propria posizione, o addirittura la rafforzino. La disuguglianza reddituale e patrimoniale, dunque, invece che ridursi potrà, molto probabilmente, aumentare.

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