Contributo editoriale dall’area di ricerca
Innovazione Politica \ Osservatorio sulla Democrazia


Con il Secondo Forum sul futuro della democrazia Fondazione Giangiacomo Feltrinelli ha voluto promuovere una riflessione sulle trasformazioni della democrazia nell’era della sfiducia.
Assistiamo all’emergere di tendenze (insoddisfazione diffusa, disagio, protesta, crisi di legittimità) che spingono a una profonda revisione delle stesse fondamenta costituzionali della vita democratica. Da un lato queste tensioni sembrano favorire la deriva verso modelli di democrazia ibrida permeabile a derive autoritarie o illiberali, dall’altro possono aprire lo spazio a esperienze di innovazione democratica favorendo la partecipazione dal basso. La percezione del gap che divide i cittadini dalla politica deve spingerci alla ricerca di proposte e pratiche in grado di poter dare un contributo alla necessità di ripensare le forme della nostra democrazia.

Ripensare le forme della nostra democrazia significa trovarsi di fronte a due ipotesi di percorso: a) accettare il fallimento della democrazia per come l’abbiamo conosciuta e sostenuta lasciando ai cittadini l’opzione autoritaria come unica proposta regressiva ma rassicurante; oppure, b) grazie al coinvolgimento attivo e responsabile della cittadinanza, è possibile riannodare legami di fiducia per la composizione partecipata di agende che siano attente ai bisogni e alle aspirazioni di uomini e donne che la crisi dei partiti e dei corpi intermedi ha lasciato nella solitudine rappresentativa.

Raccogliere la sfida ed elaborare una risposta rappresenta un imperativo civile e politico ineludibile.

Sulla tensione tra sfide e risposte si è articolata l’intera giornata dei lavori.

Nella cornice dell’analisi sulla post-democrazia Colin Crouch ha approfondito il tema dello scollamento fra istituzioni e cittadinanza, nel contesto delle trasformazioni che investono le società occidentali: dai cambiamenti del mondo del lavoro, al progresso tecnologico, all’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione e al protrarsi della crisi economica. Tutti fattori che si inseriscono nella frattura che separa i cittadini dalle forze politiche e dalle istituzioni, frattura che si alimenta della crisi della rappresentanza politica, dei corpi intermedi, delle crescenti diseguaglianze economico-sociali, dai processi di trasformazione urbana e dalle nuove sfide della definizione della cittadinanza.

Per far fronte a questi cambiamenti è necessario dotarsi di un paradigma alternativo, di una proposta capace di sviluppare politiche sociali inclusive che sappiano offrire risposte ai bisogni di coloro che si sentono svantaggiati o ai margini. L’economista Stephanie Kelton, capogruppo per i democratici nella Commissione Bilancio del Senato statunitense, che è stata anche economic adivisor di Bernie Sanders nella campagna presidenziale del 2016, ha portato il contributo delle sue riflessioni e delle sue esperienze per la costruzione di politiche sociali inclusive volte a dare una risposta alle classi popolari che vivono il rischio di un peggioramento delle loro condizioni di vita. Un fenomeno che unito al senso di abbandono è all’origine del successo di fenomeni politici di alt-right.

Una possibile risposta alla sfida posta dalla trasformazione degli attori politici guarda in particolare alle esperienze di cittadinanza attiva e innovazione democratica. Quali risorse la cittadinanza è in grado di mettere in campo per sviluppare nuove forme di partecipazione dal basso?

Giovanni Allegretti, del Centro Estudos Sociais dell’Universidade di Coimbra, si è chiesto quali strade è possibile percorrere per intensificare il livello democratico delle nostre democrazie, attraverso un coinvolgimento più diretto dei cittadini sulle scelte di politica pubblica. Anche per comprendere su quale scala sia possibile registrare e rilevare un impatto di queste esperienze di partecipazione e innovazione democratica e attraverso quali strumenti – in particolare digitali – si propaghino e sviluppino.
L’America Latina rappresenta un laboratorio per osservare e comprendere le tensioni tra processi di democratizzazione e pericoli autoritari, tra avanzamenti nell’ambito dei diritti e della partecipazione e regressioni.

Gloria de la Fuente, Presidente della Fundación Chile 21, ha ripercorso nella sua analisi e nella sua testimonianza il continuo braccio di ferro con un passato autoritario che ha messo radici profonde e che sta riemergendo nella regione. Ma ha anche parlato delle esperienze di attivismo e democrazia partecipativa sviluppate a partire dalla spinta dei movimenti sociali, giovanili, studenteschi, femminili in tutto il Cono Sud.

Oltre ai momenti in plenaria il Forum è stato animato dall’attività di sei tavoli tematici multi-attoriali ai quali hanno partecipato circa ottanta personalità tra accademici, ricercatori, professionisti e attivisti provenienti da tutta Italia.
I tavoli tematici dedicati a sei ambiti di riflessione distinti (democrazia illiberale, comunicazione politica, cittadinanza attiva e movimenti sociali, trasformazione dei partiti e degli attori politici, pratiche di innovazione democratica, giovani generazioni e politica) hanno individuato ipotesi di ricerca su cui vale la pena di impegnarsi per decrittare le trasformazioni del presente e scorgere le tendenze che caratterizzeranno le dinamiche dell’innovazione politica nel prossimo futuro.

 

Di seguito, il dettaglio su ognuno dei tavoli tematici:

PARTECIPANTI

COORDINATORE: Fabrizio Tonello, Università degli Studi di Padova
RAPPORTEUR: Corrado Fumagalli, LUISS Guido Carli

• Deborah Spini, Syracuse University
• Antonio Campati, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
• Raffaella Baritono, Università degli Studi di Bologna Alma Mater
• Pier Giorgio Ardeni, Istituto Cattaneo
• Marzia Rosti, Università degli Studi di Milano
• Angela Di Gregorio, Università degli Studi di Milano
• Matteo Laruffa, Harvard University
• Deborah Galimberti, Università degli Studi di Firenze
• Rosa Fioravante, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
• Ingrid Salvatore, Università degli Studi di Salerno
• Giovanni Maria Tessarolo, Scuola Normale Superiore – AgendaforDemcoracy

L’espressione democrazia illiberale è assai complessa e racchiude tensioni di A) carattere normativo, B) carattere storico, C) carattere geografico. È necessario sciogliere questi elementi per garantirne una certa presa politica e descrittiva. L’espressione democrazia illiberale poggia infatti su di una confusione tra interpretazione della democrazia come forma di governo, quadro di diritti formali, discorso ideologico e quadro normativo con un valore sostanziale.
Lungo questi assi è assai importante evitare di sovrapporre la categoria “democrazia illiberale” a un certo tipo di populismo sia perché non sono sinonimi, sia perché non tutti i governi consegnano politiche illiberali, sia perché le politiche illiberali non sono necessariamente populiste, etc.
Allo stesso tempo, se si vuole utilizzare la categoria in un contesto più ampio del quadro euroatlantico, sono necessarie alcune azioni di ricostruzione concettuale e storica sia per giustificare, eventualmente, l’espressione democrazia illiberale come “assunzione analitica” sia per garantire una certa presa descrittiva.
Se pensiamo che l’espressione democrazia illiberale descriva una forma di politica con caratteristiche proprie, si potrebbe leggere come un processo o come una forma intermedia tra la democrazia e l’autoritarismo.
Certo, qualsiasi sia la prospettiva di ricerca, senza una certa operazione di pulizia concettuale, è assai difficile capire il valore aggiunto dell’espressione democrazia illiberale, il suo carattere e, a ben vedere, comprenderne l’utilità normativa, politica e filosofica.
Su questo sfondo pensiamo sia necessario approfondire almeno tre filoni di ricerca:

Elemento concettuale: La definizione concettuale della democrazia illiberale come entità formale, come sintesi degli esiti o come processo politico che si origina da fratture storiche. A questo livello pare importante rendere conto dell’importanza delle fratture storiche e individuare le dinamiche causali che segnerebbero una deriva o una distorsione illiberale.
Elemento storico e geopolitico: Apertura a un’analisi comparata dettagliata in grado di testare questa categoria nel quadro di storie politiche differenti.
Elemento politico: Connettere l’espressione democrazia illiberale a uno studio approfondito di cosa è e cosa dovrebbe essere la democrazia. Su questo livello diventa importante ripensare la relazione tra politica e consegna dei valori di giustizia, il nesso tra aspettative disattese dalla democrazia liberale e disuguaglianze, diritti garantiti e diritti mancanti.

PARTECIPANTI

COORDINATORE: Guido Legnante, Università degli Studi di Pavia
RAPPORTEUR: Cecilia Biancalana, Université de Lausanne

• Patrizia Catellani, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
• Giulia Bistagnino, Università degli Studi di Milano
• Chiara Baldi, La Stampa
• Jacopo Tondelli, direttore Gli Stati Generali
• Hamilton Santià, Social Media Editor
• Donatella Campus, Università degli Studi di Bologna Alma Mater
• Marco Castelnuovo, Corriere.it
• Giovanni Diamanti, Agenzia Quorum
• Andrea Camorrino, Proforma Web
• Margherita Bordignon, Università degli Studi di Milano
• Alberto Paletta, Comunicazione Corporate Assicurazioni Generali

Se le democrazie sono malate, la comunicazione politica è sempre più spesso vista non solo come uno dei sintomi ma anche come uno dei principali agenti patogeni. Varie tendenze contribuiscono a questa interpretazione. Ad esempio, una delle questioni chiave individuate dal tavolo è il “sequestro” dei contenuti da parte dei canali: come riuscire a far tornare i contenuti al centro della comunicazione? La comunicazione politica è vista come “colpevole” dei fenomeni di degradazione della politica, ma in realtà è la politica stessa ad essere l’“imputata” reale, e dalla politica bisogna ripartire. È necessario perciò capire come riuscire a “incorniciare” la comunicazione su temi di rilevanza futura e globale, anche sfruttando le opportunità date dall’intelligenza artificiale (finora molto più sfruttate dal mercato).

In questo senso, un’altra questione chiave riguarda il ruolo degli esperti, in un contesto in cui ci troviamo di fronte a una crisi delle autorità epistemiche tradizionali: gli esperti hanno una sorta di “dovere” nell’intervenire nel dibattito pubblico? Se sì, come? Con quali strumenti?
I politici hanno trovato nella rete un prezioso strumento per cogliere le opinioni e le percezioni dei cittadini, che attraverso i media digitali incontrano temi politici con più frequenza che nel passato, e di conseguenza si sentono più competenti. Questa forma di ascolto (ad esempio, la sentiment analyisis, sempre più frequentemente utilizzata dai politici) non è un male di per sé, ma sarebbe necessario un discorso politico che susciti qualcosa di diverso dal consenso immediato.

La realtà, politica e sociale, è infatti sempre più complessa, e i politici hanno sempre meno spazio di manovra, visti i vincoli sotto cui operano: è necessario accettare questo dato di fatto e, su queste premesse, cercare di comunicare e di fornire interpretazioni della realtà ai cittadini. I politici, soprattutto quelli che fanno capo alla sinistra, si scontrano con questo stato di cose e con una egemonia culturale della destra, che andrebbe combattuta ripartendo dai temi e dal loro “framing”, cercando di generare empatia ancora prima di consenso.
Su questo sfondo pensiamo sia necessario approfondire almeno tre filoni di ricerca:

Come comunicare contenuti in modo semplice un mondo complesso? La società in cui viviamo è sempre più complessa, e gli attori politici, soprattutto la sinistra, ha perso la capacità di comunicarla ai cittadini, lasciando campo a narrazioni potenzialmente dannose per le democrazie. I cittadini, dal canto loro, anche a causa dell’abbondanza della informazione online, hanno l’impressione di poter fare a meno degli “esperti”, la cui competenza è svalutata.
Come creare empatia con i cittadini, senza rinunciare alla razionalità? La politica non è solo razionalità: al fine di ristabilire la fiducia tra governanti e governati, gli attori politici devono creare relazioni di empatia con i cittadini, costruendo un ascolto che non sia episodico, né basato solo sul consenso.
Quali modalità di leadership e tipi di professionalità per costruire narrazioni nel medio-lungo periodo? Al fine di costruire queste narrazioni (semplici ma non semplificate, empatiche ma fondate su dati di fatto – su temi e contenuti, e non soltanto sulla forma), quali tipi di leadership e professionalità sono necessarie? Come, concretamente, raggiungere questo risultato?

PARTECIPANTI

COORDINATORE: Carlotta Cossutta, Università degli Studi del Piemonte orientale
RAPPORTEUR: Riccardo Chesta, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

• Paolo Rametta, Scuola Superiore Sant’Anna – AgendaforDemocracy
• Giovanni Moro, FONDACA
• Carlotta Caciagli, LUISS Guido Carli
• Antonio Liguori, ActionAid
• Filippo Ghersini, Volt
• Stefania Paolazzi, Vice-Presidente RENA
• Alessandro Guida, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”
• Luca Alteri, Osservatorio sulla Città Globale
• Arianna Mainardi, Università Milano-Bicocca
• Paolo Verri, Direttore Fondazione Matera Basilicata 2019

La partecipazione non può essere uno strumento buono in sé, in quanto è stato incorporato dalle amministrazioni per legittimare decisioni già prese con uno strumento inefficace e ex-post. Oppure utilizzato su questioni irrilevanti, svuotando la partecipazione. Sarebbe interessante studiare quali sono gli strumenti che permettono a chi di solito non partecipa o non può partecipare (per questioni di mancanza di risorse o di marginalità).

Anche dietro il linguaggio utilizzato per descrivere chi partecipa  – “il cittadino” – deve andare al di là di una mera questione nominalistica e mostrare le forme concrete e specifiche di questa partecipazione da parte di gruppi esclusi (stranieri, donne e minoranze di genere, poveri). Quali sono i soggetti specifici della partecipazione e quali meccanismi si possono creare per fare in modo che possano effettivamente esprimere i loro bisogni e le loro rivendicazioni e possano partecipare pienamente? E’ auspicabile una rappresentanza che insista sulle diversità o una rappresentanza neutra-universale?

In che maniera la capacità trasformativa dei movimenti incida sulla società, e su quale potere incide? Si segnala la necessità di fare una ricerca sul ruolo degli eletti e come essi rispondono ancora alla base dei movimenti e come no. Studiare così la rappresentanza nel suo aspetto di innovazione, di efficace traduzione delle istanze dei movimenti a livello politico istituzionale. Questa linea di ricerca dovrebbe però non intendere la rappresentanza istituzionale come una sfera autonomizzata rispetto alle istanze della cittadinanza attiva e dei movimenti di cui è il risultato e la traduzione istituzionale. La ricerca dovrebbe focalizzarsi sulle diverse sfere di influenza tra movimenti e forze organizzate della politica. Nonché le forme di rappresentanza non formale. Questo introduce la questione dei tempi dell’azione dei movimenti che eccede il breve termine.

Quale è il rapporto tra partecipazione e conoscenza? Come la conoscenza confligge con il potere e le sue logiche? In che modo la partecipazione crea conoscenza nei movimenti? Come tale conoscenza è un processo di produzione collettiva e espressione di identità collettiva che arricchisce a sua volta la partecipazione?

Su questo sfondo pensiamo sia necessario approfondire almeno tre filoni di ricerca:

Studiare in che maniera i movimenti sociali giochino un ruolo nella produzione di una conoscenza critica. Indagare come questo aiuti a svelare la piena politicità delle questioni oltre la loro parvenza tecnica, estendendo la partecipazione e creando un nuovo lessico e nuove pratiche di innovazione politica.

Studiare in che maniera la capacità trasformativa dei movimenti incida sulla società e su quale potere incide. Non intendere la rappresentanza istituzionale come una sfera autonomizzata rispetto alle istanze della cittadinanza attiva e dei movimenti di cui è il risultato e la traduzione istituzionale. La ricerca dovrebbe focalizzarsi sulle diverse sfere di influenza tra movimenti e forze organizzate della politica.

Quale è il rapporto tra partecipazione e conoscenza? Come la conoscenza confligge con il potere e le sue logiche? In che modo la partecipazione crea conoscenza nei movimenti è un processo di produzione collettiva e espressione di identità collettiva che arricchisce a sua volta la partecipazione

PARTECIPANTI
 

COORDINATORE: Luciano Fasano, Università degli Studi di Milano
RAPPORTEUR: Enrico Biale, Università del Piemonte orientale

• Stefano Draghi, IULM
• Fabio Bordignon, Demos&Pi
• Paolo Natale, Università degli Studi di Milano
• Loris Caruso, Scuola Normale Superiore
• Giulio Quarta, Il Connettivo
• Davide Riva, Il Connettivo
• Marco Valbruzzi, Università degli Studi di Bologna
• Paola Bordandini, Università degli Studi di Bologna
• Ivo Orru
• Antonio Goiffreda, Senso comune

 

I partiti sono in profonda crisi ma continuano a ricoprire una funzione politica fondamentale per il buon funzionamento del processo democratico. Ciò che, infatti, è mancato in questi anni è stata proprio la capacità da parte dei partiti di raccogliere le richieste dei cittadini e rielaborarle per poi formulare programmi politici ispirati a un qualche prospettiva ideologica. Se i partiti vogliono superare la condizione di difficoltà in cui si trovano non possono che ripartire dalle funzioni che avrebbero dovuto esercitare e che invece non sono riusciti a svolgere.

Per riuscire a realizzare a pieno questo obiettivo è però necessario analizzare con attenzione i cambiamenti occorsi all’interno delle nostre società e a cui i partiti non possono che adeguarsi se vogliono riprendere a svolgere le proprie funzioni. Una particolare attenzione deve essere riconosciuta allo sviluppo delle piattaforme digitali e ai cambiamenti che hanno caratterizzato il mondo del lavoro.

Come dovranno organizzarsi i partiti di fronte a questi cambiamenti per poter riprendere a svolgere le loro funzioni? Per rispondere a questa domanda sarà necessario sviluppare una prospettiva che tenga insieme analisi empirica e normativa focalizzandosi in particolare su alcuni aspetti:

1- valutare come sia possibile tenere insieme la dimensione territoriale e quella digitale;

2- comprendere quale sia il ruolo ricoperto dall’ideologia e dalla cultura politica;

3- analizzare come si formano le identità collettive e quali siano le motivazioni che hanno i cittadini per partecipare o meno alla vita dei partiti.

Su questo sfondo pensiamo sia necessario approfondire almeno tre filoni di ricerca:

Mappiamo la realtà, guardando in particolare ai cambiamenti che hanno caratterizzato la società, con il ruolo sempre più forte del digitale, e il mondo del lavoro. All’interno di questo contesto è bene valutare come questi cambiamenti abbiano avuto un impatto sul ruolo e la struttura dei partiti. Capire, quindi, il senso dei partiti in una società digitale.

Se la società è cambiata i partiti si devono adattare a questo cambiamento. Un’ulteriore linea di ricerca dovrebbe focalizzarsi sul modo in cui i partiti si debbano organizzare di fronte alle sfide della società digitale. In particolare, bisognerebbe chiedersi se i partiti devono auto-organizzarsi o essere organizzati dall’esterno.

Per analizzare il cambiamento che i partiti stanno vivendo, sicuramente un ruolo centrale è ricoperto dall’ideologia e della cultura politica. Quali contenuti devono avere, quale è il suo ruolo? Negli ultimi anni sembra che i partiti populisti di destra siano riusciti a sviluppare una qualche costruzione ideologica, mentre questo è mancato in tutte le altre formazioni politiche. È bene quindi comprendere come sia possibile superare questa situazione e come i partiti debbano organizzarsi per realizzare un simile obiettivo.

PARTECIPANTI
 

COORDINATORE: Michele Sorice, LUISS Guido Carli
RAPPORTEUR: Michelangelo Secchi, CES Coimbra

• Giovanni Allegretti, CES Coimbra
• Antonio Floridia, Osservatorio elettorale Regione Toscana
• Fiorella De Cindio, Rete Civica Milano
• Luigi Ceccarini, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo
• Giulia Bertone, Rete Civica Milano
• Michele Silva, Rete Civica Milano
• Giuseppe Grieco, Queen Mary University of London – AgendaforDemocracy
• Michele Fiorillo, Civico Europa
• Francesca De Chiara, Fondazione Kessler
• Gabriele Giacomini, ex Assessore Innovazione digitale Comune di Udine
• Henry Smith, Riforma Legge Elettorale Lussemburgo

Il primo filone di ricerca si concentra sull´approfondimento della relazione tra forme di partecipazione “su invito” con le forme di partecipazione “per irruzione”. Di fronte alla apparente dicotomia è possibile rintracciare nelle pratiche forme di contaminazione e coesistenza. In particolare si intende analizzare in dettagli le ragioni della “non partecipazione” e delle ragioni del rifiuto delle forme di partecipazione ad invito.

Domanda: quali modelli ricorrenti di relazione tra forme diverse di partecipazioni nello stesso sistema ?

Il secondo filone di ricerca riguarda le metodologie e le pratiche di progettazione e disegno dei processi di innovazione democratica, con particolare riferimento alle implicazioni politiche delle scelte tecnologiche (soprattutto digitali) ed alle modalitá di costruzione dei biases tecnologici e loro influenza sulla qualitá dei processi.

Ipotesi di studio della controversia socio-tecnologica sottostante alla definizione di un caso di design partecipativo (eventuale individuazione di patterns e modelli). Studio di modalitá alternative alla dipendenza da soluzioni pre-biased (mainstream) ed antiegemoniche (bottom-up).

Esempi: Piattaforme di segnalazioni cittadine; piattaforme di deliberazione; blockchain.

Il terzo filone di ricerca (che recupera spunti dei due precedenti filoni) riguarda l´efficacia e gli impatti delle forme di innovazione democratica su differenti scale territoriali, evidenziando affinitá (di orizzonte culturale e di senso) e differenze (a livello organizzativo e operativo) tra le innovazioni democratiche di portata locale/urbana e i processi di partecipazione “ad invito” promossi nel quadro europeo.

Su questo sfondo pensiamo sia necessario approfondire almeno tre filoni di ricerca:

  • Tensione tra forme di partecipazione “ad invito” e “per irruzione. Sottotemi: depoliticizzazione partecipazione, ragioni della non-partecipazione.
  • Strategie e metodi per il design di innovazioni democratiche ibride
  • Efficacia della partecipazione a diverse scale
PARTECIPANTI
 

COORDINATORE: Emiliana De Blasio, LUISS Guido Carli
RAPPORTEUR: Raffaella Fittipaldi, Università degli Studi di Firenze

• Lorenzo Bosi, Scuola Normale Superiore
• Mattia Zunino, LUISS Guido Carli
• Giovanna Mascheroni, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
• Maria  Francesca Murru, Università degli Studi di Bergamo
• Tommaso Sacconi, Scuola Superiore Sant’Anna – AgendaforDemocracy
• Carmen Leccardi, Università degli Studi di Milano-Bicocca
• Luca Raffini, Università di Genova
• Emanuele Lazzarini, RENA
• Fabio Riccardo Colombo, Rete della Conoscenza
• Anita Likmeta, Parole O_Stili
• Roberto Frigerio, Formatore psicosociale

La questione della partecipazione è stata declinata nell’ottica della riattivazione delle sue forme, guardando a diversi attori, soprattutto a livello locale. Tuttavia, all’aspetto locale della partecipazione politica e sociale va affiancato al livello globale, vista la forte mobilità generazionale. A ciò si lega la questione dell’ansia/dell’incertezza. L’incertezza diviene un dato strutturale (non si può neanche più parlare di resilienza!), ma viene controbilanciata dall’attivazione di varie soggettività, vari individui, che pur riconoscendo la loro particolare condizione, in una prospettiva di trasformazione dei legami sociali, si attivano e diventano loro stessi veicolo di cambiamenti dal basso. Esempi rilevanti di questa tendenza sono le mobilitazioni per l’ambiente o il movimento Non Una di Meno. In tal modo, il percorso individuale diventa collettivo. Inoltre, com’è evidente soprattutto nel caso del movimento per il clima e l’ambiente, su alcune macro questioni, si nota il passaggio di impegno e coinvolgimento dal livello locale a quello globale, oltre che dalla dimensione individuale a quella collettiva.

Se da un lato la frammentazione istituzionale rende più difficile la partecipazione in generale e quella giovanile in particolare, dall’altro i social-media facilitano l’attivazione dei giovani e la partecipazione politica. Ad ogni modo, bisogna chiedersi che tipo di partecipazione si attiva: politica stricto sensu o discorsivo-espressiva? A tal proposito, per indagare la partecipazione bisogna riflettere anche in termini relazionali e, di conseguenza, domandarsi quale impatto la virtualità ha sulla costruzione di reti sociali?  Inoltre, sarebbe interessante indagare i vari tipi di social: oggi tra i più giovani sono maggiormente diffusi quelli che non consentono la storicizzazione.

I cambiamenti, radicali e veloci, incidono sul fenomeno della partecipazione e sulle sue forme. Quali sono, dunque, le forme di partecipazione in questo contesto? Quali le precondizioni per la partecipazione?

Infine, per analizzare il macro-tema “giovani e politica” è necessario sottolineare il legame tra movimenti sociali e partiti politici. Sebbene la politica sia trasversale, bisognerebbe capire dove e perché i giovani investono maggiormente in termini partecipativi. In una prospettiva diacronica, questo tema appare ancora più rilevante se pensa al cambiamento dei legami tra i corpi intermedi. Dunque, osservarlo nella contemporaneità è fondamentale.

Ad incorniciare il dibattito, il tema delle diseguaglianze: generazionali, economiche, di genere, di cultura ed etnia.

Nell’era digitale, la tecnologia si può configurare come opportunità di partecipazione politica o come opportunità espressivo-discorsiva, ma può essere anche un ostacolo alla partecipazione. In tale ottica, è essenziale l’informazione circa la proprietà della piattaforma digitale sulla quale si è “attivi”. La questione dell’informazione, e quindi del sapere condiviso, è strettamente connessa al tema della fiducia. Chi partecipa ha una maggiore propensione alla fiducia?

La riflessione deve tendere al coinvolgimento dei nativi digitali. Come partecipano? La partecipazione online completa o sostituisce quella offline?

Inoltre, l’utilizzo dei social diverge a seconda delle generazioni e, recenti studi, dimostrano che il digitale amplifica alcune diseguaglianze sociali. Tale questione va, dunque, problematizzata.

All’interno della categoria “giovani” vi sono varie appartenenze ed identità, forgiate soprattutto dalle diseguaglianze socio-economiche (Status socio-economico, classe). Nel delineare il profilo di questo composito insieme di soggetti contano anche altri fattori, come il luogo in cui si vive (rapporto centro-periferia), eventuali esperienze di solidarietà (che emergono soprattutto nelle periferie), la consapevolezza della “cosa pubblica”: comprendo che ci sono questioni che mi riguardano e mi attivo. In tal senso, il digitale può essere un facilitatore.

La percezione di un proprio interesse innesca meccanismi mobilitativi che costruiscono la definizione di un interesse generale. Si pensi alle ultime mobilitazioni (anche a Milano): mobilitazione per l’ambiente, manifestazione NUDM-8 marzo. Tra le due si riscontrano delle differenze. La prima più partecipata perché è più trasversale, la seconda, invece, risulta maggiormente connotate ideologicamente.

Dunque, è centrale il rapporto tra giovani e democrazia. Cos’è la democrazia per i giovani? Di questo rapporto si possono indagare varie dimensioni, tra le quali: la dimensione ideologica, l’auto-collocazione politica, la rilevanza delle differenze, i canali di partecipazione mainstream e quelli innovativi, il sentimento di sfiducia, i concetti di rappresentanza e delega.

“Spacchettando” il concetto di democrazia, è più facile individuare le varie strategie di voice e exit delle nuove generazioni (astensionismo o voti di protesta, ad esempio).

A fare da ponte tra le tre questioni individuate nel corso del tavolo pomeridiano è la coppia concettuale “individuo-collettività/società”.

Su questo sfondo pensiamo sia necessario approfondire almeno tre filoni di ricerca:

Digitale. La tecnologia favorisce una “partecipazione a più velocità” e coinvolge anche chi non potrebbe dedicare tempo alla militanza intesa in senso classico. Tuttavia, la partecipazione digitale può rappresentare altresì un freno all’attivazione reale delle energie, innanzitutto l’impegno politico si esaurisce online e, in secondo luogo, se non si promuove una riflessione sulle diseguaglianze che genera e sul digital gap.

Dicotomia tra autonomia e indipendenza. Questione della soggettività versus strutture collettive. Importante notare che da una questione particolare si può arrivare a mettere in discussione l’intero sistema politico-economico. Infatti, anche da movimenti single issue può originare un’opposizione all’attuale sistema economico, politico e di valori.

La questione di classe è trasversale alle classi di età. Dunque, non tutti i giovani hanno le medesime caratteristiche e si attivano o possono essere stimolati allo stesso modo. Pertanto, comprendere queste e altre dinamiche e fattori che intervengono nella definizione del rapporto tra giovani e politica.

La democrazia è l’orizzonte nel quale ci muoviamo, ma che coscienza hanno di ciò le giovani generazioni? Come si può intervenire per alfabetizzare politicamente chi è nato in un contesto tendente alla spoliticizzazione? Il rapporto tra individuo e collettività e quello tra individuo e istituzioni possono rappresentare delle declinazioni dello studio della democrazia rappresentativa. L’impegno politico, trasversale ai movimenti sociali e ai partiti politici, che forme assume nel momento in cui anche gli attori politici che eravamo abituati a conoscere cambiano?

Condividi
La Fondazione ti consiglia