Professore di Storia Internazionale al Centre d’Histoire di SciencesPo, Parigi.

Dentro un confronto di suo già spostatosi molto a sinistra – in particolare su temi nodali come sanità, fiscalità, ambiente, immigrazione e disuguaglianze – il candidato più radicale delle primarie democratiche, Bernie Sanders, stravince in Nevada e diventa il chiaro favorito a sfidare Trump in novembre. Come si spiega questa svolta e il ritorno di proposte, e finanche di un lessico, di matrice social-democratica – Sanders si proclama fieramente “socialista” – dalle tradizioni profonde e antiche negli Usa, ma che nell’ultimo mezzo secolo erano finite ai margini del discorso pubblico e politico? Quattro, tra loro strettamente intrecciate, sono in estrema sintesi le possibili risposte: gli effetti e l’onda lunga della crisi del 2008; le politiche adottate per affrontarla e le dinamiche che, deliberatamente o meno, esse hanno attivato; le tante mobilitazioni dal basso che hanno segnato quest’ultimo decennio; l’elezione di Trump e l’ulteriore acutizzarsi della polarizzazione politica ed elettorale.


Bernie Sanders


La crisi del 2008 ha prodotto una evidente contestazione di alcuni paradigmi egemoni del quarantennio precedente: bassa tassazione, deregulation, credito facile, alto indebitamento, pubblico e privato, e crollo del risparmio familiare. In particolare ha rivelato la piena insostenibilità di un modello di consumi a debito cui era delegata la funzione, indiretta ma vitale, di ammortizzatore sociale in una società marcata da diseguaglianze crescenti e welfare debole. La risposta dell’amministrazione Obama è stata quella di promuovere politiche di ri-regolamentazione particolarmente incisive in ambito finanziario e ambientale, oltreché propedeutiche ad accordi internazionali – si pensi solo alla COP21 di Parigi del 2015 – del tutto inimmaginabili senza gli Stati Uniti. Ad esse si sono accompagnate varie iniziative in ambito economico e sociale che – dalla famosa riforma sanitaria (“Obamacare”) all’aumento del salario minimo per i lavoratori e i contractors federali, dalla lotta contro le discriminazioni di genere nelle retribuzioni all’aumento delle imposte sui redditi più alti – hanno marcato l’esperienza di Obama. Per quanto parziali nei risultati e negli effetti, non ultimo a causa del rigido ostruzionismo repubblicano, quest’azione ha avuto un effetto a cascata che continua tutt’oggi. Uno dei pilastri di “Obamacare” è stato l’ampliamento dell’accesso a Medicaid, l’assistenza sanitaria pubblica amministrata a livello statale e destinata ai percettori di redditi più bassi; una misura, questa, che ha finito per rafforzare il sostegno di una maggioranza di americani alla sanità pubblica, come evidenziato dai sondaggi e da numerosi referendum tenutisi anche in stati tradizionalmente conservatori (ultimi in ordine di tempo Nebraska, Idaho e Utah) nei quali è stato approvato l’alleggerimento dei criteri di reddito necessari per avere diritto a Medicaid. Analoghi riverberi sono stati visibili rispetto al salario minimo, aumentato da numerosi Stati e municipalità, talora in conseguenza di altre iniziative referendarie.

Iniziative referendarie che ci portano al terzo elemento: il ruolo di movimenti grassroots mobilitatisi in forme nuove e spesso assai incisive nel post-2008. La crisi, la Presidenza Obama, l’inasprimento (e, talora, abbruttimento) dello scontro politico hanno liberato energie nuove espresse sia nei movimenti che hanno rapidamente acquisito una visibilità nazionale (e, spesso, internazionale) – Occupy Wall Street, Black Lives Matter, le marce delle donne contro Trump, la mobilitazione degli studenti superiori per il controllo della vendita di armi da fuoco – sia nelle tante iniziative a livello locale, che hanno di fatto socializzato alla politica una nuova generazione ovvero numerosi cittadini fino ad oggi apatici e disinteressati. Gli effetti sono stati marcati sul partito democratico, come si ben visto nel ciclo elettorale del 2018, quando si è assistito prima a una contestazione dell’establishment del partito in numerose primarie e poi a un risultato di mid-term contraddistinto non solo dalla riconquista della Camera dei Rappresentanti, ma da un abbassamento dell’età media dei rappresentanti e dall’elezione del più alto numero di donne nella storia del paese (con 36 neoelette alla Camera – 35 democratiche e una repubblicana – si batté largamente il precedente record di 24 fissato nel 1992.

 

Quarto e ultimo: la polarizzazione dello scontro politico. Che riflette linee di frattura profonde, legate anche a guerre culturali mai pienamente risolte e anzi riaccesesi con forza negli ultimi anni. E alla quale ha contribuito ovviamente la virata del partito repubblicano su posizioni vieppiù radicali, manifestatasi ad esempio nella sua risposta all’elezione di Obama, nella mobilitazione del Tea Party e, infine, nell’emergere di una figura estrema, e a lungo considerata improbabile, come Donald Trump. La piena trumpizzazione del partito repubblicano, al contempo spia e causa di un inarrestabile degrado del confronto pubblico e politico, ha catalizzato queste nuove forme di mobilitazione e spinto ulteriormente verso sinistra i democratici.


Street art, Donald Trump


Su questo ultimo punto abbiamo però un cortocircuito elettoralmente pericoloso e già visibile nelle primarie. Il partito e l’elettorato democratico costituiscono una realtà assai meno coesa e omogenea da un punto di vista ideologico e demografico della controparte repubblicana. Prendiamo ad esempio uno degli Stati caratterizzati da maggiore pluralismo demografico – il Texas – e compariamo i due elettorati alle primarie del 2016. Nel caso dei democratici gli ispanici sarebbero stati un terzo degli elettori totali; gli afroamericani il 19%; gli under-30 il 20%, quelli con più di 65 anni il 18. Per i repubblicani, le percentuali mutano radicalmente: 10% d’ispanici, 3% di afroamericani, 10% di under-30, 26% di over-65. In sintesi l’elettorato repubblicano è in larghissima maggioranza bianco, non giovane, conservatore (e, andrebbe aggiunto, maschile: alle presidenziali del 2016 Trump vinse il voto maschile 53 a 41; Clinton quello femminile 54 a 42). È una ovvia ricchezza, questa diversità dei democratici; che non si trasforma però automaticamente in capitale elettorale laddove attivarne pienamente una delle sue tante componenti rischia di alienarne e allontanarne altre. Un rischio, questo, particolarmente alto in un contesto polarizzato come quello odierno. E un rischio che mobilitazioni parziali, settarie e non-coordinate possono addirittura acuire ed esasperare.

 

 

 

 

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