Proponiamo qui un estratto del saggio di Vanessa Roghi pubblicato nel volume Per tutti e non per pochi. La sfida della conoscenza.

 

Prima di ragionare di riforme (ed è indispensabile farlo in chiave storica), prima di prendersela con qualcosa o qualcuno, abbiamo bisogno urgente di rifondare il linguaggio, di un’ecologia del discorso sulla scuola che metta a punto parole e concetti che, sfrondati dalla retorica e fasulla contrapposizione fra un oggi orribile e un’età dell’oro tanto vaga quanto imprecisata, faccia da fondamento a ogni futuro intervento. Come scriveva George Lakoff, se nella nostra visione del mondo si affermano false divisioni temporali, parole mutuate dal gergo bellico per parlare di scuola, allora concepiremo pensieri che non riescono a prescinderne, come quando qualcuno vi dice: non pensare all’elefante rosa (Lakoff, 2006). «Queste metafore si radicano nel profondo della nostra mente, e hanno la caratteristica di rimanervi anche quando i contenuti che veicolano sono andati via. Lakoff sostiene che il radicamento è addirittura sinaptico: possiamo dubitarne, ma non è poi necessario arrivare a questo livello neurolinguistico per accettare il fatto che le metafore restano anche quando i contenuti sono andati via. Come l’immagine dell’elefante che vi ho messo davanti agli occhi, e che non andava via anche quando voi cercavate di non pensarci» (De Michele, 2010).

Dobbiamo avere chiaro cosa significa scuola, per noi, oggi, chiederlo magari anche ai ragazzi (Batini, 2018) e poi occuparci seriamente della realizzazione di una vera uguaglianza in materia educativa che «dovrebbe passare dalla costruzione di corsi comuni per tutti gli allievi fino a 16 o 18 anni. In seguito, bisognerebbe cercare di smussare tutto quello che sul piano materiale può creare degli ostacoli alla scolarizzazione dei bambini provenienti da famiglie socialmente sfavorite, instaurando il principio della gratuità totale dell’educazione compresi i pasti, i trasporti e il materiale scolastico» (Pfefferkorn, 2007). Dunque: riforma dei cicli e gratuità dei servizi di base come prerequisiti fondamentali.

E poi una rivoluzione interna alla scuola che metta al centro la relazione scuola/ragazzi più importante di ogni contesto ambientale, politico o legislativo. Infatti, al disagio della famiglia di origine può corrispondere un percorso scolastico eccellente là dove la scuola bilancia in termini di fiducia e motivazione e istruzione; mentre per lo scoraggiamento, l’umiliazione, non esistono cure sistemiche, e questo è un dato strutturale della storia della scuola se fin dall’Inchiesta voluta dal ministro Guido Gonella del 1947 possiamo leggere che «le ingiustizie più grandi nella scuola si consumano nell’invisibile» (Gonella, 1947).

Le soluzioni sono ancora oggi scritte in un libricino uscito nel 1967 da un gruppo di ragazzi del Mugello e un prete, don Lorenzo Milani, che si intitola Lettera a una professoressa. A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo. Agli svogliati basta dargli uno scopo. Non bocciare.

Non bocciare. Su questo, in effetti, c’è ancora molto da lavorare in termini di senso comune. I ragazzi stessi sono dubbiosi, proprio perché tendono ad attribuirsi gran parte della responsabilità dell’insuccesso formativo (Batini, 2018). Quando si parla della necessità di non bocciare ci si riferisce all’obbligo scolastico, che oggi finisce a 16 anni. Ma è possibile non bocciare nel biennio delle superiori? Ci sono due questioni: i risultati di apprendimento sono di fine biennio: nessuno dovrebbe essere respinto in prima, visto che lo Stato non definisce obiettivi per la fine della prima. Il biennio è un’unica campata. Trattandosi di obbligo scolastico, ed essendo la scelta affidata liberamente all’alunno, si dovrebbe consentire di terminare l’obbligo dove si desidera. Il biennio non è più l’inizio del percorso che porta al diploma, ma la fine di un corso decennale (Giusti, 2019).

Il tempo pieno. Nell’ultimo documento del MIUR sulla dispersione scolastica del gennaio 2018 non c’è mai l’espressione tempo pieno. Si accenna alla necessità di un tempo scuola migliore e si parla di tempo prolungato, di dedicare tempo a ciascun ragazzo. Ma non si dice mai: occorre rivedere la legge sull’autonomia scolastica al fine di garantire il tempo pieno a tutti. Occorre mettere radicalmente in discussione la gerarchia del bilancio dello Stato in funzione della Pubblica Istruzione. Occorre investire sui corsi di recupero che ora sono in gran parte una presa in giro, tanto che le ripetizioni private rappresentano un mercato in costante espansione al punto che i genitori le fanno prendere ai figli ancor prima che l’insufficienza si manifesti. Obiettivo della scuola di base dev’essere quello di superare la forza del contesto socioeconomico nel percorso degli alunni, e lo può fare se ha risorse e “tempo”, solo così è possibile superare le determinazioni sociali ed economiche ancora oggi importanti. In questo senso gli istituti comprensivi sono una risorsa ancora non bene utilizzata dal sistema e le “indicazioni nazionali” del 2012 un testo culturalmente importante ma che necessita di gambe e risorse (Adagio, 2019). La buona scuola in tale direzione è stata fallimentare, pur mettendo a disposizione maggiori risorse economiche del passato ha concentrato il “potenziamento” sulla scuola secondaria di secondo grado.

Nessuna buona intenzione, nessuna anagrafe, nessuna cabina di regia contro la dispersione può funzionare se non si dice con chiarezza questo. Serve più tempo scuola. Di migliore qualità. Pieno anche della presenza di ragazzi e ragazze: quando il tempo pieno è stato istituito era popolato di laboratori, tipografia, falegnameria, biblioteca. Oggi si tratta nella gran parte dei casi di raddoppio dell’orario scolastico. Tutto. Ma chi già non regge sei ore come può reggerne otto? E il tempo pieno torna a essere la scuola che cura i sani e respinge i malati (Maestri di strada, 2018).

Senza che venga risolta questa enorme ingiustizia che rende la scuola uguale la mattina e diversa il pomeriggio non è pensabile poter bocciare, neanche oggi, neanche con questa assurda e anacronistica organizzazione dei cicli scolastici.

Perché, infine, si domanda Fiore già nel 2002, un non specialista, lo storico, dovrebbe prendersi a cuore la materia scolastica? Perché, come lui stesso rileva, la crisi messa in atto dalle trasformazioni degli ultimi venti anni induce alla nostalgia di un pensiero forte, prescrittivo, in grado di indicare cosa fare e cosa non fare, alla storia, dunque, si chiede di indicare cosa recuperare dal passato perché il presente non piace, non va. Le competenze appaiono troppo evanescenti, e invece di essere assunte come una chiamata alla responsabilità, diventano il correlato oggettivo di tutta la fuffa pedagogica (Giunta, 2018) che avrebbe reso i ragazzi dei bamboccioni balbettanti un linguaggio twittesco (Galli della Loggia, 2018). Lo storico allora ha il compito di restituire la complessità di un passato dove vecchio e nuovo hanno sempre convissuto, dove la crisi è sempre esistita, dove gli insegnanti si sono sempre sentiti (legittimamente) sminuiti, di una lunga durata che ha visto sempre il paese diviso in due (forse anche tre) Italie. Ma anche di fratture determinanti che non sono soltanto il ‘68, ma la riforma delle scuole medie, non la legge 30, ma, molto più seriamente, i tagli alla scuola pubblica. Soltanto così il passato può diventare utile al presente: capovolgendo la visione dell’Angelo della Storia di Walter Benjamin chi usa il passato in modo necrofilo vede le macerie tutte davanti a sé e vedendole le trasforma nell’elefante rosa che vedono tutti: a forza di dire che la scuola fa schifo, la scuola farà schifo a tutti.

Ma a scuola ogni giorno entrano migliaia di bambini e bambine, ragazzi e ragazze, il nostro compito di adulti è quello di offrire loro un’istruzione di qualità a tutti i livelli per avere fiducia nei confronti del presente, del futuro e soprattutto di loro stessi. Occorre essere seri e attenti per essere padroni del nostro tempo: seri e attenti e responsabili. Non si può invocare l’autorità se non si riesce ad essere autorevoli, non si può essere autorevoli se si sparano date, dati, storie a casaccio al fine di legittimare un pregiudizio: che la tradizione sia stata spazzata via per lasciare il posto alla fuffa. Oltre al fatto che non ogni tradizione è buona di per sé, questo discorso è falso: basta entrare in tre classi di scuole diverse per rendersene conto, tradizione novità e anche una certa fuffa convivono da sempre nel sistema scolastico e non è chiaro quale di questi tre termini sia preferibile.

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