Centro di Istruzione degli Adulti e degli Adolescenti (CIA “A. Manzoni”)

In Lombardia è trascorso ormai un mese dalla chiusura delle scuole a causa dell’emergenza Covid19. Dopo i primi giorni, caratterizzati dalla corsa ad arrangiare strumenti e soluzioni, diverse analisi hanno iniziato a mostrare i nodi che vengono al pettine con la didattica a distanza.

Nodi che erano già desumibili dalla mappa della povertà educativa (rif. Osservatorio Con i Bambini e Openpolis; Atlante dell’Infanzia a Rischio di Save the Children): la disuguaglianza corre anche su Internet. Se è vero che i minori italiani sono iperconnessi – il 95% di loro ha accesso alla rete e una grande maggioranza ne fa un largo uso giornaliero – la qualità della connessione e il tipo di esperienze online sono profondamente diseguali. Appare chiaro in questi giorni di scuola dematerializzata: avere un pc, disporre della banda larga, avere qualcuno in casa pronto a fornire assistenza nell’utilizzo delle piattaforme, potere studiare in una postazione comoda e adeguata, con una porta da chiudere, sono elementi che incidono pesantemente sulla possibilità di continuare a imparare.

All’inizio abbiamo tutti pensato a una lunga vacanza, da riempire con un uso più o meno classico dei compiti a casa. In breve tempo è stato chiaro che non sarà così. Oggi non è possibile prevedere quando le scuole riapriranno e ancora di meno escludere uno scenario di scuola intermittente, più o meno esteso nel prossimo futuro. Se il gap di apprendimenti di poche settimane poteva essere facilmente recuperato con un po’ di impegno extra nella parte conclusiva dell’anno scolastico, una pausa lunga e dai confini incerti proietta le scuole dentro una dimensione totalmente sconosciuta. In cui le opportunità di apprendere in rete rischiano di determinare chi resterà agganciato al proprio percorso scolastico e chi, ancora una volta, abbandonerà (dropping out).

In questo tempo, è un utile esercizio provare ad alzare la testa dalle mille urgenze in cui il virus ci annega. Non chiederci più quando la scuola riaprirà, ma domandarci quale scuola vogliamo riaprire.

Indubbiamente l’emergenza ha dato una forte accelerazione alla scuola digitale. Competenze prima confinate a piccoli gruppi di docenti pionieri sono state rapidamente messe a disposizione della generalità della comunità scolastica, con interessanti processi collaborativi e generativi.


fonte: Corriere.it


La terza settimana di chiusura ha portato nuove domande: come rendere sostenibile nel tempo la didattica a distanza? Per quante ore tenere lezioni in classi virtuali? Quanti e quali compiti assegnare? Cosa stanno facendo i ragazzi che non partecipano? Quali bisogni esprimono con la loro assenza? E come gestire le richieste d’aiuto di coloro che invece ci vorrebbero a tutte le ore connessi sui loro schermi, perché incapaci di lavorare in autonomia?

In questo procedere per tentativi ed errori, sono arrivate le prime evidenze: meglio poche ore in classe virtuale, poi si cambia attività; i compiti devono essere parte di un processo continuo di comunicazione con gli studenti; i voti, la valutazione, sono al servizio più che mai dell’autovalutazione; accanto alla didattica, serve costruire e coltivare la relazione uno a uno, per fare emergere bisogni inespressi, curare il lato emotivo, rafforzare la motivazione, ecc.

Alla fine del primo mese, emerge una considerazione, con un mix di sollievo e stupore: la scuola virtuale, in fondo, è molto simile alla scuola normale. Cosa funziona e cosa no, successi e fallimenti, aperture e resistenze: sembra quasi uno dei soliti collegi dei docenti, gli schemi si ripetono anche online.

Indipendentemente dagli strumenti e dallo spazio fisico, la dimensione educativa è fatta di relazione, di capacità di coinvolgere, di necessità di tenere. La scuola è fatta di apertura alle vite degli studenti, di attenzione per ciò che li attraversa in quel momento, di ascolto e di tensione verso una continua attivazione delle risorse proprie di ciascuno.

Certo, sarebbe giusto contare su una più equa distribuzione delle opportunità educative all’interno della popolazione scolastica. Certo, sarebbe meno stressante curare in presenza tutti quegli aspetti che oggi viaggiano attraverso la messaggistica istantanea. Sarebbe necessario, finalmente, anche volgere uno sguardo collettivo più attento e grato al corpo dei docenti, alla loro disponibilità a continuare a imparare, alle condizioni del loro lavoro da casa, alle fatiche nascoste che oggi, dopo settimane di convivenza forzata tra genitori e figli, forse tutti comprendono meglio.

Eppure il Covid19 è diventato un grandissimo cantiere di sperimentazione per la scuola. Una scuola che semplicemente non può fare più come ha troppo spesso e ostinatamente fatto: fingere che il mondo all’esterno non ci sia, resti sospeso, tenuto fuori da quattro pareti. E accogliere dentro di sé la molteplicità degli strumenti, la pluralità delle voci, per favorire l’attivazione e il protagonismo degli studenti in tutte le attività che si propongono.

Le domande che abbiamo dovuto farci di corsa, possono valere per tutte le epoche che verranno: quali linguaggi utilizzare per parlare con i ragazzi? In quali luoghi stare per comunicare con loro? A chi spetta capire come stanno? Quali spazi e strumenti possono usare gli studenti per imparare, fra quelli che hanno attorno proprio adesso, nella loro quotidianità? Quali sono le tecnologie a bassa soglia di accesso, che ci consentono di tenere dentro, e quali sono quelle che invece escludono? A cosa alfabetizzarli, rispetto all’uso di questi strumenti? Quali sono gli obiettivi di apprendimento davvero irrinunciabili? A quali risorse hanno accesso, oltre a noi, i ragazzi, a cui possiamo fare appello?

La scuola dematerializzata ha dovuto fare senza quell’arma spuntata e a doppio taglio che per tanto tempo ha usato: il contenimento. Senza il contenimento nello spazio fisico, come farsi restituire un compito svolto? Come pretendere di controllare degli appunti? Come verificare che l’attenzione sia davvero sulla lezione?

Le nostre fatiche, con meno strumenti per il controllo e la sanzione, possono spostarsi sulla motivazione. Se ti interesso, mi segui. Se sei convinto, lo fai. Se non lo hai fatto, posso mettermi in ascolto. Fallire con te e riprovare. Darti il tempo.

Fra un webinar e l’altro – insieme al rischio, concretissimo, di perdere il controllo di strumenti che gli studenti padroneggiano meglio di noi – c’è la possibilità di cedere un po’ di quel potere rassicurante garantito dalla porta dell’aula e avventurarci, anche in presenza, nel campo ardito della relazione autentica con le persone che abbiamo davanti e con il loro desiderio di apprendimento.


fonte: Corriere.it


Se a distanza gli studenti non possono reggere sei ore di webinar, potremo mai riproporre sei ore di lezione frontale? Se abbiamo comunicato in chat, potremo abbandonare completamente questo linguaggio domani? Se abbiamo accettato che partecipassero alle lezioni stravaccati nel letto e a telecamera spenta, quale nuovo patto sapremo stringere con loro in presenza sul modo di stare a scuola e in classe?

I ragazzi stanno trovando modi per collaborare e interagire anche a distanza, le cui ricadute negative e positive sulla socializzazione andranno guardate e comprese. Potremo ancora sottovalutare, tornati a scuola, la potenza straordinaria della cooperazione fra pari nei processi di apprendimento?

Nella scuola che riapriremo, sarà più difficile sbarrare la strada a queste domande e ritornare a una risposta difensiva e conservativa.

Infine, all’inizio del prossimo anno scolastico, plausibilmente ci troveremo di fronte a un certo numero di fallimenti formativi e abbandoni da Covid19. Saranno quelli che non ce l’avranno fatta, con cui noi non ce l’abbiamo fatta. Quelli che magari avrebbero fallito comunque, oppure no, difficile saperlo. Ma sapremo almeno una parte di ciò che nell’ultimo anno avranno dovuto affrontare. E cioè la più grande prova che una generazione di giovani abbia vissuto dopo il 1945.

Potremo provare a vivere scrutini ed esami con una consapevolezza nuova: più che mai quest’anno, la dispersione scolastica non sarà la malattia, ma il sintomo di tutto ciò che nelle nostre scuole e nelle nostre case non ha funzionato di fronte alla difficoltà. Sapremo stringere in nome di questo, finalmente, un vero e nuovo patto di corresponsabilità educativa?

È naturale e umano, in questi giorni, sperare di tornare più in fretta possibile alle nostre care, vecchie abitudini. La nostra rassicurante normalità, fatta di mille sforzi autentici per il bene dei nostri studenti.

Possiamo iniziare a dirci che probabilmente saranno proprio loro, i nostri studenti, e purtroppo il perdurare del coronavirus, a ricordarci che tornare indietro non sarà mai più possibile.

E questa per la scuola italiana è una grande sfida e una grande opportunità.

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