Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Misure anti Covid-19: come evitare la segmentazione


In un recente sondaggio negli Stati Uniti, Gallup ha rilevato che il 71% delle persone che guadagnano più di 180.000 dollari l’anno possono lavorare da casa durante la pandemia; tra chi percepisce meno di 24.000 dollari, invece, solo il 41% può praticare il tele-lavoro. Dall’altra parte dell’Atlantico, il lavoro a distanza è diventato un vero e proprio dispositivo di classe. In diversi stati l’isolamento domiciliare è volontario, riducendo la forza negoziale dei tanti lavoratori precari che si trovano a dover scegliere tra salute e salario: per chi si tira indietro, “lì c’è la porta”. Negli Stati Uniti solo un lavoratore su dieci è iscritto a un sindacato e la contrattazione collettiva, perlopiù decentrata, copre appena l’11% degli occupati (in Italia è l’80%). In meno di un mese il tasso di disoccupazione è più che triplicato, con 22 milioni di persone che hanno richiesto un sussidio. Per Peter Hall, professore ad Harvard, «la divisione tra coloro che possono tenere i propri posti di lavoro e fare smart-working e quelli che lo perdono o affrontano i pericoli del virus […] rischia di diventare più netta».

Una domanda ricorrente in queste settimane è se, e in che modo, l’emergenza Covid-19 sta approfondendo le fratture esistenti tra i diversi gruppi socio-demografici e nel mercato del lavoro. A partire dalla Grande Recessione, alcuni esperti nel campo delle politiche di welfare hanno evidenziato una crescente “dualità” nella struttura occupazionale (Clegg, 2007; Emmenegger et al, 2012; Palier, Thelen, 2010; Rehm, 2011; Rueda, 2012; King, Rueda, 2008). Questo filone di letteratura ha messo in rilievo il gap sempre più netto tra gli “insider” (lavoratori con contratto a tempo indeterminato, full-time, in settori produttivi “forti”) e gli “outsider” del mercato del lavoro (impiegati in forme di lavoro cosiddette “atipiche”, con tutele ridotte o addirittura assenti). In particolare, Hausermann e Schwander (2012) evidenziano due linee di faglia: una dualizzazione nel mercato del lavoro, riferita agli svantaggi strutturali degli outsider in termini di opportunità di guadagno e accesso alla formazione; e una dualizzazione nella protezione sociale, che vedrebbe gli outsider penalizzati in termini di copertura di prestazioni, servizi di welfare e importi dei benefici.

Oltre alla definizione delle linee di faglia, è importante individuare i fattori che qualificano certi individui come insider e altri come outsider. Gli outsider tendono a corrispondere a persone giovani, di sesso femminile e con contratti di lavoro atipici; viceversa, gli insider sono spesso uomini, adulti e con situazioni contrattuali stabili. Nei paesi dell’Europa meridionale, la principale divisione sembra percorrere le coorti generazionali (giovani vs adulti), mentre la forma più diffusa di dualizzazione è nei livelli di protezione sociale (Ebbinghaus et al, 2012). Nella regione mediterranea si rileva un divario contenuto nei redditi tra insider e outsider nel mercato del lavoro, in parte motivato da livelli di salari e tutele contrattuali insufficienti anche per gli insider. In una fase re-distributiva, tuttavia, i sistemi di welfare tendono a consolidare i divari nel mercato del lavoro. Dai dati Ocse emerge che, dopo le tasse e i trasferimenti sociali, la situazione reddituale degli outsider peggiora anziché migliorare. Se in Francia, Germania e Regno Unito i sistemi di previdenza riducono l’indice Gini di almeno il 41%, in Italia il potenziale redistributivo del welfare si ferma al 34%.

 

Differenze nei livelli di protezione tra lavoratori standard e atipici. OECD employment Outlook (2019).


Dualizzazione e servizi essenziali


Con l’imposizione del lockdown su base nazionale, i contorni della dualità lavorativa in Italia si sono fatti più sfumati. A differenza degli Stati Uniti, la distinzione tra insider e outsider (sia in termini pre-distributivi che re-distributivi) non ricalca automaticamente né il confine tra settori essenziali e non, né le possibilità di lavorare a distanza. Da un lato non è detto che chi effettua lo smart-working, una categoria che percorre una grande parte del comparto dei servizi, goda di migliori salari e tutele di chi continua ad andare a lavoro. Dall’altro lato, la distinzione tra settori essenziali e non essenziali non ci è utile a descrivere le fratture in termini di reddito e protezione sociale, visto che i settori non essenziali attualmente sospesi includono alcuni tra i segmenti più deboli, sottopagati e sotto-tutelati del mercato del lavoro: ad esempio i lavori della ristorazione, dei servizi di alloggio, del turismo. Questi settori, che contano 1,2 milioni di contratti, vedono una forte partecipazione delle fasce di età più giovani a discapito delle più anziane.


 

Distribuzione per classi di età in attività essenziali e non essenziali. Casarico, Lattanzio su Lavoce.info, 07.04.20


Secondo uno studio dell’Inps, il 57% delle imprese non rientrano tra i servizi essenziali e sono quindi ferme. Nei servizi non essenziali i salari sono molto più bassi dei settori rimasti aperti (13.716 euro l’anno contro 18.229 euro). Anche la durata dei contratti è inferiore: la media è di 26 settimane l’anno nei settori “chiusi”, 32 in quelli aperti. Guardando al decile più basso della distribuzione dei salari, la differenza tra chi continua a lavorare e chi no è di 624 euro mensili contro 1.396, più del doppio. In questo caso, tuttavia, la semplice comparazione delle medie tra settori “aperti” e “chiusi” ha scarsa capacità esplicativa sui livelli di dualizzazione: il primo gruppo, i lavori non essenziali, racchiude tanto i contratti più precari della struttura occupazionale (costruzioni, ristorazione, turismo, servizi a basso valore aggiunto) quanto i manager e i professionisti, che si collocano nella parte alta della scala dei redditi e che in molti casi possono lavorare a distanza. Il secondo gruppo, quello dei lavori essenziali (ad esempio trasporti, logistica, filiera agricola e alimentare, cura, sanità) include anche gruppi che si distinguono per livelli di salario e protezione di impiego (come i medici e gli amministratori).


Disuguaglianze di reddito e possibilità di tele-lavoro


Le opportunità di lavoro a distanza sono più utili a tracciare le dualità pre- e re-distributive? In un recente contributo, Armanda Cetrulo, Dario Guarascio e Maria Enrica Virgillito hanno analizzato il nesso tra disuguaglianze e opportunità di lavoro da casa. Secondo gli esperti, i cittadini italiani che possono lavorare a distanza sono stimati intorno al 30% della forza lavoro, o 6,7 milioni di persone. Le opportunità di lavoro da casa tendono a concentrarsi nella parte medio-alta e alta della distribuzione: può tele-lavorare il 60% di chi si trova al vertice della struttura occupazionale (come manager, imprenditori e legislatori, le professioni tecnico-scientifiche). In settori come lo spettacolo, l’assistenza, la vendita, l’artigianato, le possibilità di lavoro a distanza cadono drasticamente tra il 5% e lo 0%. Il salario mediano di chi non può lavorare a distanza si muove tra i 500 e gli 1800 euro mensili (media di 1200 euro); per chi può fare tele-working si va invece dagli 800 ai 3500 euro (media di 1800 al mese). I contratti a termine e le partite IVA sono sovra-rappresentate tra chi non può lavorare da casa, mentre i contratti a tempo indeterminato sono più diffusi nel bacino di chi effettua il tele-lavoro.

L’incrocio tra opportunità di lavoro a distanza e divisione tra servizi essenziali e non essenziali permette di ipotizzare l’esistenza di quattro gruppi, caratterizzati da livelli di reddito, protezione e tutele differenti. Un primo gruppo è quello di chi può lavorare a distanza, nella maggior parte dei casi non essendo impiegato nei settori essenziali (manager, imprenditori, professioni tecnico-scientifiche). Questi lavoratori tendono ad avere contratti stabili e livelli di reddito medi o alti. Un secondo gruppo è quello dei lavoratori essenziali, con livelli di reddito e protezione dell’impiego più bassi della media, una durata dei contratti più corta e una maggiore esposizione al rischio di contagio. Il terzo gruppo nasce dall’incrocio tra l’impossibilità di lavoro a distanza e l’appartenenza a settori non essenziali: sono i servizi a basso valore aggiunto, i lavoratori del turismo, della ricezione e della ristorazione, dell’alloggio. Questo gruppo è contraddistinto da redditi e tutele basse o insufficienti. Insieme ai primi tre, un quarto gruppo include i lavoratori impiegati nei settori essenziali che sono irregolari o saltuari (1.4 milioni di persone). Come suggerito da Manlio Calzaroni, questi lavoratori «saranno fin da subito coinvolti dalla crisi economica, ad esempio per le difficoltà che hanno i non regolari a giustificare la propria attività, viste le restrizioni messe in atto». Con tutta probabilità, queste persone vedranno il proprio reddito completamente interrotto e sono esclusi dalle principali forme di protezione sociale.


Dualizzazione nel welfare e misure di contrasto al Coronavirus


A questo punto è naturale chiedersi se le misure per far fronte all’emergenza Covid-19 rinforzino o riducano i divari nei livelli di protezione sociale. Nelle scorse settimane è stato più volte sottolineato come gli interventi dal Governo lascino scoperti proprio alcuni tra i segmenti più deboli del mercato del lavoro. Il decreto “Cura Italia” del 17 marzo infatti non prevede sostegni per gli addetti del settore domestico, gli stagionali e gli intermittenti, i parasubordinati non occupati e gli autonomi privi di partita IVA fino al 23 febbraio, insieme alle centinaia di migliaia di persone occupate nell’economia grigia o sommersa. Come sottolineano Cristiano Gori e Fabrizio Barca, strumenti di assicurazione sociale tradizionale come la Cassa Integrazione sono rivolte soprattutto al lavoro “dipendente stabile e autonomo di piccole, medie e grandi imprese resilienti”, fallendo nell’obbiettivo di intercettare alcuni tra i gruppi che ne avrebbero maggior bisogno. Pur avendo allentato alcuni criteri, il Reddito di Cittadinanza ha ancora “maglie” troppo strette per supportare chi è in difficoltà economica e rimane escluso da questi interventi.


Paesi che hanno introdotto nuove misure o ampliato quelle esistenti in risposta al Covid-19. OCSE (2020)


Per far fronte ai limiti appena evidenziati, il Governo sta valutando l’introduzione di un reddito di emergenza, una prestazione dal valore di 400-800 euro a seconda della grandezza del nucleo familiare. Un intervento di questo tipo andrebbe sicuramente nella direzione auspicata da Cristiano Gori, che ha proposto una strategia di protezione universale contro la crisi. Un reddito di emergenza slegato dalla posizione lavorativa servirebbe a ridurre il rischio di uno “spezzatino” di misure, come definito dallo stesso Professore, ovvero un mix di prestazioni che acuirebbe ulteriormente la segmentazione tra gruppi sociali. La misura intercetterebbe le forme di lavoro più atipiche e i lavoratori irregolari delle attività essenziali, riducendo il rischio di dualizzazione in risposta al Covid-19. Sostenendo il reddito del terzo gruppo (lavoratori non essenziali in stop) e del quarto gruppo (lavoratori essenziali non regolari), una prestazione di questo tipo avrebbe un effetto compensativo, mitigando la segmentazione nei livelli di protezione sociale in ottica re-distributiva.


Bibliografia


Clegg, D. (2007). Continental drift: on unemployment policy change in Bismarckian welfare states. Social Policy & Administration, 41(6), 597-617.

Emmenegger, P., Hausermann, S., Palier, B., & Seeleib-Kaiser, M. (Eds.). (2012). The age of  dualization: the changing face of inequality in deindustrializing societies. OUP USA.

Hausermann, S., Schwander, H. (2012). Varieties of dualization? Labor market segmentation and insider-outsider divides across regimes. The age of dualization: The changing face of inequality in deindustrializing societies, 27-51.

King, D., Rueda, D. (2008). Cheap labor: the new politics of “bread and roses” in industrial  democracies. Perspectives on Politics, 6(2), 279-297.

Palier, B., Thelen, K. (2010). Institutionalizing dualism: Complementarities and change in France and Germany. Politics & Society, 38(1), 119-148.

Rehm, P. (2011). Social policy by popular demand. World Politics, 63(2), 271-299.

Rueda, D. (2012). Dualization and crisis. Swiss Political Science Review, 18(4), 523-530.

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