I recenti avvenimenti di Capitol Hill, la cui lunga eco è stata amplificata dalla possibilità di seguire in diretta l’evolversi dell’assalto ad uno dei principali simboli del potere degli Stati Uniti d’America, ha rianimato il dibattito relativo all’impatto della disinformazione sulla cosa pubblica, tema di policy la cui risoluzione non può più essere rimandata. Risulta chiaro dalle immagini che abbiamo visto scorrere sui nostri schemi qualche sera fa e somiglianti più a un film distopico su mondi alternativi che alla realtà, poiché abituati a pensare che queste cose “da noi”, nel nostro occidente, non succedono.

La più volte citata “transizione pacifica dei poteri” sembra una formula astratta da manuale di diritto costituzionale. Questo requisito minimo e dato per scontato è stato spettacolarmente sfidato dalla folla di elettori pro-Trump, che mercoledì 6 gennaio hanno marciato sulla capitale, in un remake folkloristico – ma non meno preoccupante – di altre storiche marce rivoluzionarie. Eppure, un evento del genere non può considerarsi inatteso, bensì si configura come una cronaca di un disastro annunciato da mesi e rivela la fragilità di un sistema, la cui solidità è basata essenzialmente sull’accettazione del contratto sociale da parte dei singoli cittadini, sancito e depositato nella Costituzione.

Nel 1860 a Cooper Union, Lincoln ammonì i suoi interlocutori sui pericoli di interpretare e rispettare la Costituzione a proprio piacimento, applicando il binomio “rule or ruin” (governare o mandare in rovina). In questa dicotomia risiede una definizione ante litteram dell’ideologia populista, tanto sottile da attraversare lo spettro politico da destra a sinistra, ma simile in ogni sua espressione. Il trumpismo ha predicato quel “governare o distruggere”, che ci rimanda al ricordo d’infanzia del bambino che si porta via il pallone quando la propria squadra incomincia a perdere. Interpretando la parte del novello Re Sole, Il presidente uscente pone i propri sostenitori davanti alla scelta impossibile di una lealtà incondizionata al capo, al di sopra della legge e dell’ordine dello Stato, le cui regole fondanti vanno sovvertite qualora d’ostacolo al proprio fine.

La massima del “con noi o contro di noi” di mussoliniana memoria introduce una fallacia logica che esclude la possibilità di terze vie, proprie della vera politica quale arte del compromesso, e nella quale rientra anche la certezza dell’alternanza al potere che, negli ultimi quattro anni, è stata speranza di una porzione crescente di cittadini nordamericani. La violenza quasi incontrastata con cui i manifestanti sono entrati al Campidoglio, e l’impunità con cui si sono lasciati alle spalle le macerie delle istituzioni calpestate, rischiano di innescare un effetto domino capace di far perdere fiducia anche a chi, nonostante il lessico di esclusione continuamente usato da Trump, ha continuato a credere nel sistema democratico.

Il populismo interpreta la politica quale espressione della “volontà generale” del popolo, trattandola utopisticamente come una ed unica. Così facendo non ammette differenze di pensiero né tollera le minoranze, come ne è testimone il trattamento spesso riservato agli Afroamericani,  agli immigrati nel limbo dei diritti invisibili o nella gestione della pandemia in un paese in cui anche il diritto alla salute diventa privilegio.

A fronte delle esperienze di questo primo scorcio di ventunesimo secolo, caratterizzato da quello scontro di civiltà annunciato da Samuel Huntington nella forma di molteplici sfide provenienti dall’esterno, è stata sistematicamente sottovalutata la minaccia del terrorismo domestico, i cui autori tendono a minimizzare i propri atti nella presunzione di essere liberi dimostranti. È una distinzione – quella tra attentato e corteo – che si perde nelle parole di Trump alla folla, il quale ne legittima per giunta la rabbia, catalizzandone la trasformazione in violenza.  L’assalto al Congresso è dunque frutto di un sentimento a lungo incubato da quei perdenti della globalizzazione di cui il tycoon si è fatto paladino. La sua maestria sta nell’aver saputo cogliere il malessere di un ceto medio decaduto economicamente, lasciato indietro dal progresso e relegato alle periferie geografiche e culturali di un’America che non c’è più. Il trumpismo è emerso come àncora di salvezza, proponendo una realtà alternativa che assolve i propri sostenitori da ogni responsabilità: non sono loro ad aver mancato di raccogliere i frutti della terra delle opportunità, ma è il sogno americano ad averli traditi.

La crisi della democrazia statunitense non è quindi iniziata il 6 gennaio sui gradini del Campidoglio, ma è verosimilmente il risultato della cancrena di ferite emerse già con la Grande Recessione del 2008. La crisi ha quindi radici profonde, rafforzate nel 2016 dall’elezione alla più alta carica dello Stato di un presidente che ha sistematicamente adottato un profilo anti-establishment, facendo della costruzione ad arte di nemici immaginari arma politica e capro espiatorio.

La declinazione di teorie cospirative, che identificano la causa dell’oppressione della comunità nel complotto di una cerchia di potenti dello stato profondo (deep state) risulta un passaggio logico che amplifica l’odio verso l’élite e parla alla pancia della cittadinanza, pronta a mobilitarsi su tematiche altamente polarizzanti. L’avversario ideologico è il mostro della saga di QAnon intento nella compravendita di bambini, che risveglia quell’istinto originale di protezione del pater familias, protettore e decisore. Il simbolismo di queste culture inventate e costruite sulla deliberata confusione tra fatto e opinione si somiglia dappertutto: ha la forma del copricapo di Jake Angeli; per molti italiani rimanda alle padane corna dell’allora Eurodeputato Mario Borghezio ed ha il sapore amaro dell’acqua del Po.

La potenza comunicativa della presunta minaccia valoriale (contro Dio, la patria e la famiglia) fa leva sul patriottismo difensivo che distrae l’elettorato, il quale si trova paradossalmente a difendere un’amministrazione che realizza politiche ben distanti dalle necessità degli ultimi, per esempio smantellando il poco che resta del welfare “made in USA”. I fatti della capitale sono il culmine degli ultimi due mesi, in cui si è rafforzato il mantra della vittoria rubata, della democrazia violata come chiamata alle armi di una guerriglia civile che, convinta della corruzione delle istituzioni, passa dalla tastiera alle armi vere per farsi giustizia da sé. Lo si vede nella provocazione degli scarponi dell’hillbilly Richard Barnett poggiati beffardamente sulla scrivania della Presidente della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi. Lo si ascolta nei racconti preoccupati dei giornalisti sul campo, costretti ad indossare giubbotti anti-proiettile come inviati in qualche piazza mediorientale, tra la folla inferocita contro i cosiddetti “fake news media”.

Questi eventi potrebbero passare alla Storia come un tentativo di cambio di regime, che spesso prende corpo proprio dalla presa di edifici istituzionali. L’immagine che ne deriva è di un paese debole, in un momento in cui si abbatte un’altra crisi globale legata alla pandemia. La percezione di questa fragilità avrà conseguenze internazionali, erodendo innegabilmente la credibilità del più grande “esportatore di democrazia” e corroborando le accuse di chi l’ha dipinto come superpotenza militare interessata, benefattore di circostanza. Vi è inoltre un rischio concreto di imitazione per quei presidenzialismi con cui gli USA condividono il continente americano, che hanno esperienze ancora peggiori di malagestione della cosa pubblica in tempi di crisi socio-politica, economica e sanitaria.

Le immagini di Washington inoltre rappresentano un monito per l’Europa, fornendo la prova empirica di quello a cui può portare la sistematica manipolazione dell’informazione al fine di confezionare una realtà alternativa e distorta. Il senso di alienazione sociale sfocia facilmente nella radicalizzazione, oggigiorno costruita a colpi di tweet. Se è vero che Trump ha la massima responsabilità politica, storica e morale, non si possono però considerare assolti tutti quegli attori che ne hanno amplificato le narrazioni. La decisione senza precedenti di Facebook di una sospensione indeterminata dell’account di Trump assume le sembianze di un cerotto posto per fermare un’emorragia che ha fortemente contribuito a creare, appena in tempo per scongiurare il decesso prima del nuovo mandato.

Le piattaforme online non sono attori esterni ed imparziali. L’algoritmo, deus ex machina artificiale basato sulla logica della velocizzazione dei contenuti a (legittimi) fini commerciali, crea camere dell’eco (echo chambers) in cui i meccanismi del dibattito vengono frenati a favore della continua conferma della validità delle nostre convinzioni, indipendentemente dalla loro plausibilità. I social si prestano alla semplificazione della realtà ai minimi termini, in cui ognuno di noi è padrone della propria bacheca e basta un gesto per far uscire dal proprio campo visivo chi la pensa diversamente.

Probabilmente il trumpismo non finirà con Trump, per quanto molti militanti del suo stesso partito se ne stiano gradualmente allontanando, ma una cosa è certa: il cambio di prospettiva può iniziare solamente con il cambio di algoritmo, affinché scoppi il filtro della nostra bolla e ci vengano restituite le fondamenta del confronto civile basato sul dialogo, sull’accettazione dell’altro e, soprattutto, sui fatti.

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