Università degli Studi di Bologna
Articolo del percorso: #Cosedisinistra
Per la rubrica editoriale #FuoriLeidee

Introduzione

di Niccolò Donati

 

L’ottavo appuntamento di “Cose di Sinistra” guarda ad un dibattito che infiammò l’Italia degli anni ’50: quello sulla regolamentazione delle case chiuse, “case” o “casini” com’erano variamente chiamate all’epoca. Rivisitiamo per l’occasione la figura pubblica che si pose al centro di questo dibattito, la senatrice Lina Merlin, propositrice della legge 75/1958, passata poi alla storia come Legge Merlin. Abbiamo chiesto ad Arianna Pasqualini, ricercatrice dell’Università di Bologna ed autrice del saggio “Feminist Sex Wars”, di inquadrare, in prospettiva storica, la prefazione della senatrice Merlin per “Lettere dalle case chiuse”, un testo pubblicato negli anni ’50 che raccoglie le testimonianze delle donne che lavoravano nelle “case”. In questa breve introduzione pensiamo sia opportuno guardare alle ragioni ideali che animavano la proposta di legge, descritte chiaramente nel testo. Ci si chiede: se le prostitute sono favorevoli alla chiusura delle case di tolleranza, perché mai non ne escono volontariamente? Perché invocare la chiusura delle “case”, spingendo così anche le persone che si prostituirebbero in libera coscienza ad abbandonare questo mestiere?
Nella risposta a queste domande si trovano i motivi che spingono Lina Merlin a firmare la legge 75. L’argomento proposto dalla Merlin, e suffragato dalle testimonianze di “Lettere dalle case chiuse”, è che, anche ammesso che le donne decidano liberamente di prostituirsi, restano marchiate a vita dallo stigma di “signorine” o “lucciole”. Si tratta, in altre parole, dell’eterno dibattito tra libertà formale e libertà sostanziale: anche se le donne fossero libere di abbandonare la prostituzione, non vengono messe in condizione di farlo per via dei pregiudizi morali della società. La macchia resta, impedendo così di condurre una vita “normale”.
Si tratta di un dibattito che non viene risolto con la fine del riconoscimento legale della prostituzione, e che non resta neppure confinato all’Italia anni ’50. Lo ritroviamo, in termini simili, negli Stati Uniti degli anni ’90, quando la giurista femminista Catharine McKinnon propone di vietare la pornografia. L’argomento non è solo quello di garantire piena libertà alle performer pornografiche, liberandole dallo stigma sociale: la pornografia, secondo McKinnon, si configura come violazione delle libertà civili delle donne, dato che impedirebbe ad esse di poter essere considerate qualcosa di più che meri oggetti sessuali.
La natura dell’argomento resta però simile: si decide che lo stigma morale associato a pratiche come prostituzione e pornografia sia talmente odioso e lesivo della libertà delle donne che queste pratiche vadano vietate, in modo che nessuna donna possa essere condannata dalla morale vigente. Resta però un fatto: questo genere di proibizione restringe la libertà di scelta delle donne ed è, essa stessa, un’imposizione paternalista. Non solo. Il problema, come emerge dal testo della Merlin, non è la pratica della prostituzione: è lo stigma morale che vi è associato. La proibizione, in questo senso, rinforza una morale che riconosciamo essere quantomeno restrittiva, assecondandola. Per questo, negli ultimi decenni, il dibattito femminista si è diviso sull’argomento tra pensatrici e pensatori femministi che appoggiano la proibizione, e femministe e femministi sex positive. Questi ultimi propongono non di limitare la libertà delle persone di prendere parte a pratiche consensuali, ma di affrontare direttamente lo stigma morale che rende tali pratiche “sconvenienti”. Si pensi, restando negli Stati Uniti, agli “slut walk” o al recente movimento d’opinione in favore dei “sex workers”. In questo modo, più che trasformare il costume si punta a trasformare la morale, rendendola meno oppressiva rispetto alla libera scelta degli individui, garantendo al contempo diritti individuali e sicurezza nelle condizioni di lavoro. Quale che sia l’orientamento etico sulla questione, però, non si può che riconoscere quanto il problema identificato dalla senatrice Merlin resti un nodo irrisolto che, a più di 60 anni dalla legge 75, continua ad animare una parte rilevante del dibattito sui diritti delle donne.


Chiudere le “Case”. Il dibattito sulla Legge Merlin e sulle libertà sessuali delle donne,
di Arianna Pasqualini


La Legge 75/1958 «Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui», proposta dalla senatrice socialista Lina Merlin nel 1948, seguì un lungo iter parlamentare che portò alla sua approvazione soltanto dieci anni dopo, ponendo fine al modello regolamentarista delle case di tolleranza.

Il sistema delle case chiuse ˗ vigente in Italia fin dall’Unità con l’estensione progressiva del Regolamento Cavour a tutto il paese unificato e rinforzato ulteriormente durante il fascismo ˗ aveva imbastito un apparato sanitario-poliziesco di controllo e reclusione delle prostitute, che non si estendeva ai clienti. La violazione dei diritti e delle libertà delle prostitute, che fece da sfondo alla regolamentazione statale della prostituzione nelle case chiuse, trovava il suo fondamento nella logica ottocentesca che considerava le lavoratrici del sesso come moralmente devianti e biologicamente anormali, ma allo stesso tempo come un male necessario, ineliminabile in quanto funzionale alla società.
Come risultato di una lotta contro lo sfruttamento e contro il favoreggiamento della prostituzione, il progetto di legge di Lina Merlin abbracciava invece il modello abolizionista, proponendo l’abolizione della regolamentazione e quindi il divieto di esercizio nelle case di tolleranza. Con la Legge Merlin si vietò il controllo diretto sulla prostituzione da parte dello Stato ma anche da parte di soggetti privati e pubblici, rendendo quindi perseguibile di sfruttamento e di favoreggiamento anche una qualsiasi persona che faciliti il lavoro di chi sceglie deliberatamente di prostituirsi. Il prodotto finale risulta essere confuso e a tratti contraddittorio in quanto configura la prostituzione come una realtà di fatto, ma non la proibisce né la consente. Considerando la prostituzione non come il frutto di una libera scelta ma unicamente come il prodotto di una realtà di sfruttamento, la Legge Merlin pone divieti che, se non proibiscono l’atto della prostituzione, lo rendono praticamente impraticabile.
Il fenomeno della prostituzione in Italia, così come in Europa e nel mondo, ha subìto profondi cambiamenti con il mutare della struttura economica, della morale e dei costumi. Alla persistenza di una situazione di coercizione e sfruttamento della prostituzione si è affiancata, a partire dagli anni Ottanta, la nascita di gruppi organizzati di sex workers che rivendicano la libera scelta di prostituirsi, che combattono contro lo stigma e l’emarginazione sociale per il diritto all’esistenza e che denunciano la mancanza di tutela, gli abusi e la criminalizzazione a cui sono sottoposte.
La Legge Merlin, in vigore tutt’oggi, costituì un enorme passo avanti sulla strada della tutela della libertà e della dignità delle prostitute, chiudendo quei luoghi di schiavitù e sfruttamento di cui le “lettere dalle case chiuse” si rendono testimoni. Essa rimane però un prodotto del suo tempo, un’espressione delle tensioni della società italiana nell’immediato dopoguerra e rende urgente una riflessione che prenda in considerazione le rivendicazioni e i bisogni delle sex workers, per un adattamento della legislazione in materia della prostituzione alla mutata situazione attuale.

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Prefazione, brano tratto da “Lettere dalle case chiuse”, Lina Merlin
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