A cura di Luigi Vergallo
Con testi di Guido Crainz, Bruno Cartosio, Maurizio Ridolfi, Anna Mastromarino, Elena Cadamuro


Perché raccontare la storia oggi?

Almeno per due ragioni molto pratiche.

La prima per trovare un intreccio e un filo tra storie dal basso, storie collettive e storia pubblica. La seconda per il fine, anche utilitaristico, che quel racconto di storia si pone.

Proviamo a dirlo più esplicitamente: costruire storia dal basso implica prestare attenzione a quei soggetti che spesso la storia l’hanno fatta, ma poi se la sono sentita raccontare da altri, o comunque hanno avuto la sensazione che fare storia non fosse di loro competenza: in breve, quelli che spesso sono raffigurati come «spettatori di storia».

Contro le visioni auto-riferite, esclusiviste, discriminanti e spesso fondate su rimozioni e storture, proponiamo di riflettere sui limiti e le potenzialità di un’idea di storia come terreno di partecipazione collettiva, di incontro e negoziazione delle molteplici posizioni che compongono la società e che devono animare la cittadinanza.

Per questo occorre recuperare le voci dal basso, dare spazio a esperienze che illustrano percorsi diversi, che nascono da diverse tensioni e che propongono patti di cittadinanza distinti. Ma è importante non sacralizzarle assumendole come “controstoria”, ma come parti di una storia «grande» con cui anch’esse devono fare i conti. Perché le loro ragioni, comunque, non sono la ragione assoluta.

La sfida del racconto di storia e della costruzione di calendario civile, nella sua essenzialità, non riguarda quale data si ricorda o quale evento si sceglie come rappresentativo, ma il fine per cui si individua una data o un evento e la funzione che quel tassello ha nella costruzione del mosaico della identità europea.

Il calendario civile europeo in breve non è solo ciò che si ricorda o che si vuole ricordare, ma deve ambire a rappresentare tutto l’insieme di passaggi storici che attraversano questo mosaico identitario come linee di frattura e che rendono complesso e problematico qualsiasi discorso omogenizzante su idea di Europa e identità europea; che non tenga conto, cioè, della varietà di manifestazioni che questa ha assunto nel corso della storia e che ancora può assumere in maniera cangiante.

Tema che allude anche a una condizione in cui ci troviamo calati – non eccezionalmente rispetto al passato – giacché è compito di ogni generazione ripensare il passato che eredita e dare senso e aggiornamento al presente in cui vive e, ancor più, al futuro per il quale si impegna a «fare».

Per questo abbiamo deciso di riflettere insieme sulla costruzione di un calendario civile europeo, specialmente dopo che le recenti sfide interne ed esterne attraversate dall’Europa hanno dimostrato quanto sia necessario formare quella che Habermas ha definito “opinione pubblica europea”. Per lo storico Guido Crainz è necessario investire sulla visione del passato con cui sono educati, o diseducati, i cittadini europei.

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Ma come si costruisce un calendario civile europeo che metta d’accordo le diverse anime che abitanto l’Europa, senza imporre la visione accentratrice di alcuni Paesi di “maggiore peseo” o al contempo alimentare la narrazione nazionalista e identitaria di quegli Stati che vedono come una minaccia il processo di integrazione comunitaria? Una soluzione, secondo Bruno Cartosio, potrebbe essere fare tesoro della visione che gli Stati Uniti, sin dalla loro fondazione, hanno del continente europeo e dei popoli e culture che lo animano.

Un altro punto su cui riflettere è che se la Public History mira a promuovere un rinnovato e partecipato “senso pubblico” della storia, il tema conflittuale delle memorie ne diviene uno dei terreni ideali di applicazione. Come ricorda il professore Maurizio Ridolfi, “esse sono il terreno di una ricostruzione storica necessariamente legata ad eventi spesso traumatici, con commemorazioni e rituali della memoria che misurano e rappresentano l’identità di comunità attraversate da interattivi sensi di appartenenza, tra condivisioni e fratture”.

Esse vanno dapprima riconosciute e indagate, discusse e confrontate, ancor prima di entrare a far parte di un calendario civile; soprattutto se il fine sia non la celebrazione ma la consapevolezza del nesso storico tra il passato e il presente.

Eppure, “pur basandosi su un oggetto comune, le memorie delle due comunità non potrebbero essere ricondotte a una medesima memoria collettiva, anche se condividono il medesimo spazio memoriale, dal momento che non vi è lo stesso valore a connetterle.

Ecco perché – scrive la professoressa Anna Mastromarino – costruire una memoria collettiva presuppone, prima di tutto, tracciare relazioni di coerenza tra nexus, valori e oggetti esemplari di memoria. Ciò al fine di assicurare se non il raggiungimento (utopico, nelle nostre società complesse) di un orizzonte memoriale condiviso, quantomeno la definizione di una arena in cui le memorie divise possono convivere.

In questo senso è necessario che il processo memoriale, forza propulsiva dell’impianto identitario, sia sviluppato in ottica dialogica, ossia prediligendo il confronto. In assenza di una piattaforma comune, infatti, la prospettiva per la sua edificazione non può che essere quella comunicativa: la memoria deve essere resa discorsiva e come tale legata al linguaggio, ossia alla struttura della comunicazione e non solo all’atto/oggetto memoriale in sé”.

Specialmente in un periodo di profonda crisi dell’Europa come quello attuale, la definizione di un calendario civile condiviso va ben oltre la sua portata simbolica e diventa strumento di costruzione di un futuro comune europeo. Come riassunto da Elena Cadamuro, “È infatti attorno a un’alleanza di intenti che spingano in una direzione comunitaria – senza per questo cancellare e nascondere i conflitti – che si può pensare di scrivere un calendario civile europeo che parta dalle comunità e in esse rimanga costantemente radicato”.

Fotografia di copertina: Andrew Neel

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