Ricercatore per l’Osservatorio sulla Democrazia di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

I recenti fatti di Capitol Hill ci impongono di riaprire il cantiere di America Anno Zero, il percorso editoriale attraverso cui abbiamo seguito il dibattito politico americano durante le elezioni presidenziali USA 2020.

Con l’ultima uscita di America Anno Zero eravamo rimasti al verdetto delle urne, che certificava la vittoria del candidato democratico Joe Biden. Il dibattito elettorale però non poteva dirsi serenamente chiuso, vista l’intenzione manifestata — e messa in pratica — dal Presidente uscente Donald J. Trump di ribaltare il risultato delle elezioni facendo appello ora al riconteggio dei voti, ora al ricorso alla Corte Suprema. In ordine temporale, l’ultimo strappo è stato quello di cercare di forzare la procedura elettorale, il sistema dei Grandi Elettori che certificano la vittoria di uno o dell’altro candidato. Messo di fronte a questa evenienza, il Vice-Presidente Mike Pence, responsabile per la procedura, ha giustamente rigettato la richiesta di Trump, ponendo gli interessi delle istituzioni repubblicane statunitensi al di sopra degli interessi del Presidente uscente Donald J. Trump. Come siamo arrivati a questo punto?


Guarda l’intervista al professor Mario Del Pero



La funzione delle elezioni in un sistema democratico è quella di garantire l’alternanza pacifica tra forze politiche al governo. In altri regimi politici, la funzione di alternanza è assolta attraverso azioni che non si accordano con il comune sentire democratico: colpi di stato, rivoluzioni, rivolte. Nel contesto delle elezioni democratiche, perché l’alternanza possa essere pacifica, occorre che sia chi ha vinto che chi ha perso si riconosca nel verdetto elettorale. Questo, a sua volta, è possibile solo se tutti si riconoscono nelle regole del gioco e nelle procedure che certificano che queste regole siano rispettate. Da questa prospettiva, i fatti di Capitol Hill sono la coronazione di un dibattito elettorale il cui baricentro si è spostato dalle politiche pubbliche alla contestazione delle regole. In questo senso, Donald J. Trump ha preparato il terreno per questo scontro frontale con largo anticipo, suggerendo sin da quest’estate, che le condizioni in cui si sarebbero tenute le votazioni avrebbero dato agio a brogli in grado di ribaltare il risultato del voto; aggiungiamo a questo la narrativa sullo “Stato profondo”, sostenuta sia da Trump che da gruppi di estrema destra statunitensi, e si è sbarrata la strada a qualsiasi possibile riconoscimento della vittoria del rivale Joe Biden: se infatti la narrazione è che esistano apparati in grado di ribaltare il risultato delle elezioni e impedire che eventuali brogli siano denunciati in sede istituzionale, si apre il terreno per uno scontro senza esclusione di colpi. Una larga parte dell’elettorato di Trump si è lasciata trascinare in questo campo di battaglia, che rischia di minare alle fondamenta l’esistenza stessa degli Stati Uniti come comunità democratica.

Era prevedibile questo esito? Alcuni hanno paragonato i fatti di Capitol Hill ai colpi di Stato che avvenivano nelle cosiddette banana republic, come venivano chiamate dagli statunitensi, negli anni ’70 e ’80. Verrebbe da pensare anche alle invasioni barbariche o al Sacco di Roma. Certo, non è quello che ci si può aspettare da una democrazia matura come gli USA. Eppure, la direzione era chiara: col senno di poi, bastava prendere sul serio la narrativa trumpiana delle elezioni rubate e prendere atto che Trump non aveva nessuna intenzione di fermare questa folle rincorsa al massacro. Nell’ambito di America Anno Zero, ci siamo soffermati su questi aspetti nell’appuntamento di fine settembre 2020 su “Il sistema elettorale” statunitense, in cui ci interrogavamo su quanto la contestazione delle regole da parte di Trump potesse mettere a rischio una delle funzioni fondamentali della democrazia, la “transizione pacifica”.

Appare quindi evidente, come anche ribadito dal professor Mario Del Pero nella seguente intervista, che le responsabilità politiche e morali di quanto avvenuto vadano ricercate nel comportamento di Donald J. Trump, senza tracciare dubbie equivalenze morali tra le parti in gioco — questo, dopo Capitol Hill, appare irresponsabile e grottesco. Al di là di questo, guardando avanti, l’Amministrazione Biden dovrà tenere conto anche delle domande inevase che hanno facilitato, almeno nelle sue prime fasi, questa radicalizzazione di una componente importante dell’elettorato trumpiano. Se gli USA intendono lasciarsi alle spalle questa stagione politica disastrosa, e cercare di ricostruire il tessuto politico e sociale del Paese, dovranno riflettere sul modello di società statunitense, restituendo dignità e creando possibilità di vita non solo per i ceti urbani che riescono a profittare dalla globalizzazione, ma anche per minoranze etniche e sociali che sono rimaste indietro e che, specialmente nel quadro della recessione, hanno davanti a sè un futuro sempre più grigio.

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