Donzelli Editore

Proponiamo qui un estratto della Nota dell’Editore contenuta nel testo a cura di Angelo Bolaffi e Guido Crainz “Calendario civile europeo. I nodi storici di una costruzione difficile” (Donzelli Editore, 2019). Si ringrazia la casa editrice Donzelli per la gentile concessione. 

Le identità sono costruzioni collettive che si aggregano e si scompongono nel tempo. E attraverso di esse che le persone singole riconoscono tra loro una comune appartenenza, si legano ai luoghi, modellano i propri confini, si appropriano

degli spazi e dei nomi che li connotano, riempiendoli di contenuti spirituali, di valori simbolici, di tutti quei legami che determinano un sen­so di comunità.

Il caso storico della costruzione europea ha alle spalle una vicenda plurisecolare. Si veda al proposito la magistrale ricostruzione fatta da Lu­cien Febvre in quella pietra miliare della riflessione intellettuale sul tema che è L’Europa . Storia di una civiltà 2Dalla formazione dell’Impero ca­rolingio in avanti, la composizione e la gerarchia delle appartenenze si più volte mossa, spostando il suo pendolo, a seconda delle epoche e dei luoghi, dalla dimensione etnica a quella urbana, da quella regionale a quella statuale: e in quest’ultimo caso, variando su spazi territoriali di grandezza assai diversa (dai regni, ai principati, agli imperi). La costru­zione delle nazioni, che ha in molti casi preceduto quella dei relativi Stati, è il frutto di un lento processo storico, che solo a un certo punto le ha definite e imposte come il vertice della piramide identitaria.

Nel caso dell’ Europa (lo spazio più largo tra quelli di cui il nostro outillage identitario possa disporre), questo gioco di composizione _e scomposizione delle identità, già per sua natura plurale, è stato compli­cato dal fatto che l’Europa, nelle realtà storiche come nelle rappresen­tazioni, sembra aver connaturata una incomprimibile vocazione al a pluralità. A ben vedere, la pluralità è il suo più forte carattere distinti­vo: l’Europa è la pluralità delle sue componenti, la sua irriducibilità a un unico blocco. Lo dimostrano le guerre e i lutti che si sono verificati quando qualcuno (popolo, monarca, dittatore, nazione, impero) ha provato a forzare questa «regola».

«Varietas identitate compensata», per riprendere una felice for­mula adoperata da Leibniz in tutt’altro contesto, e adottata a propo­sito di Europa da Edmund Husserl: «la diversità compensata con l’identità». O l’Europa è questo, oppure è condannata alla fram­mentazione; o peggio – e sono stati i casi più tragici – alla violenza sopraffattrice.

Fa impressione leggere oggi le pagine finali della Storia d’Europa nel secolo decimonono di Benedetto Croce. Costretto dalla realtà a prendere atto che la stona non andava esattamente nel verso della libertà nel 1931 Croce sposta la questione dal campo della ragione a quello della fede.

Scrive, a mo’ di introduzione, quello splendido manifesto del pensiero liberale europeo che si intitola, per l’appunto, La religione della libertà. Le conclusioni del libro sono una coraggiosa sfida al disastro che in­combe. L’Europa è ammalata di una «febbre », di un impazzimento:

«L’attivismo imperversa ancora largamente; ma dov’è in esso la serenità d’animo la fiducia, la gioia del vivere». La malattia ha un nome preci­so: «nazionalismo». E per sconfiggerli Croce si affida a una speranza, che sembra un azzardo, un puro desiderio: «Già in ogni parte d’Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità (perché […] le nazioni non sono dati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche)[…]. Questo processo di unione europea,[…] è direttamente opposto alle competizioni dei nazionalismi e già sta contro di essi e un giorno potrà liberarne affatto l’Europa». Ci vorranno anni terribili, e una guerra mondiale, prima che il desiderio possa iniziare ad avere qualche concreto riscontro. Seguiranno 75 anni di pace relativa e di tentativi di Europa. Ora, in un contesto del tutto mutato, segnato da una svolta repentina e dalle conseguenze imprevedibili come quella del­la caduta del Muro di Berlino, il clima è via via tornato a farsi minaccio­so. Vige il ripristino degli interessi nazionali. L’Europa non va di moda. Chi, oggi, si sentirebbe di «celebrarla»? E quali fasti, poi, se ne dovrebb­ero celebrare? La stessa impaginazione di questo nostro libro tiene conto di questa difficoltà celebrativa. Qui il calendario è organizzato se­guendo il filo degli anni, non secondo quello dei mesi e dei giorni. Più che celebrare, ci si propone di indagare, di cercare la chiave per la rico­struzione degli eventi-simbolo, di capire quali sono i mille fili che ten­gono unito questo continente, e quali le mille trincee che lo dividono.

Il deficit di Europa non deve essere cercato lontano: è dentro di noi. Prima che nella politica, nella cultura; prima che nel «popolo», in chi lo rappresenta e lo dirige; prima che nelle strade e nelle piazze, nelle scuo­le. Altro che «plebiscito di tutti i giorni». Quello evocato da Renan era buono per l’Ottocento e per la nazione francese. Per l’Europa del nuo­vo millennio al massimo si tratta di mettere una croce su una scheda elettorale ogni cinque anni, o di qualche referendum che offra l’occa­sione per dileggiarla.

Eccola, dunque, la preoccupazione civile, che ha motivato il proget­to e la realizzazione di questo Calendario civile europeo, nato da una idea di Guido Crainz, a cui si è presto associato Angelo Bolaffi. Eccola la domanda di fondo: perché pesa così poco, nella costruzione delle no­stre identità collettive, il sentirsi «europei»? Non sarà che l’identità eu­ropea si conquista con una dose di consapevolezza che passa attraverso la cultura? Non sarà che c’è di nuovo bisogno di studiare la storia?

 

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