Ricercatore

 


#1 Bisogni e istanze sociali | #2 Opinione pubblica e comunicazione politica
#3 Le forme del conflitto e della partecipazione | #4 Le proposte e l’idea di civiltà


Il racconto è il solito. La storia ha dato ragione a chi prevedeva lo sbriciolamento delle identità collettive. Sono anni di aspettative deluse, legami deboli, relativismi e polarizzazioni. Su questo sfondo un dato torna spesso ovunque si discuta dei partiti di ispirazione progressista. Prima ottenevano buona parte del supporto tra gli elettori meno istruiti; ora si assicurano perlopiù il favore di chi ha i titoli.

Il partito dei lavoratori si è trasformato nel partito dei laureati. Dà ascolto a chi capisce i cambiamenti sociali ed economici o a chi è riuscito ad acciuffare il treno del progresso. Intanto, a chi sta fuori da questa conversazione, la portata della trasformazione richiede un ripensamento di stili e piani di vita. E così, molti hanno buonissime ragioni per sentirsi messi da parte.

Questa è ormai una tiritera di senso comune. Da qui, soprattutto a sinistra, è tutta una tirata su chi sono i vincitori e i vinti della globalizzazione. Un gran parlare, sempre accorto, di buon cuore, infarcito di paroloni e frasi a sensazione.

La crisi è così lampante che i politici sembrano essere della stessa idea. Nessuno negherebbe le tensioni sociali ed economiche, pochi, però, vanno oltre i discorsi inconsistenti. Il punto della questione è che, almeno qui da noi, non c’è nulla di brillante nel rilevare che il tessuto sociale sia lì lì per sfaldarsi. Lo dice Salvini, lo dice Cuperlo, lo dice Tajani, lo dice Zingaretti, lo dice Speranza, lo dice Renzi. Lo dicono tutti.

 

Una volta scesi così in basso, la differenza non si dovrebbe più fare sulle valutazioni, ma sulla loro traduzione in un linguaggio adatto alla mobilitazione politica. Il sapere sui problemi è già ricco e variopinto. Che ci stanno a fare, sennò, le università, i centri di ricerca, la stampa? Ora, anche per la politica progressista, sembra arrivato il momento di alzare la voce.

I tentativi sono ancora troppo zoppicanti. Si adopera un livello retorico eccessivo. Oggi la formula magica include, tra le altre, resilienza e radicalità. Piace definirsi resilienti e radicali. Si può essere resilienti e radicali prima di passare all’azione? Ho paura di no. Di norma una formula magica non richiederebbe la partecipazione emotiva del soggetto. Basta pronunciare qualche parolina per alterare l’andamento naturale degli eventi. Il capo dei ladroni esclama «Apriti sesamo!» e si apre l’ingresso della caverna con il tesoro. Il politico allora attacca con la sua formuletta, ma non succede niente. In verità, se qualcosa si muove, va nella direzione opposta, sempre più vicino agli istruiti, lontano dal resto.

Nel fare così tanto affidamento a queste formule magiche, abbiamo chiaro di cosa stiamo parlando? Dubito. Si vede che sono termini à la page. Si susseguono infatti come parole d’ordine a cui sembra proprio non si possa fare a meno. Conferiscono autorevolezza alle idee più bizzarre e regalano un pizzico di credibilità davanti al pubblico d’élite. Compongono frasi appariscenti, zeppe di codici e assunzioni assorbite senza coscienza. Peggio ancora, iperpoliticizzano gesti piuttosto ordinari, tipo gettare le cartacce nel contenitore appropriato, mostrare un minimo di rispetto verso l’altro, andare al lavoro in olandesina. Un pasticcio, insomma.

Io stesso ritengo sterile l’attacco all’abuso di paroloni. Succede che la politica adotti nuovi termini e parli con prosopopea. Chi, davanti a un congiuntivo mancato, non ha ricordato con nostalgia gli interminabili sfoggi retorici della Prima Repubblica? Vero. Tuttavia, almeno tra chi crede nella necessità di rinvigorire lo spirito politico di molti concittadini, questa critica permette invece di rilevare un paio di lacune nel discorso pubblico progressista.

Una volta ancora si cerca innanzitutto il riconoscimento del pubblico colto e si contribuisce all’immaginario del popolino paziente morale, apatico e bisognoso di cure saggiamente importate da fuori. E poi, riproponendo maldestramente il linguaggio del bel mondo, si finisce per credere in un’ideologia autoindulgente per cui certe formulette dovrebbero bastare per giustificare una speciale tolleranza per troppe cose, spesso fuori posto. Più in generale, sembra non esserci modo di sfuggire a questa mania del riconoscimento. Suppongo che un tal gran parlare abbia dato qualche frutto. Altrimenti si faticherebbe proprio a capire come questa solennità pignola consenta di rianimare un pubblico già agguerrito contro le sue élite.

Il linguaggio della mobilitazione ha fatto troppi pochi passi verso il pubblico. Proprio quando si rende più necessario sostituire l’idea del cittadino-paziente con quella del cittadino-agente, i progressisti si sono ritratti nel gergo. Può sembrare solo un problemino di cosmetica, ma va al cuore della politica progressista. Almeno di quella che ne merita veramente l’appellativo.

Da sempre la politica progressista ambisce a potenziare le relazioni sociali e politiche, ad arrivare prima sui problemi e sulle risposte. Alle categorie vuote fatte scendere dall’alto, si dovrebbe dunque preferire l’ascolto. Serve ascoltare e quindi capire i problemi di chi si vuole mobilitare. Serve ascoltare e quindi adottare un linguaggio che trova già spessore nelle pratiche quotidiane. Serve ascoltare e quindi prefigurare il terreno comune su cui attivare cambiamenti significativi.

Di questi tempi pare, però, che lo sguardo in giù sia una prerogativa di politici rozzi e opportunisti. È arrivato finalmente il momento di accantonare quella brutta tendenza a giudicare qualsiasi cosa di basso come populista. Non confondiamo l’impazienza di ottenere consenso con la capacità di recepire, raccogliere, selezionare e amplificare inquietudini comuni. Il populismo ha un’orizzontalità fittizia. Il leader ricalca emozioni e parole per consolidare la propria autorità. Un progressista accetta che le persone si incontrano dove sono e per quello che sono. Da lì si mette in movimento per trasformare istanze particolari in domande di cambiamento generali.

Se il progressismo aspira ad avere una base larga, non può rinunciare a questo aspetto performativo. Si deve far vedere nella comunità, deve stare dentro, ascoltare e assumere la responsabilità di scegliere cosa dire e con quali parole. Il 21 gennaio 1921 nasceva il Partito Comunista d’Italia. Un partito che, almeno nelle sue versioni migliori, sapeva fare tutto questo. Oggi, a cento anni da quella data, sarebbe facile deprimersi. In verità, pur su scale molto diverse, Stacey Abrams negli Stati Uniti, Aboubakar Soumahoro, ma anche Giovanni Caudo, dimostrano che questo tipo di politica resta attuale. Il 21 gennaio 1921 nasceva un partito. Ora, annebbiati dalla sfiducia, non dimentichiamone la bellezza. La politica progressista deve essere la prima ad andare oltre il personalismo. Ha bisogno di buoni partiti. Quelli sono i luoghi della sintesi. Quelli, molto più della chiacchiera da salotto, provano la fedeltà nei principi democratici. E, fatemelo ripetere una volta di più, non esiste il progressismo senza la democrazia.


Come dare espressione alla partecipazione, alla conflittualità e alla voglia di contare dei cittadini?

Guarda l’intervista a Joan Subirats Humet, Università di Barcellona e allo storico Alexander Hobel


 


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