Università degli Studi di Perugia

Dopo quattro anni di governo, in occasione delle elezioni anticipate del 7 luglio, Syriza (acronimo che in italiano sta per Coalizione della sinistra radicale) perde le elezioni politiche e Alexis Tsipras è costretto a lasciare la carica di primo ministro. Al suo posto subentra Kyriakos Mitsotakis, esponente di Nea Dimokratia, partito della destra ellenica. Si esaurisce in questo modo il ciclo iniziato con le proteste di piazza Syntagma, che tra il 2009 e il 2012 vede il popolo greco contrapposto alle élites di potere che avevano condotto il Paese in condizioni di estrema difficoltà economica e sociale. Si tratta di un movimento di protesta che reclama un programma di crescita da attuare in alternativa alle politiche recessive di matrice neoliberista. In questa cornice, contro le destre e la sinistra socialista, Tsipras arriva al governo del Paese nel 2015.

Le aspettative con le quali si presenta all’appuntamento sono molto alte e l’intenzione è quella di abbandonare le politiche di austerità e di tagli alla spesa pubblica per cercare di innescare una fase nuova. Ciò nonostante, sin dal principio, l’azione di comando messa in campo non corrisponde ai propositi iniziali. Innanzitutto, il governo Tsipras deve affrontare un imprevisto deficit di sovranità politica. Al riguardo, i “memorandum” provenienti da Bruxelles hanno di fatto commissariato la sua autonomia decisionale, costringendo il primo ministro (pena il rischio default e l’avvio del percorso di espulsione della Grecia dalla moneta unica europea) ad approvare tutte le misure indicate dai principali attori della governance internazionale. Dati tali equilibri, la situazione nel partito di Tsipras si fa complicata, fino a registrare scissioni interne, in primis, da parte di Yanis Varoufakis (ex ministro delle finanze), ma non solo da parte sua. Inoltre, il governo della sinistra radicale incontra difficoltà in materia di politica estera. Su tale versante, la “questione Macedonia” e, più precisamente il tema del riconoscimento della “Macedonia del Nord”, rappresenta un punto critico che ha sicuramente infiammato gli animi più nazionalisti, penalizzando l’immagine e il risultato elettorale di Syriza.


Parlamento europeo


Nonostante le difficoltà incontrate, alle elezioni politiche il partito di Tsipras mantiene il favore di un terzo della popolazione, ottenendo il 31,5%. Rispetto a quattro anni prima perde 145mila voti e circa quattro punti percentuali, lasciando alla sua sinistra il 5,3% al Partito comunista e il 3,4% al partito di Varoufakis. Per contrappunto, Nea Dimokratia, svuota il centro e l’estrema destra, guadagna oltre 700mila voti rispetto al turno elettorale precedente e diventa il primo partito, potendo in questo modo beneficiare del premio di maggioranza che il sistema elettorale (ancora in vigore) riconosce alla formazione politica che raggiunge la maggioranza relativa dei voti.

I numeri registrati in occasione delle elezioni legislative del 2019 rappresentano per Syriza una sconfitta, ma non costituiscono una disfatta politica. Due ragioni fondamentali starebbero a confermare la vitalità del partito. In primo luogo perché si conferma una forza politica capace di occupare (ad oggi) uno spazio permanente all’interno delle istituzioni nazionali. Con oltre un terzo dell’elettorale a suo favore, la Coalizione della sinistra radicale costituisce uno dei due perni del bipartitismo greco, abolendo la possibilità che il PASOK (candidatosi in una coalizione capace di riscuotere soltanto l’8,1% dei consensi) torni a rappresentare il partito maggioritario della sinistra ellenica. Inoltre, l’opposizione a un governo guidato dal partito che (insieme ai socialisti) ha condotto la Grecia sull’orlo del fallimento negli anni più bui della crisi economica e finanziaria della Great recession potrebbe rilanciare l’azione politica di Syriza, creando le condizioni per la costruzione di un rinnovato vantaggio elettorale. Sicuramente, per Tsipras si apre una stagione nuova. Da un lato è costretto a interrompere l’azione di governo, dall’altro può tornare a organizzare una forte opposizione parlamentare, sulla scia della quale provare a riconnettere le ragioni della protesta sociale con le sfere più alte delle istituzioni politiche e rappresentative.


Kyriakos Mitsotakis, il nuovo premier greco (foto: Panayotis Tzamaros)


 

Insomma, Syriza perde il governo, ma mette il partito al riparo dalla crisi, conserva il suo popolo (o gran parte di esso) e garantisce al leader un potere incontrastato al proprio interno. Per tutti questi motivi, il cantiere greco continuerà ad essere un importante laboratorio europeo. Dopo aver condotto la Grecia fuori dai programmi di aiuti internazionali e aver migliorato gli indicatori economici più importati (abbassamento della disoccupazione, diminuzione del debito, aumento delle pensioni minime, riduzione dell’iva per alcuni prodotti di prima necessità), dall’opposizione al neo-eletto governo di destra, Syriza potrà organizzare una campagna elettorale permanente centrata sull’interlocuzione con i ceti popolari e con le classi medie impoverite, capace di mettere al centro la richiesta di superamento delle politiche di austerità. In direzione ostinata e contraria rispetto al programma d’intenti uscito vincitore dalle elezioni del 7 luglio, la vera scommessa sarà quella di avanzare un disegno politico alternativo di riforme radicale, allo scopo di rilanciare la spesa pubblica, l’economia dei consumi, lo stato sociale e i più importanti servizi ai cittadini (sanità e scuola su tutti). Non a caso, all’indomani del voto, consapevole dell’attuale condizione politica, nonostante la sconfitta, Tsipras non dispera e dichiara di sentirsi più forte di prima. Ed è questa, effettivamente, la situazione attuale percepita da Syriza, il cui prossimo obiettivo sarà quello di trasformare la fiducia registrata nelle urne in egemonia politica e culturale, per tornare a guidare il Paese nel corso del prossimo mandato di governo.

La Fondazione ti consiglia
pagina 66179\