Fondazione Aldo Aniasi
Ricercatore per l’Osservatorio sulla Democrazia di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
Articolo del percorso: #cosedisinistra

Introduzione

di Niccolò Donati

Nell’appuntamento conclusivo di “Cose di sinistra” ci occupiamo di un tema che non ha mai trovato una soluzione politica soddisfacente, né una sua conclusione naturale: il tema del lavoro femminile. Lo facciamo attraverso le parole di Tina Anselmi, prima donna ministro della storia dell’Italia repubblicana, e il commento di Fiorella Imprenti, consulente dell’Assessorato alle Politiche del Lavoro del Comune di Milano.

Siamo nel 1977 e l’Anselmi sta presentando al Parlamento italiano la proposta di legge per la parità di trattamento sul lavoro tra uomini e donne — conosciuta poi come Legge Anselmi. Si intende porre fine alle discriminazioni che avvengono puntualmente nel mondo di lavoro, come l’usanza italiana del licenziamento ad nutum a cui la Anselmi fa riferimento nel testo: giunte al 55esimo anno di età, all’epoca l’età pensionabile per le donne, una donna poteva essere licenziata senza motivazione, cinque anni prima dei colleghi uomini. La Legge Anselmi, all’articolo 4, sanava questa situazione dando alle donne libera scelta di continuare a lavorare fino al sessantesimo anno di età, come era prerogativa dei colleghi uomini. L’analisi di Anselmi si spinge però oltre: non si tratta solo di combattere le discriminazioni formali, ma anche di promuovere, e rendere anzi desiderabile, il lavoro femminile. La fotografia del mercato del lavoro femminile di fine anni ’70 che ci restituisce Anselmi è, in questo senso, impietosa:

«[…] la disoccupazione femminile si mantiene costantemente più elevata della disoccupazione maschile; […] le donne, insieme ai giovani, rappresentano la quasi totalità degli impiegati nel lavoro nero […] le donne sono occupate in numero notevole in attività marginali, stagionali e temporanee […] il tasso specifico di attività femminile, anche se non diminuisce in modo rilevante, resta comunque fermo rispetto ad una ricerca di occupazione in continuo aumento».

Chiedersi quanto queste condizioni siano cambiate non è una provocazione: benché i numeri di oggi — al netto della recente pandemia — appaiano più positivi rispetto a fine anni ’70, il quadro delineato dalla Anselmi può descrivere ancora oggi il lavoro femminile. Secondo il rapporto “Respect”, pubblicato da Censis a fine 2019, la disoccupazione femminile (11,8%) rimane più alta di quella maschile (9,3%), con un divario che cresce nella fascia di età 15-24 anni (30% di disoccupazione maschile contro 34% di disoccupazione femminile). Analogamente, le stime ISFOL del 2007 (nel rapporto “Dimensione di genere e lavoro sommerso”) ci dicono che il 47,4% dell’occupazione sommersa e irregolare è composta da donne, ma guardando a settori specifici, come quelli della cura alla persona, i numeri salgono notevolmente. Nel 24% dei casi, il ricorso al lavoro nero rappresenta una via più facile d’accesso al mercato del lavoro, dove peraltro categorie “outsider” come donne e giovani, sono sovrarappresentati tra coloro che devono contare su percorsi occupazionali altamente instabili e su forme di lavoro atipico. E, sempre in analogia con la situazione del 1977, il tasso di attività femminile italiano rimane tra i più bassi d’Europa: in Italia solo il 56,2% delle donne è “attiva” nella ricerca del lavoro, paragonato all’81,2% raggiunto dalle donne svedesi.

Nel 1977, asserire l’eguaglianza formale tra uomini e donne sul lavoro, era, per il legislatore italiano, un traguardo importante. Ma si trattava di un traguardo insoddisfacente agli occhi della stessa Anselmi, nel quadro dei ritardi italiani sulla parità di genere. L’Anselmi dichiarava, con una trasparenza oggi lodevole, che il provvedimento non avrebbe costituito una panacea, dato che molte delle discriminazioni dipendono da “situazioni di costume assai radicate”. La Legge Anselmi, in questo senso, costituiva solo una tappa iniziale nell’avanzamento della condizione della lavoratrice in Italia. Da allora la condizione femminile sul mercato del lavoro è notevolmente migliorata, ma le discriminazioni sostanziali permangono, e l’Italia occupa costantemente gli ultimi posti nelle classifiche europee per quanto riguarda il lavoro femminile. Chiudere “Cose di Sinistra” facendo riferimento ad un cantiere che è rimasto aperto dal 1977 ci sembra quindi particolarmente significativo. Non per disperare dell’Italia, eternamente in ritardo per quanto riguarda la tutela dei diritti: si tratta, piuttosto, di constatare che per un futuro legislatore progressista ci sarà ancora molto lavoro da fare e che, oggi come in futuro, c’è ancora bisogno di “cose di sinistra”.


Alla pari: Tina Anselmi e il lavoro delle donne

di Fiorella Imprenti

La legge sulla parità del 1977 e lo stesso discorso in Parlamento di Tina Anselmi (partigiana, sindacalista, cattolica, prima donna in Italia a capo di un ministero) possono certo essere considerati la tappa di un percorso di affermazione delle donne occidentali, emblema dello sviluppo delle democrazie. I decenni successivi, i nuovi freni, non solo in tema di occupazione femminile, ci parleranno però di un percorso non lineare né scontato.

Le associazioni femminili reclamavano l’eguale salario per uguale lavoro da almeno un secolo. Il dibattito tra tutela e parità ritorna, con accenti diversi, in ogni periodo storico ma è vero che fino alla Repubblica fu la ricerca di protezione, per donne e minori, a scandire le leggi sul lavoro e la cultura prevalente. L’Italia ratificò nel ‘56 la Convezione n.100 dell’International Labour Organization che sanciva la parità di donne e uomini nel mondo del lavoro e, in un clima favorevole, questo rappresentò lo stimolo per la nascita di un Comitato permanente per la parità di retribuzione.

Le donne che nei vent’anni successivi presero parte alle lotte per la parità agirono in ambienti diversi, politici, sindacali, associativi e culturali, consce della necessità di avere un consenso trasversale e un supporto di massa per una trasformazione che scuoteva nel profondo la società italiana. Il terreno di convergenza tra cattoliche, socialiste e comuniste guardava ai Gruppi di difesa della donna, dove forte era stata la critica agli assunti discriminatori del fascismo, in particolare nel mondo del lavoro.



Per questo fu sempre costante il richiamo alla Resistenza e alla Costituzione con le sue promesse di parità che presero forza dagli anni Settanta, quelli del sorpasso nell’istruzione, della rottura generazionale, dell’aumento dell’offerta di lavoro femminile o comunque della sua emersione. Divorzio, diritto di famiglia, aborto, abrogazione del delitto d’onore: il modello del male breadwinner perdeva la sua potenza simbolica e per la prima volta anche nell’opinione pubblica italiana la non partecipazione delle donne al mercato del lavoro veniva considerata un disvalore.

Ecco perché nel suo discorso in aula Tina Anselmi insisteva sulle “attese” delle lavoratrici, sul processo partecipativo e trasversale che aveva portato a una legge che sanciva la parità di accesso al lavoro e alla formazione, stabiliva l’uguale salario e ampliava per le donne le possibilità di carriera. Mancavano – diceva – quelle norme di conciliazione che avrebbero permesso alle lavoratrici di svolgere la loro funzione famigliare: i ruoli tra uomini e donne si modificavano ma non venivano stravolti.

Molti tasselli in questo senso vennero posti nei decenni successivi nel tentativo di raggiungere una parità sostanziale, ma lo sgretolamento del cosiddetto compromesso sociale di metà secolo ne erose l’efficacia. Il dato sulla presenza delle donne nel mondo del lavoro restò debole sebbene nelle crisi, in particolare in quella del 2008, la tradizionale resilienza del lavoro delle donne contribuì a far intravedere un’uguaglianza verso il basso.

Uomini e donne con salari inadeguati, limitata istruzione e scarse tutele, sperimentano spesso oggi un nuovo schiacciamento rispetto alle forze del mercato e le trasformazioni in atto rischiano di trascinare con sé aspetti di neotradizionalismo nei rapporti sociali. Il lavoro buono (decent work) di cui oggi si discute deve in questo senso, oltre alle garanzie e alle tutele, recuperare le necessarie istanze di parità, di libertà individuale, sociale e culturale di cui si sente l’urgenza.


Consulta le fonti

Atti parlamentari – Seduta del 30 giugno 1977
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