Nel caso italiano, l’enorme aumento del lavoro a garanzie ridotte – impieghi atipici, a termine, di tipo parasubordinato e/o semi-autonomo – negli ultimi due decenni costringe a trovare soluzioni certe che garantiscano l’accesso alla cittadinanza sociale ai “nuovi lavoratori”, fornendo loro sia un accesso ai diritti “classici” (pensione) sia una protezione rispetto ai rischi legati alla precarietà lavorativa. Ad oggi non sembra di poter intravedere soluzioni attuabili in tempi certi al di là di un rafforzamento della tendenza allo sviluppo della sussidiarietà orizzontale e verticale. Il problema principale è da ravvisarsi nelle difficoltà di attivare due fra i canali dalle maggiori potenzialità: la cooperazione mutualistica fra i lavoratori e il welfare aziendale. Paradossalmente in entrambi i casi si tratta di un ritorno alle origini, ossia alle prime esperienze di protezione sociale dei lavoratori nelle società industriali.

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Storicamente, il mutualismo operaio è stata la prima risposta “di massa” ai nuovi bisogni di protezione dal rischio di eventi dannosi – incidenti sul lavoro, malattia, disoccupazione – durante le prime fasi dell’industrializzazione. In Italia, le società di mutuo soccorso furono riconosciute con una legge del 1886 che stabiliva le condizioni affinché tali associazioni potessero conseguire la personalità giuridica. Il provvedimento accoglieva esplicitamente la tesi, diffusa soprattutto in ambienti mazziniani, che vedeva nell’associazionismo operaio la migliore soluzione della questione sociale mediante l’incoraggiamento dello spirito di previdenza e solidarietà nella classe lavoratrice. Le società di mutuo soccorso continuarono ad espandersi fino agli inizi del Novecento sia come numero di associazioni (che toccò il picco di 6722 nel 1894) che di associati (il culmine è nel 1904 con 926.000 soci). Va tuttavia sottolineato che i lavoratori poveri del sottoproletariato urbano, presenza assai rilevante nel tessuto sociale delle città operaie a cavallo fra Ottocento e Novecento, non furono interessati se non marginalmente dall’associazionismo mutualista operaio. In questo caso il peso delle quote associative, e soprattutto della necessaria regolarità dei versamenti, costituivano l’ostacolo più rilevante.

L’assenza di universalismo caratterizzò anche il “paternalismo imprenditoriale”, l’altra esperienza di welfare non statale ottocentesco, costruita intorno all’esperienza delle città operaie modello: il Nuovo quartiere operaio di Schio della Lanerossi, il villaggio di Crespi d’Adda, la Città Sociale edificata a Valdagno dalla famiglia Marzotto. Oscillando spesso fra logiche di contrasto all’associazionismo socialista e di “irregimentazione” dei lavoratori, il paternalismo italiano espresse poche esperienze autenticamente organiche – fra queste la più importante fu sicuramente la “Nuova Schio” voluta da Alessandro Rossi – e incontrò infine il suo limite nell’essere strettamente dipendente nella definizione dei mezzi e degli obiettivi dalla salute finanziaria dell’impresa.

Quale insegnamento possiamo trarre dall’esperienza storica in merito ai rischi e agli ostacoli che, allora come oggi, frenano lo sviluppo di forme di welfare alternative alla mano pubblica? Nel caso della cooperazione fra lavoratori non bisogna dimenticare come il mutualismo operaio di fine Ottocento si fondasse sulla condivisione di un’identità basata su specifiche professionalità (il mestiere) ben diversa dall’identità basata sull’appartenenza a una classe (i salariati) che si affermerà successivamente con l’ascesa dell’impresa fordista. I nuovi lavori, anche con riferimento al segmento con maggiore contenuto di conoscenza e di qualificazione professionale, difficilmente potranno essere il centro di un processo di creazione di nuove identità sociali basate sulla professionalità, vista l’estrema pressione competitiva imposta ai lavoratori stessi e all’assenza di luoghi e occasioni di cooperazione. Basti pensare al differente potenziale di moltiplicazione dei legami sociali fra lavoratori rappresentato dalle tradizionali fabbriche fordiste rispetto ai moderni network d’impresa orizzontali, nuvole fatte di telelavoratori, subfornitori e collaboratori temporanei.

La costruzione di un’identità sociale dei nuovi lavoratori potrà forse essere mediata da una nuova generazione di corpi intermedi di tipo universalistico, possibilmente coordinati da apparati pubblici su base territoriale e, se possibile, nazionale. Per quanto riguarda invece il welfare aziendale, anche nella sua incarnazione contemporanea, esso risulta affare quasi esclusivo delle imprese di grandi dimensioni. Nel caso italiano oltre a dover fare i conti con un settore manifatturiero il cui baricentro è fortemente spostato verso le piccole e medie imprese, si riscontra l’ulteriore problema di una dimensione media estremamente limitata anche nel settore dei servizi. In tali condizioni è impensabile che alle imprese possa essere attribuita la responsabilità per la tutela dei diritti sociali dei lavoratori. Una soluzione possibile potrebbe essere lo sviluppo di forme di partenariato fra imprese e fra queste e altri stakeholder su base locale. Il pericolo, in entrambi i casi, rimane quello relativo alla creazione di nuovi dualismi di tipo insider/outsider, mentre appare chiaro che la costruzione di un nuovo modello universale di cittadinanza sociale non potrà prescindere da un rafforzato e rinnovato ruolo dello Stato e dei suoi organi territoriali.

Mario Perugini
Ricercatore di Spazio Lavoro, un progetto di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

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