Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

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“È ora che milioni di famiglie di lavoratori si uniscano per ridare vita alla democrazia americana, eliminare i privilegi delle oligarchie economico-finanziarie, fermare il collasso della classe media, garantire ai propri figli e nipoti benessere, salute, sicurezza e felicità. Gli Stati Uniti devono tornare a guidare la lotta per la giustizia economica e sociale, per la sicurezza ambientale e per la pace globale”.

Agli occhi del pubblico europeo può apparire persino sconcertante il fatto che un candidato alla Casa Bianca si professi «socialista».

Ma a ben guardare il successo della campagna di Sanders, per quanto sorprendente, ha radici tutt’altro che superficiali. Innanzitutto perché ha alle spalle quasi un decennio di trasformazioni radicali della società americana, che hanno contribuito alla radicalizzazione delle posizioni soprattutto tra le fasce più giovani dei ceti medi […] i cui effetti sono visibili nell’andamento delle primarie, sia sul fronte democratico, sia sul fronte repubblicano.

Nel discorso inaugurale della campagna Sanders indicava i punti essenziali della sua iniziativa nella difesa della democrazia americana contro le conseguenze della diseguaglianza di reddito, largamente approfonditasi nel corso dell’ultimo trentennio, e contro le implicazioni di un sistema che – abolendo qualsiasi limite al finanziamento dei privati alle campagne elettorali – di fatto consegna a una ristretta oligarchia il potere di influire su tutte le decisioni politiche.

Ma strettamente connessa alla deriva oligarchica, è anche la tendenza verso la crescente «alienazione politica», su cui Sanders – che d’altronde ha trovato un punto di forza nell’elettorato giovanile – ha battuto costantemente:

«Alle elezioni di metà mandato di novembre, il 63% degli americani e l’80% dei giovani non ha votato. Sondaggio dopo sondaggio emerge che i nostri cittadini non hanno più fiducia nelle istituzioni, nutrono seri dubbi sull’efficacia del loro voto per via dell’enorme influenza del denaro sul sistema politico e si chiedono infine se i politici siano al corrente delle loro condizioni di vita. Non sarà certo semplice combattere contro quest’alienazione politica, il cinismo e la rabbia legittima, ma è ciò che va fatto per cambiare questo paese».

sanders4Dinanzi a questo quadro, il programma di Sanders si articola su misure classicamente ‘keynesiane’, centrate soprattutto sull’adeguamento di infrastrutture […] deterioratesi negli ultimi decenni, sull’innalzamento del salario minimo (con concessione di permessi di malattia pagati e ferie garantite), sull’introduzione di un sistema fiscale progressivo, sulla riforma di Wall Street, sull’adozione del finanziamento pubblico delle campagne elettorali (e la limitazione del finanziamento privato), su politiche di riconversione del sistema energetico nella direzione di energie sostenibili, sull’estensione dell’assistenza sanitaria a tutti, sulla gratuità dell’accesso alle università pubbliche. In un paese in cui lo stesso Obama è stato a lungo attaccato come ‘socialista’, è quasi scontato che le misure proposte da Sanders debbano apparire per molti come una sorta di proclama rivoluzionario. Pur definendo se stesso come «socialista democratico», Sanders ha però chiarito come l’intento di questi progetti radicali di riforma vada inteso nel senso di un ‘ristabilimento’ delle condizioni che hanno storicamente reso solida la democrazia americana. Nella conferenza Cos’è il socialismo, tenuta alla Georgetown University nel novembre 2015, per esempio ha affermato, richiamandosi tanto a Papa Francesco quanto al New Deal di Roosevelt:

«Quando si bollano queste idee come socialiste bisogna ricordare che nessuno vuole che il governo si impossessi del negozio di alimentari in fondo alla strada o possegga i mezzi di produzione. La convinzione alla base di queste idee è piuttosto che la classe media e la classe lavoratrice, che producono la ricchezza di questo paese, meritino uno standard dignitoso di vita e che il loro reddito debba aumentare anziché diminuire».

La polemica contro l’«oligarchia» si richiama alle stesse radici ‘jacksoniane’ della democrazia americana e a quella «promessa» americana che secondo Sanders è stata tradita dalle trasformazioni degli ultimi decenni.

Il significato principale dell’esperienza di Sanders va […] probabilmente persino al di là del successo della sua campagna, degli effetti che lascerà sulla politica americana o del peso che le sue proposte avranno sul programma della sua rivale. Perché l’entusiasmo che il settantacinquenne Bernie Sanders ha incontrato nel suo viaggio elettorale attraverso l’America è in fondo una prova tangibile che la politica non è morta e che – anche nell’era della democrazia spettacolarizzata, dominata dalle logiche della comunicazione e dal cinismo dei professionisti- la passione, la militanza e le idee hanno ancora una possibilità.

Damiano Palano
Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

01/04/2016


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http://www.damianopalano.com/2016/03/mr-sanders-va-washington-la-rivoluzione.html


 

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