Direttore dell’Earth Institute presso la Columbia University

L’accordo di Parigi e le decisioni di supporto sono un trionfo diplomatico. Rappresentano un atto di vera cooperazione globale di portata storica. Eppure è fondamentale distinguere tra la dimensione diplomatica e quella relativa all’attuazione. I diplomatici hanno fatto il loro lavoro: l’Accordo di Parigi guarda al mondo nella giusta direzione, e con raffinatezza e chiarezza. Esso tuttavia non garantisce di per sé la propria attuazione, che rimane necessariamente nelle mani di politici, imprenditori, scienziati, ingegneri e della società civile.

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Gli accordi globali sono necessari per la soluzione di problemi globali e per la collaborazione attorno a un obiettivo comune. L’Accordo di Parigi rivendica un impegno globale per mantenere il riscaldamento “ben al di sotto di 2 gradi Celsius” e per portare avanti sforzi per limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi. Questo è serio e saggio: l’obiettivo è stato migliorato (dal precedente “sotto i 2 gradi Celsius”), alla luce di prove scientifiche sui gravi rischi di un massiccio aumento livello del mare. Le parti mirano anche a raggiungere il picco globale delle emissioni di gas serra il più presto possibile.

Neppure la triste verità è nascosta alla vista. Gli impegni nazionali – i cosiddetti “voluntary intended nationally determined contributions” (INDCs) – al cuore di questo accordo non arrivano ancora alla soglia di 2 gradi, men che meno alla soglia di 1,5 gradi. Le parti osservano che “saranno necessarie riduzioni delle emissioni molto più grandi.” Questo non è un accordo farsa, sarebbe però corretto raccontare al mondo la verità: dobbiamo puntare in alto, ma non lo stiamo ancora facendo abbastanza.

L’accordo copre basi importanti: responsabilità comuni ma differenziate; la necessità di finanziamento (tra cui la cifra tanto dibattuta di 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020, ormai nota come una base per il post-2020); la necessità di sviluppare e diffondere tecnologie; la necessità di un rafforzamento delle capacità in molte parti del mondo; e la necessità di nuove istituzioni per contribuire a sostenere tutto questo.

Il testo è equilibrato, intelligente, globale e incoraggiante. Sono stati affrontati problemi reali. È stato concordato un calendario per la revisione e l’aggiornamento degli impegni ogni cinque anni, e viene proposta una prima valutazione per il 2018, prima ancora dell’entrata in vigore dell’accordo.

I cinici diranno che l’accordo è inapplicabile. Hanno ragione. Per loro ne deriverà che l’accordo è irrilevante, o destinato a fallire. In questo si sbagliano. Accordi come questi fanno appello ai nostri angeli migliori, così come agli egoismi nazionali. Essi rafforzano la necessità di risolvere, chiarire i percorsi, stimolare la responsabilità globale, promuovere iniziative, e in genere rendono più probabile che si eviti il “free riding” che ha così spesso ostacolato cooperazione globale.

Come ha detto una volta il presidente Kennedy a proposito di questo tipo di definizione di obiettivi, nel contesto della non proliferazione nucleare: “Definendo il nostro obiettivo in modo più chiaro, facendolo sembrare più gestibile e meno remoto, aiutiamo tutti a vederlo, a trarre da esso la speranza, e a muoversi irresistibilmente verso di esso”.

Il limite dei 2 gradi è fattibile, ma a malapena. Il “Deep Decarbonization Pathways Project” (DDPP), attivo in 16 Paesi che rappresentano oltre il 70% delle emissioni globali, ha dimostrato essere economicamente e tecnologicamente fattibili percorsi a basse emissioni entro il 2050. Il limite di 1,5 gradi rischia di essere violato nel prossimi decenni, ma potrebbe essere recuperato successivamente nel corso del secolo attraverso le emissioni nette negative su larga scala attraverso lo stoccaggio biologico e geologico del carbonio.

Uno degli impegni considerevoli dell’Accordo di Parigi si basa proprio sul DDPP invitando tutti i Paesi a preparare “strategie a lungo termine di riduzione di gas serra”. Queste strategie dovrebbero mirare a basse emissioni entro il 2050, e dovrebbero essere presentate al segretariato dell’UNFCCC entro il 2020. Questo sarà un importante stimolo per un pensiero lucido sulle profonde trasformazioni dell’energia e dell’agricoltura che sono necessarie per i limiti dei 2 e 1,5 gradi.

I diplomatici hanno fatto il loro lavoro. Il ministro francese Laurence Fabius, presidente della COP21, è un genio diplomatico. Il Segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ha dato un contributo storico in anni di costante, paziente, tranquillo, e urgente diplomazia con i leader del mondo politico, imprenditoriale e scientifico. Tre politici meritano un elogio speciale: il presidente Obama, che ha sfidato la follia di un partito repubblicano corrotto, posseduto e gestito dalla lobby del petrolio; Il presidente Xi Jinping, che ha guidato il suo Paese verso un futuro realisticamente respirabile; e il presidente Hollande, che si è assunto i rischi politici di questa conferenza, gestendola brillantemente proprio mentre il suo Paese era sconvolto dal terrorismo. I capi tecnici, in particolare il segretario esecutivo dell’UNFCCC Christiana Figueres e la rappresentante francese Laurence Tubiana, meritano un riconoscimento speciale.

L’urgente e da tempo attesa sfida dell’attuazione degli accordi inizia ora. Questo compito non spetta tanto ai diplomatici, quanto soprattutto agli imprenditori, agli ingegneri, ai direttori finanziari e ai politici. Ma ora abbiamo il quadro giuridico e una visione condivisa per spostarci irresistibilmente verso il nostro obiettivo.

Jeffrey Sachs
Direttore dell’Earth Institute presso la Columbia University

*Articolo uscito il 12/12/2015 sul Financial Times

14/12/2015

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