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Il “Tradimento delle immagini” è un dipinto famoso di Magritte. Vi compare l’immagine di una pipa riconoscibilissima, ma quello che colpisce è la scritta sotto “Ceci n’est pas une pipe”: questa non è una pipa. La scritta allude al fatto che l’immagine dell’oggetto non è l’equivalente dell’oggetto. L’immagine non è una pipa e non si può fumare: l’oggetto e l’immagine, appunto, non corrispondono.

Per andare oltre questa dicotomia occorrono degli elementi in più che stanno fuori dal campo visivo dell’immagine e che allo stesso tempo non sono l’immagine.

Questo è particolarmente importante nei casi giudiziari o meglio in quei casi giudiziari che misurano la temperatura – meglio la salute – sia di un’opinione pubblica sia della capacità di indagare e interrogare i fatti.

Consideriamo l’ultimo.

La conclusione della perizia medico-legale sul decesso di Stefano Cucchi, che indicano nell’epilessia il motivo più probabile della morte, sono nel complesso state accolte freddamente.

Probabilmente quella vicenda fa già parte di un lungo e reiterato libro che da tempo accompagna le vicende giudiziarie italiane: la costruzione di una scena del “tragico evento” che viene scritta e riscritta più volte, ogni volta aumentando interrogativi, lasciando spazi congetture.

Forse nessun paese più del nostro vanta contemporaneamente una passione per i casi giudiziari irrisolti e la progressiva accumulazione di casi irrisolti. Ovvero ama discuterne ma poi, quando si tratta di scendere dentro i fatti e provare a mettervi ordine e impegnarsi a fornire una ricostruzione, attendibile, ragionata e provata, il tutto si complica.

Il caso Cucchi non sembra diverso da molti altri che abbiamo accumulato in questi anni. Si potrebbe partire dalle bombe di Piazza Fontana e scendere giù, passando per tutti i momenti più controversi e problematici della storia attuale italiana. Ogni volta troveremo lo stesso tipo di intreccio e di sceneggiatura: la riscrittura parziale della scena del delitto e il cambio alternativo dei responsabili. Ogni volta il tema è il rapporto tra l’immagine immediata e il senso dell’immagine che si usa, la costruzione del nemico o del colpevole e poi la sua lenta metamorfosi.

È probabile che la nuova perizia sulla morte di Stefano Cucchi escluda i presunti i colpevoli e dunque si consegni senza colpevoli alla storia.

Non sarebbe la prima volta: dal G8 di Genova del luglio 2001 non è questa la condizione media, la descrizione dello stato di salute della giustizia in Italia?

Una differenza, tuttavia, tra Piazza Fontana e il caso Cucchi c’è. Piazza Fontana rimane un evento nella storia italiana non perché si siano individuati i colpevoli e li si siano puniti (infatti nessuno sta scontando una pena per quel fatto) ma perché una controinchiesta ha costretto la magistratura a non archiviare. Il vecchio slogan “Non mollare”, che ha fatto di quell’evento un luogo della memoria italiana, non è l’effetto di una volontà dall’alto ma dal basso: dalla “società civile” che nasce e si presenta come “contro-memoria”.

Una contro-memoria che è effetto di una serie di operazioni culturali, emozionali, pubbliche non previste (controinchiesta, teatro, cinema, saggistica…). Quella contro-memoria ha vinto perché il suo successo politico, culturale, pubblico – morale perfino – non sta nell’aver punito i colpevoli, ma nell’aver reso impossibile l’archiviazione del caso. Il suo successo si misura col fatto che la controinchiesta ha imposto il tag di memoria attraverso cui tutti noi sappiamo ancora cosa significava il 12 dicembre 1969 – ovvero la metafora “strage di stato”.

La vittoria fu la capacità di imporre i temi da discutere o le risposte che si esigeva fossero portate al tavolo della discussione pubblica.

In breve, il problema non era e non è trovare la verità. Il problema è quanto pesa l’opinione pubblica e in che forme impone la sua domanda di verità; se i poteri sentono l’obbligo di dare delle risposte, quali vie trovano e quale spazio di manovra (di arbitrio) per non tenere conto di quelle domande.

La questione non è mai la verità giudiziaria, ma l’esigenza di trovarla. Ovvero l’inquietudine che ci suscitano i fatti di cronaca. La domanda vera non è come arrivare alla verità ma: siamo per davvero inquieti?

David Bidussa
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

12/10/2016

 

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