Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino

Quell’11 luglio 1995, a Srebrenica, faceva caldo, faceva un caldo insopportabile.

Gli abitanti della “zona protetta” dall’Onu, risoluzione n. 819 dell’aprile 1993, da due anni soffrivano la fame, il sovraffollamento, le granate lanciate dai militari e paramilitari serbo-bosniaci, le malattie. E questo perché a Srebrenica, così come nelle altre zone protette istituite il 6 maggio 1993, risoluzione n. 824, nelle città di Sarajevo, Tuzla, Goražde, Bihać e Žepa, si erano riversate migliaia di bosgnacchi, i bosniaci di religione musulmana, in fuga da quella che iniziava a essere appellata “pulizia etnica”. Tadeusz Mazowiecki nel 1994, quando presiedeva la Commissione di indagine sui crimini di guerra delle Nazioni Unite, fu il primo a parlare di “genocidio” riferendosi alla sistematica distruzione della popolazione bosniaca nella zona attorno a Prijedor, in Bosnia settentrionale. Una fuga disperata, che aveva riempito isole di terra protette, ripiegate su sé come imbuti senza sbocco, nell’attesa che il conflitto volgesse al termine.

 

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Srebrenica

I Caschi blu avevano ricevuto tre mandati precisi: difendere la popolazione civile, disarmare gli elementi in conflitto e assicurare la distribuzione dei beni di prima necessità. Ma le cose non erano andate esattamente così: i soldati olandesi del generale Karremans disarmarono solo una parte in conflitto, quella bosgnacca, gestirono spesso in maniera truffaldina la distribuzione dei beni, favorendo il mercato nero, e non si opposero alle violenze dei militari e dei paramilitari di Mladić, entrati in città nel luglio 1995. Non che fossero mancate azioni violente da parte dei bosgnacchi, la Difesa territoriale di Srebrenica, guidata da Naser Orić, aveva compiuto razzie e massacri contro i civili serbi. La direzione del conflitto si era, però, volta inesorabilmente contro i bosgnacchi.

Faceva caldo, quell’11 luglio 1995, era il caldo dell’estate bosniaca, ma anche dello sfinimento di tre anni di violenze, della paura, del sovraffollamento di civili nell’ex capannone industriale di Potočari, dove i Caschi blu avevano la loro base. E così, quando il generale Ratko Mladić, braccio armato di Radovan Karadžić e Slobodan Milošević, entrò a Srebrenica, trovò un supporto, forse inatteso quanto improbabile, ai suoi piani criminali. All’ordine di dividere le donne e i bambini dagli uomini i Caschi blu contribuirono, infatti, in maniera attiva, facendo salire scompostamente le donne su autobus richiamati in gran fretta e diretti verso Tuzla. Gli uomini dai quindici anni in su, invece, furono trucidati in poco più di sette giorni. Moriranno fra gli 8.000 e i 10.000 uomini, gettati in fosse comuni, dissotterrati con le ruspe e sepolti nuovamente a nascondere le prove, ma anche in spregio dei loro cadaveri. Genocidio, sentenzieranno due tribunali della giustizia internazionale, mentre il 16 luglio 2014 il Tribunale distrettuale dell’Aja dichiarerà lo Stato olandese responsabile della perdita subita dai familiari di più di 300 uomini.

Ulteriore vittima di Srebrenica e di tre anni di guerra indiscriminata contro i civili di tutte le appartenenze nazionali sarà la nuova Bosnia Erzegovina. Partorita dagli Accordi di Pace sottoscritti a Dayton in Ohio dai leader di Serbia, Croazia e Bosnia, Milošević, Tudjman e Izetbegović, il 21 novembre 1995 alla presenza del presidente Clinton, la nuova compagine statale sconterà il peccato originale che aveva scatenato il conflitto: la separazione nazionalista. Allegato IV degli Accordi fu, infatti, la nuova Costituzione, che diede vita a uno stato unitario, seppure suddiviso in due entità: la Federazione di Bosnia (croato-musulmana) con il 51 per cento del territorio e la Repubblica serba (Republika Srpska) con il 49 per cento. Ma non fu solo il territorio a subire questa rigida frammentazione. Le istituzioni, tutte, da allora furono spartite equamente: un terzo ai serbi, un terzo ai croati, un terzo ai bosgnacchi, così come i programmi scolastici e le scuole. Nulla fu esentato dalla sottomissione al principio nazionale, che invece di garantire un’equa partecipazione alla vita pubblica, produsse una cittadinanza mutilata e discriminante, feconda di nuovi estremismi e di recrudescenze di odi non del tutto trascorsi.

Non sono mancate negli anni le iniziative volte a scardinare questo impianto statale messo in piedi troppo in fretta. Nel 2006 i due cittadini Jakob Finci, di religione ebraica, e Dervo Sejdić, rom, hanno presentato denuncia alla Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo contro la Costituzione perché contravvenente al principio di non discriminazione e al diritto dei membri alle minoranze di essere eletti negli organi politici dello stato. Nel 2009 la Corte di Strasburgo ha decretato che la Costituzione della Bosnia viola entrambi i diritti, invitando i politici a una revisione, che non è ancora stata compiuta.

Nell’estate del 2016 a Jajce, nella Bosnia centrale, un gruppo di studenti e cittadini si è opposto alla creazione di una nuova scuola superiore per i soli studenti bosgnacchi. Nonostante la sentenza del 2014 della Corte Suprema della Federazione croato-musulmana che la vieta espressamente, è ancora comune la prassi di creare due differenti scuole a matrice nazionale in un unico edificio. Sono piccoli passi dal basso, che però stanno ricevendo i primi riconoscimenti istituzionali e che possono smuovere le macerie di un conflitto che fa ancora molto male, arginando i rigurgiti estremisti e le velleità secessioniste mai sopite.

Donatella Sasso
Ricercatrice presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino


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